spettacoli — 27/04/2017 18:07

Responsabilità e testimonianza nel passaggio del testimone da reduce di guerra a combattenti nella vita

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MILANO –Sotto i girasoli”, spettacolo, che sarebbe riduttivo definire solo come il racconto della vicenda umana del reduce di guerra Augusto Tognetti, è un’operazione corale della compagnia Puntoteatrostudio. Nata dalla presa in carico delle memorie del nonno da parte della regista Isabella Perego, si trasforma in un atto di responsabilità, anzitutto: il dovere della testimonianza; e poi, certo, anche in quella narrazione, che la penna di Davide Del Grosso (anche attore in scena), transustanzia in un interessante cortocircuito continuo fra una realtà troppo atroce per esser detta così com’è, ma, al tempo stesso, troppo urgente per poter essere taciuta del tutto. La quadratura sembra trovarla Davide Del Grosso, in una scrittura onirica e surreale, leggera, poetica, emozionale e a tratti commovente; mixando una prosa ora asciutta e ora goliardica a momenti di filastrocche ironiche in rima baciata, ricorda, per certi aspetti, la naïvité di Saint-Exupèry.

 

Se nulla concede al negazionismo della ferocia della vita, infatti, per altro verso sente il bisogno di bonificarla, così da renderla più compatibile con quel progetto di senso e bellezza “nonostante tutto”, che è il reale testamento spirituale del vecchio combattente. Sono molteplici gli esempi di questo: dalla terribile immagine dei prati ricoperti da monconi e resti umani, dopo la battaglia (che trasfigura nella meraviglia di una fucina di uomini e donne nuovi, che crescano, come zucchine, affiorando dalla terra), al racconto della caduta dell’amico sarto in un campo di girasoli (che svapora nella favola di chi ha trovato il suo posto per l’eternità nel ricucire le corolle agli steli, affinché possa continuare la loro danza di inchini a quel motore immobile d’amore, che è il sole); dallo stigma del fanatismo del comandante (il cui atto di eroismo gli varrà, alla fine, la tanto agognata quanto insensata medaglia) alla struggente poesia del mulo “parlante”, metafora della dedizione assoluta degli animali all’uomo (e che li rende, quasi, più umani di noi), solo per citarne alcuni.

La regia, a sua volta, rilancia, scegliendo di portare avanti il cortocircuito, intervallando, sovrapponendo e sfumando (con esiti talvolta davvero stranianti ed emozionali) le scene recitate dai tre giovani commilitoni (nonno Augusto/Francesco Errico, l’arguto napoletano Carmine/Davide Del Grosso e il violinista Federico/Andrea Lietti) con le registrazioni vocali delle testimonianza diretta di Augusto Tognetti (la sua voce esile, tremula, stanca e quasi rotta, a tratti, dal fiato corto, che fa burla di sé, cercando conforto nella familiarità di espressioni dialettali), oltre che di centellinati filmati d’epoca, dall’incidenza tanto sporadica quanto pregnante. E, ancora, perfino la scenografia, agile, spoglia ed essenziale (eppure dominata, per quasi tutto il tempo, da due fari rossi, che, come gli occhi penetranti della Storia, non smettono di fissarci) converge in questa stessa direzione: oggetti di scena dalla versatilità, che eccede la loro funzione precipua, quasi spontaneamente si caricano di significati del tutto inaspettati eppure manifesti (la scala, ad esempio, che da ideale e svettante punto di ostensione/auto immolazione, da cui Carmine, stremato dalla Ritirata di Russia, richiamerà su di sé l’attenzione dei caccia bombardieri dell’esercito nemico eccola coricarsi nell’orizzontalità della barella, all’occorrenza o, in un curioso e macabro ossimoro, volgersi nel giogo fisico oltre che simbolico del prigioniero nel campo di sterminio).

 

E’ l’inventività – irruenta – della giovinezza: quella della compagnia (i poco più o poco meno che trentenni), in perfetta risonanza con l’immaginazione ancora più sfrenata (per dovere di sopravvivenza) dei ventenni personaggi della pièce, ben restituiti dalla recitazione appassionata degli attori, pur ad onta di qualche ancor presente rigorismo accademico. E’ quel bisogno di non lasciarsi abbattere dalla bruttura (“La gente si affeziona più al dolore, di quanto si entusiasmi per la bellezza”, sono parole di nonno Augusto, prestate al sagace Carmine, che poi spiega: “perché il dolore è più facile perderlo e meno impegnativo costruirlo”), che, in fondo, è il reale messaggio/passaggio di consegna dello spettacolo: uno spettacolo che, se parla di guerra e della sua efferatezza, non lo fa, forse, tanto per testimoniare questa, quanto, in controluce, per parlare del non senso di quell’esperienza, sì, ma anche di tutto ciò che di positivo e di vitale c’era, in generazioni, che hanno saputo non soccombere a condizioni spesso più difficili delle nostre, mostrandosi più capaci d’inventarsi/sposare un senso.

Così, proprio in un’occasione forte di testimonianza, quali le commemorazioni del 25 aprile, lo spettacolo è andato in scena a Milano, al Teatrino del Parco Trotter, che, incuneato fra le due arterie periferiche di Viale Monza e di Via Padova, ospita un centro scolastico polifunzionale attivo, dagli anni “70, non solo sul fronte della formazione scolastica statale, ma anche dell’inclusione, accoglienza e confronto con le varie comunità e culture di una megalopoli sempre più multi etnica. Uno spettacolo, che, per la sua nota poetica e surreale, per il garbo e la freschezza pur nel trattare una pagina di storia tanto atroce, quanto cruciale, sembra scritto apposta per un pubblico (anche) di ragazzini. E che non a caso inizia con un bisbiglio: “Nonno? Nonno, raccontami una storia… una favola di verità e bellezza… di tenerezza… non per farmi addormentare, ma per farmi svegliare”

 

Visto al Teatrino del Parco Trotter di Milano il 25 aprile 2017

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