Teatro, Teatro recensione — 28/01/2015 21:18

Davide Iodice e i non-attori del Dormitorio pubblico di Napoli

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NAPOLI –  C’era un “Dormitorio Pubblico” oggi è un Centro di Prima Accoglienza per chi non ha un letto in cui coricarsi. Qui Davide Iodice è di casa, per percorsi che si ripetono nel tempo, per pazienti costruzioni, scoperte di memorie semidimenticate, a volte solo rimosse, cancellazioni di vite sconvolte dal caso, dalla miseria, dalla sventura, da amori andati perduti. In questo luogo Davide Iodice costruisce pazienti laboratori che danno voce a chi in quel “dormitorio” trascorre le notti, uscendo al mattino per ritornarvi alla sera. Ha costruito “Mettersi nei panni degli altri / Vestire gli ignudi”, il terzo movimento del progetto “Che senso ha se solo tu ti salvi”, ispirato a “Le Sette opere di Misericordia di Caravaggio”. I primi due movimenti, ovvero inquieti spettacoli, furono “La fabbrica dei sogni” costruito nel medesimo spazio e con una parte degli attori-autori di oggi, e “Un giorno tutto questo sarà tuo” in cui erano messe insieme storie di genitori e di figli-attori.

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Davide Iodice dunque ritorna negli spazi ordinati e puliti dell’”Ex dormitorio” ed invita il pubblico a prendere parte al suo percorso. In piccoli gruppi si aspetta e si entra, si salgono scale, si attraversano corridoi, si ascoltano voci remote. C’è odore di pulito ed ordine un po’ asettico. Quasi un non-luogo, un non-teatro, trasformato in palcoscenico. Le tracce di chi lo abita di notte le intravedi per piccoli segni, sono lasciate su un comodino; tracce pudiche di altre presenze, un rosario lasciato come un presidio sulla spalliera di un letto, un asciugamani, un libro di preghiere. Non fanno scena, fanno memoria. Ed è la memoria che rivive nei racconti messi in scena, recitati (o rivissuti) da uomini e donne trasformati per qualche giorno in attori. Davide Iodice costruisce, potremmo dire orchestra, tutto quel materiale quasi sempre doloroso in spettacolo. Storie frammentate, sussulti e rapidi incontri, struggenti, emozionanti, commoventi, costruito senza confonde le realtà dei suoi attori-autori. Trasfigurandole invece, secondo la necessità di chi abita la fantasia alimentata nel corso del laboratorio servito a preparare lo spettacolo. Si inizia dal sottotetto e pian piano si scende fon dentro il cortile e la palestra. Una laica via crucis, un sogno, una favola bella.

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Le memorie recitate dagli ospiti-attori non sono quasi mai liete, hanno rammarichi e dolorose evocazioni. Una donna con lo sguardo ed il sorriso perduto in un infinito inafferrabile vi legge le carte. Un padre insegue l’età felice non condivisa di una figlia ritrovata troppo tardi. Un maturo cantante da night popolare che nei segni struggenti di un corpo cerca di afferrare in un fantasma l’amore per la giovane moglie morta troppo presto. Gioco un po’ crudele di profetiche alchimie, amicizie e ricordi, corse liberatorie, canti colmi di speranza condivisa con attori, non attori e spettatori tutti insieme, insieme per rispondere all’invito di chi ci chiede di essere un “insieme” e non più soli. E questa grande “pietà” che muove il percorso tracciato da Davide Iodice traccia il misterioso parallelo con la pietà caravaggesca poco distante, pensata un tempo attraversando spazi non dissimili. Pochi attori seguono i non-attori, coro silenzioso, custodi e guide agli spettatori. Ben netta la separazione tra i non-attori resi protagonisti orgogliosi del loro lavoro, e gli attori-attori resi mute presenze dalle maschere di Tiziano Fario, che firma anche scene e costumi dello spettacolo. E sono maschere ferme, a cancellare le emozioni dai loro volti, pietrificati testimoni ed attoniti compagni di viaggio. In locandina i nomi sono scritti insieme, in ordine rigorosamente alfabetico Antonio Buono, Davide Compagnone, Luciano D’Aniello, Maria Di Dato, Giuseppe Del Giudice, Pier Giuseppe Di Tanno, Raffaella Gardon, Ciro Leva, Osvaldo Mazzeca, Vincenza Pastore, Peppe Scognamiglio, Giovanni Villani. Ed il pubblico applaudisce alla fine lasciandosi prendere volentieri dalla commozione.

“Mettersi nei panni degli altri / Vestire gli ignudi”
Una produzione produzione di: Teatro Stabile di Napoli, Interno 5, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, in collaborazione con Centro Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico), Scarp De Tenis, Binario della Solidarietà – Napoli.

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