spettacoli — 26/04/2018 16:47

In Ifigenia, liberata: vittima innocente è la speranza di un riscatto per l’umanità

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PRATO – Un personaggio della storia del Mito, figura centrale del Teatro greco quello di Ifigenia, tragico e complesso. Come molte delle eroine – pensiamo a due per tutte: Antigone e Medea, che nei secoli non hanno mai cessato di intrigare ed ispirare narratori e poeti (basti citare Goethe), studiosi dei miti come Kérenji e Vernant, ma anche antropologi culturali come René Girard, a cui più di tutti sembra aver attinto nel suo processo di pensiero ed elaborazione di regia, Carmelo Rifici (direttore artistico del LAC di Lugano e direttore della Scuola di Teatro del Piccolo di Milano), insieme alla drammaturga Angela Dematté.

Rifici dichiara di aver indagato sul Mito degli Atridi cercando agganci oltre che in Eraclito della Ifigenia in Aulide, in numerosi altri autori classici da Omero a Eschilo a Sofocle, ma anche dal Nuovo e Antico Testamento, Friedrich Nietzsche, Girard e il filosofo e grecista Giuseppe Fornari. Ci sono correnti dell’antropologia classica contemporanea come quella diretta da Maurizio Bettini presso l’Università di Siena, che hanno messo in discussione la facile correlazione fra ciò che il Mito rappresentava per gli antichi e ciò che noi contemporanei comprendiamo di esso, magari solo per assonanze ed analogie con la storia della cultura occidentale dei secoli successivi. Tuttavia in Arte almeno, senza scomodare Jung e i suoi archetipi, le suggestioni che dai mitologemi ci arrivano come frammenti ed echi di storie altre, ancora, suggeriscono tracce di ispirazione drammaturgica e poetica di intenso vigore e vitalità.

Giorgia Senesi (sullo sfondo Mariangela Granelli) foto di Masiar Paquali

E questa Ifigenia, liberata (da notare la virgola fra il nome proprio e il participio), ne costituisce un esempio davvero di valore. Tutte queste fonti dichiarate sono entrate nella drammaturgia plurilineare di una testualità che procede su più binari sia per quanto riguarda la costruzione del plot narrativo; sia per quanto riguarda la ideazione della scrittura scenica, tanto che qui si potrebbe parlare di Teatro nel Teatro. La narrazione testuale che ricostruisce la storia di Ifigenia (Anahi Traversi), figlia di Agamennone (Edoardo Ribatti) e Clitemnestra (Giorgia Senesi), figlia che deve essere immolata per salvare il suo popolo, infatti, passa a intermittenze in secondo piano, quasi una mise en abime rispetto ad altri piani narrativi semantici, scenici e meta-testuali. Insomma un esercizio assai complesso di elaborazione per una macchina di scena però ben oliata e convincente che tiene il pubblico concentrato per due ore e mezza di spettacolo senza intervallo. Allo spettatore viene richiesto subito di confrontarsi, in assenza di sipario, col palcoscenico occupato da diversi personaggi alcuni in abiti di scena altri no, da un insieme di apparecchiature tecniche posizionate sulla sinistra dove sono anche allineate alcune sedie e dove svetta un musicista con uno strumento a corde: siamo dentro la sala prove di un lavoro in via di allestimento in fase avanzata. Ben presto la “prova” ha luogo. Così scopriamo che è il regista (Tindaro Granataalter ego di Rifici), il protagonista di questa Ifigenia (insieme con la drammaturga, Mariangela Granelli, a sua volta alter ego di Angela Dematté), anch’essa in scena seduta e compartecipe al fitto lavoro di costruzione in diretta dell’allestimento in fieri.

foto di Masiar Pasquali

Un ottimo Tindaro Granata introducendoci in punta di piedi nei segreti del back stage in sala prove, dialoga in diretta coi suoi attori chiamati a interpretare i vari ruoli della tragedia euripidea. Intersecando i piani semantici fa agire i propri attori nel loro ruolo per poi bloccarli e discutere in punta di fioretto scena per scena ora nei monologhi ora nelle scene corali. Li costringe ad interrogarsi come uomini e come donne sul senso del personaggio che interpretano mettendoli a confronto-specchio fra le parole e le azioni di cui sono protagonisti sulla scena, coi propri vissuti di uomini e donne contemporanei. Questo gioco di specchi provoca un corto circuito di senso che ruota tutto intorno al tema del Sacrificio; ovvero del rapporto inscindibile fra Sacro e Violenza. Come accade a Ifigenia disposta, dopo una iniziale renitenza, ad immolarsi come capro espiatorio per volere del Padre e del suo Popolo per un Bene superiore, un’istanza di Stato, si direbbe oggi. Quanto di contemporaneo si chiede il regista, chiede ai suoi attori e a noi spettatori, c’è o c’è ancora in questo nodo sacro-violenza, in prospettiva antropologica attuale rispetto ad una rivisitazione del Mito come categoria narrativa della cultura, della vita quotidiana, delle vite individuali?

IFIGENIA ®MasiarPasquali

In un gioco di rimandi su rimandi, lo scavo antropologico del regista coi suoi attori si apre su un retropalco dove compaiono ominidi, scene proiettate di violenze perpetrate sempre in nome di un bene superiore che hanno dominato la Storia dell’umanità dalla notte dei tempi- da Caino e Abele, fino alla più recenti atrocità delle guerre in corso nel nostro Mondo di oggi. La violenza, sembra voler dirci Rifici, pare intrinseca alla natura dell’uomo. Come la sopraffazione del forte sul debole. La religione di Stato chiede sangue, vittime, pretende il Nemico ed in nome di questo perpetra odio e distruzione. Tuttavia c’è speranza per l’umanità. Speranza che Ifigenia-vittima innocente e simbolo di una obbedienza imposta si riscatti e che il suo grido si imponga contro ogni sopraffazione. In attesa di una Ifigenia, appunto, liberata, applausi ad un lavoro corale di sapiente gioco attoriale, di grande afflato ed intelligenza artistica.

Ifigenia, liberata

progetto e drammaturgia Angela Dematté e Carmelo Rifici

regia Carmelo Rifici

con Caterina Carpio, Giovanni Crippa, Zeno Gabaglio,Vincenzo Giordano, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Igor Horvat, Francesca Porrini, Edoardo Ribatto, Giorgia Senesi, Anahì Traversi

Scene Margherita Palli

Costumi Roberto Mestroni

musiche Zeno Gabaglio

produzione LuganoScena con LAC Lugano Arte e Cultura

Visto a Prato, Teatro Fabbricone, il 25 marzo 2018

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