recensioni, spettacoli — 24/02/2016 21:15

Edipus: un atto di resistenza e di amore al teatro.

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MILANO – E’ curioso. Non sono pochi, nel panorama teatrale milanese di questa stagione, gli spettacoli, che giocano a riscrivere i classici. Nel giro di un paio di settimane, si sono succedute ben tre declinazioni dell’ “Amleto” di Shakespeare: “Amleto avvisato, mezzo salvato” (Filarmonica Clown, regia di Renato Sarti, al Teatro della Cooperativa), “Amleto di William Shakespeare” (regia di Ninni Bruschetta, al Teatro Tieffe Menotti), e “Un altro Amleto” (produzione AnimaNera, al CRT in scena fino al 29 febbraio ). “Certo, nel quattrocentenario della morte del Bardo...”, si penserà. Ma non è solo questo. Lo prova il fatto che, già qualche settimana prima, al Piccolo Teatro di Milano si era potuto assistere anche a “Darling (ipotesi per un’Orestea)” dei Ricci Forte e, prima ancora, al Tertulliano, Michele Maccagno, sotto la direzione di Gigi Dall’Aglio, aveva portato in scena “Sdisorè”, rifacimento testoriano dell’Orestea.. Dallo stesso autore pure l’ “Edipus”, al debutto martedì scorso al Teatro Filodrammatici, che come “Questa sera si recita a soggetto”, (per la regia di Tiezzi, in scena fino al 24 marzo al Piccolo Teatro ), in più indugiano sull’artificio del teatro nel teatro.

Quasi che non bastasse più solo andare a teatro a interrogare i padri, ma, una volta lì, prepotente affiorasse l’esigenza di smontare il giocattolo per provare a metterne in scena dinamiche e varianti. Un vertiginoso impulso di comprenderle, possederle, fissarle, per renderle perfettamente intellegibili e replicabili. Il prezzo, si sa, è finire, inevitabilmente, col cristallizzarle. Lo scotto è portarsi dietro pure l’onta di un parricidio osceno, in cui, ucciso l’orco, chissà se poi davvero si è liberato il popolo o non lo si è solo lasciato orfano e ramingo a peregrinare in una terra desola e ostile. “E chi è l’orco?”, vien da chiedersi: solo l’autore classico o non anche il teatro stesso, padre ingombrante e bisbetico signore, di cui, però, non riusciamo a fare a meno?

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E’ questa impossibile quadratura del cerchio, che troviamo spasmodicamente perseguita anche nell’“Edipus” scritto da Testori nel 1977, con, in più, anche un intento di satira politica e sociale. La trama racconta di una compagnia di giro alle prese con la storia di Laio, Giocasta e del figlio Edipo. In scena, però, il solo “primo attor vegio” interpretato da Eugenio Allegri. Gli altri, via via, si sono dileguati e lui, stoico capitano della nave che affonda, è il solo rimasto a onorare l’incarico. E’ tutto, lui: il versatile capocomico e pure il re/pontifex, la “baltracca reina” , ma poi anche quella torcia ardente, che la sfinge vaticinò sarebbe stato il nascituro.  Si complica, la polifonia testoriana. Si moltiplica in una rappresentazione che, mentre parla del mito senza tempo, strizza l’occhio ad una modernità che non sembra averne scordato le dinamiche; mentre sostiene il tempo della messa in scena, in trasparenza a un impalpabile sipario svela il retroscena della condizione dell’attore; mentre ci stordisce con una lingua capace di mixare in modo straordinario l’alto e il basso, il triviale e l’aulico, il latino e la bestemmia, in un gramelot che è dialetto, ma poi anche francesismo e boutade, affonda finalmente la stoccata in licenze di pensiero e di parola, ma mai di omissione. Ne ha per tutti, questo primo attor vegio, splendidamente impersonato da un Eugenio Allegri, che ne incarna perfettamente goffaggini e fragilità.

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E’ quel Laio, pericoloso accentratore di un potere promiscuo (temporale, ma anche spirituale), che sapientemente impersona, accentuandone i vezzi (propagandistici o effeminati, lui nonostante) con una leggerezza arguta, divertente, centellinata e mai di maniera. E’ un tiranno senza possibilità d’appello, un despota impenitente e delirante, nel far saltar le teste di chi si oppone al suo ordine insindacabile. Ed è Giocasta, incestuosa e “boltracca” come spesso lo sono le figure femminili di Testori, ma che sa interpretare con un garbo e una sensibilità, che è quella dell’innamorato-nonostante-tutto; e se l’attrice amata e fedifraga è rea di aver lasciato lui e il teatro per una sistemazione modesta e risibile, non mancano però parole di dolcezza per lei e di profonda miseria umana nei confronti della propria solitudine fisica: se ora è obbligato a viverseli in scena, gli eccessi di immedesimazione, è solo per compensare lo stato di abbandono, in cui lo ha gettato lei, andandosene.

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Ed è anche Edipo. Come lui vecchio e sgangherato, è alla tardiva ricerca di vendetta e di riscatto. Se Laio è il pontifex di un algido apollineo senza se e senza ma, ma che non indugia a far saltar le teste degli a quale che sia titolo dissidenti, Edipus, invece, è seguace di Dioniso: “Dio dei disperati, che ordina il disordine e non l’ordine”, dice di lui. E’ solo un dio così, che può compiere il miracolo della misericordia – ricordiamolo: Testori era omosessuale e cattolico -, che improvvisamente accenderà l’insperato amore edipico, in senso letterale e freudiano. E’ l’ora della dolcezza e della compassione. E’ il vespro di chi sembra finalmente trovar requie in quel porto materno, da cui proviene e a cui anela tornare ogni vitello. E’ l’alfa e l’omega, la coincidentia oppositorum, la consolazione dell’afflitto e il conforto del perseguitato. Chissà se ci sarà un lieto fine, per lui… Di certo questo scritto testoriano, che la regia di Leo Muscato sceglie di far diventare un atto di resistenza e di amore al teatro, anzitutto, vede una messa in scena nitida, dai colori basici e dalle suggestioni felliniane. I costumi tracciano netta la cifra di un teatro che non c’è più: a un passo dal circo – incantevole l’abito bianco del capocomico Allegri, acceso dal rosso di calzini, papillon e naso da clown -, con la stessa poetica scanzonata, ma non di meno struggente e la modalità itinerante efficacemente condensata in quel “Fragile”, che svetta sul trono da buffone, con cui inizia e con cui circolarmente si conclude la pièce.

Visto al Teatro Filodrammatici di Milano, martedì 23 febbraio.

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