Il libro grafico di Marco Catone, con la prefazione di Pierpaolo Capovilla, attraversa Moby Dick tra letteratura, arti visive, cinema e teatro, trasformando il naufragio del Pequod in una nuova esperienza per immagini.
RUMOR(S)CENA – Ci sono libri che finiscono quando arriviamo all’ultima pagina e altri che, proprio lì, cominciano. Poi tutto ricadde, il libro di Marco Catone pubblicato da Pièdimosca edizioni di Perugia, con la prefazione di Pierpaolo Capovilla, appartiene alla seconda categoria. Il suo punto di partenza non è tanto la storia di Moby Dick, quanto ciò che rimane dopo il suo epilogo: il Pequod è affondato, Achab è scomparso negli abissi, la balena è tornata al mare e Ismaele, unico superstite, galleggia sulla bara di Queequeg. Tutto è accaduto. E poi tutto ricadde.
È proprio quel verbo, fisico e quasi cinematografico, a dare il titolo al volume e a suggerire la natura dell’operazione dell’autore. Non una riscrittura del romanzo di Melville, né un libro illustrato nel senso tradizionale, ma una rilettura per immagini nata da un lungo lavoro di ricerca che attraversa letteratura, incisione, cinema e arti visive. Catone prende alcuni nuclei fondamentali di Moby Dick — la balena, Achab, il doblone, il mare, la caccia — e li restituisce attraverso un linguaggio prevalentemente grafico, dominato dal contrasto netto fra bianco e nero.
Il disegno non accompagna semplicemente la parola: diventa un’altra forma di lettura. La scelta del bianco e nero appare particolarmente significativa davanti alla balena di Melville. Il bianco di Moby Dick non è il colore rassicurante della purezza, ma una superficie perturbante sulla quale l’uomo proietta paure, desideri e significati. La balena non è soltanto un animale da inseguire: è ciò che sfugge alla misura e alla classificazione, e proprio per questo diventa il centro di una ricerca che finisce per travolgere chi l’ha intrapresa.

Uno degli oggetti attraverso i quali questa dinamica si manifesta è il doblone che Achab inchioda all’albero maestro del Pequod. La moneta, promessa di ricompensa per chi avvisterà per primo la balena bianca, diventa nel romanzo una sorta di specchio: ogni membro dell’equipaggio vi proietta qualcosa di diverso. È denaro, premio, simbolo, presagio. È anche una piccola immagine del meccanismo che governa l’intera spedizione: uomini diversi vengono trascinati verso lo stesso destino da desideri differenti. Catone torna su questo elemento perché nel doblone si concentra una delle contraddizioni fondamentali di Moby Dick: la trasformazione di ciò che appartiene al mondo naturale in oggetto di scambio e di profitto.

Da qui il libro si apre alla contemporaneità. Nel mondo di Melville la balena è soprattutto olio; nella modernità altre risorse vengono trasformate in merci e oggetti di conquista. È una linea che conduce idealmente dall’Achab di Melville a Daniel Plainview del film di Paul Thomas Anderson, There Will Be Blood: il mare diventa terra, la balena diventa petrolio, ma rimane la stessa tensione verso l’appropriazione. Non è necessario cercare una balena bianca per ritrovare Achab: la sua figura continua a riaffiorare ogni volta che un obiettivo diventa più importante del mondo che lo circonda.
In questo percorso il cinema occupa un posto importante. Il Moby Dick di John Huston, con Gregory Peck e la sceneggiatura di Ray Bradbury, rappresenta uno dei grandi passaggi attraverso i quali il romanzo di Melville è entrato nell’immaginario visivo contemporaneo. Ma l’eco di Melville arriva ben oltre il film del 1956. La nave, la caccia, il mare e il confronto con ciò che non può essere dominato continuano a riapparire nel cinema e nelle arti visive. Poi tutto ricadde si colloca dentro questa lunga genealogia senza cercare di riprodurla: raccoglie suggestioni e le trasforma in una propria forma.C’è poi un’apparente distanza geografica che rende ancora più interessante il progetto. L’oceano di Melville riemerge nella ricerca dell’autore anche attraverso la Valdelsa, territorio toscano patria di adozione di Catone, nel quale la memoria geologica conserva tracce di antichi mari e di cetacei preistorici. La balena può così riapparire lontanissima dal mare: non più come corpo da cacciare, ma come fossile, traccia, memoria. Le dolci colline tra Firenze e Siena erano coperte da profondi mari in tempi remoti. L’oceano diventa qualcosa che può essere rimasto dentro la terra, proprio come Moby Dick è rimasto dentro la nostra cultura come archetipo.

La presenza di Pierpaolo Capovilla aggiunge al libro un’altra voce e un’altra prospettiva. La sua prefazione non è soltanto un’introduzione editoriale, ma si inserisce naturalmente in un’opera che attraversa diversi territori espressivi. Capovilla e Catone condividono una storia che risale agli anni veneziani dell’autore, allora studente dell’Accademia di Belle Arti, e il suo intervento porta nel volume quella particolare esperienza di confine fra musica, poesia, teatro e performance. È significativo che un libro nato da un classico della letteratura americana trovi così una voce proveniente da un’altra tradizione artistica: Poi tutto ricadde vive infatti proprio su questi passaggi, tra testo e immagine, tra cinema e arti visive, tra racconto e materia.Anche per questo il libro possiede una qualità quasi teatrale. Le immagini sembrano costruire uno spazio scenico nel quale corpi, navi, animali e oggetti emergono dal nero come presenze.

Il lettore non è soltanto davanti a una sequenza di illustrazioni: entra in uno spazio mentale nel quale la vicenda di Achab continua a svolgersi anche quando la storia è già finita. Il titolo assume allora un significato più ampio. «Poi tutto ricadde» non significa semplicemente che tutto è terminato. Significa che qualcosa è esploso, è precipitato, ha lasciato delle tracce. Come nel finale di Zabriskie Point di Antonioni. E il libro nasce proprio da ciò che resta. Marco Catone cerca nel romanzo di Melville ciò che continua a parlarci: il desiderio di dominio, la trasformazione del mondo in merce, il confine sempre più incerto tra conoscenza e possesso. La balena rimane là, oltre il bordo della nave, contemporaneamente reale e simbolica, animale e mito, sottratta a qualsiasi interpretazione definitiva.
Alla fine il Pequod scompare, Achab scompare, ma la storia non finisce. Rimane Ismaele, rimangono le immagini e rimane il mare. Poi tutto ricadde nasce proprio da quel momento: quando il rumore è cessato e ciò che resta può finalmente essere guardato. E, nel buio, la balena bianca continua a emergere.
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