Teatro, Teatrorecensione — 23/12/2013 23:06

Il Teatrino Giullare entra dentro “La stanza” di Harold Pinter

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Lo spettacolo sorprende tutto nel finale. Al momento della presentazione della compagnia teatrale si capisce infatti che gli attori, una volta giunti in proscenio, con e senza maschera sono soltanto due. La stanza di Harold Pinter portato in scena al Teatro Fabbricone di Prato per la regia ed interpretazione del Teatrino Giullare, è un testo prototipo del drammaturgo inglese, che riassume all’interno di uno spazio limitato l’incomunicabilità nelle relazioni interpersonali, alla base di buona parte del teatro dell’assurdo, soprattutto beckettiano.

Non è un caso infatti che già dalla prima scena vi siano soltanto due personaggi, ovviamente inglesi, il Sig. Bert Hudd e la moglie Rose, all’interno di una stanza di un caseggiato grigio. Tra i due avviene una conversazione all’insegna del nonsense, non solo perché a parlare è soltanto la moglie, mentre il marito trascorre il tempo bevendo tè e leggendo un giornale con illustrazioni, ma anche perché gli argomenti, non hanno nessun collegamento logico. Non sappiamo niente di loro (chi sono? cosa fanno? da dove vengono?) se non pochi insignificanti dettagli, come il fatto che il Sig. Hudd fa l’autista e che ha un vero talento nel guidare il camion. Tutto il monologo nevrotico di Rose, fatto di frasi ripetute con modalità recidiva, è basato sul nulla, su una quotidianità priva di quotidiano. In un’alternanza spasmodica tra il problema del clima umido e il lavoro di Bert, il monologo approda infine ad una forma di curiosità ossessiva nei confronti degli altri, che si manifesta in atteggiamenti di puro voyeurismo dietro le tende della finestra e nelle varie ipotesi relative a chi sia l’inquilino del seminterrato.

Nella stanza che riecheggia la claustrofobia presente anche in molti testi dell’esistenzialismo francese, come Le mur di Jean-Paul Sartre, è assente qualsiasi forma di intimità coniugale. Non solo infatti Rose parla praticamente da sola fino all’uscita di Bert, così come accade in Giorni felici di Samuel Beckett, ma il luogo non luogo diventa sintesi perfetta di un rapporto non alla pari e sinonimo di prigione in condivisione con il marito e di emancipazione nella solitudine, che permette di dare sfogo a una follia pirandelliana che secondo una lettura rivisitata del Teatrino Giullare, libera piccoli vizi tenuti gelosamente nascosti, come la passione per il fumo e per la musica.

Voce fuori dal coro è il Sig. Kidd, padrone del caseggiato, maschera di tic convulsi, che rompe completamente tutti gli schemi, dando colore a quel teatro dell’assurdo di influenza beckettiana, in cui la parola assume un significato diverso dall’ordinario e la sequenza dei discorsi viene sfalsata per creare l’effetto di qualcosa dal sound completamente weird . Eppure proprio il Sig. Kidd si rivela la chiave di volta dell’opera e dello spettacolo: dopo l’ingresso della coppia Sands, venuta nel caseggiato alla ricerca di una stanza in cui abitare, il Sig. Kidd fa irruzione in casa di Rose, per annunciarle che l’inquilino del seminterrato intende parlarle da solo.

Dal dialogo tra i due personaggi capiamo finalmente che aldilà delle mura della stanza c’è qualcosa che non va. Le pareti iniziano a sgretolarsi e a mostrare il marcio dietro la facciata di una vita ostentatamente normale. Il negro cieco Riley, ambasciatore del padre di Rose, le dice che è giunto il momento di tornare a casa, svelando la sua vera identità. Rose non è in realtà Rose, ma Sal. Il cambiamento di identità fa pensare a tutto e al contrario di tutto, ma Pinter lascia volutamente il movente nell’ombra, permettendo al lettore-spettatore di completare il puzzle secondo la propria interpretazione (passato torbido? ancora violenza domestica?).

L’unica certezza è che Rose non è più la stessa persona. L’entrata in scena di Riley permette finalmente di calare la maschera, espediente tecnico e figurato che aiuta anche a livello interpretativo e a far cadere le pareti di una stanza-prigione, da cui Rose-Sal dichiara di non uscire mai. La labile speranza di un’uscita liberatoria finisce però tragicamente nella violenza che il marito Bert procura ai danni di Riley. Rose rimane quindi murata viva in casa, dietro le forme di una maschera, che ha cancellato i tratti del suo volto e le ha fatto dimenticare, fino alla cecità cerebrale, chi era veramente.

Visto al Teatro Fabbricone di Prato il 

La stanza – drammaturgia di Harold Pinter/ traduzione di Alessandra Serra/ scene e maschere di Cikuska/ interpretato e diretto da Teatrino Giullare/ produzione di Teatrino Giullare/ CSS- Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia

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