Danza — 23/10/2025 at 07:51

Il lago dei cigni metamorfosi del mito secondo Preljocaj

di
Share

RUMOR(S)CENA – BOLOGNA – C’è un istante, appena si spengono le luci al Comunale Nouveau di Bologna, in cui il lago non è ancora apparso, ma già lo si sente, un battito liquido, profondo, che s’infila tra le poltrone come un respiro. È l’eco del nuovo Lago dei cigni di Angelin Preljocaj, nato dall’idea che i cigni non abitino più il sogno ottocentesco, ma il nostro paesaggio fragile, popolato di plastica, padri tirannici e desideri in apnea.

Lago dei cigni crediti foto PC JC Carbonne

Preljocaj rilegge Čajkovskij come chi immerge le mani in una materia viva e trasparente: ne sfiora le venature come luce sull’acqua, ne moltiplica i riflessi, ne svela il ritmo segreto. La musica di Čajkovskij non è più cornice, ma sostanza che respira, che muta e si rigenera come un corpo in divenire. Le note si dilatano, si graffiano, si fondono con le pulsazioni sintetiche dei 79D, che non accompagnano la partitura, ma la intrecciano al presente. A tratti il valzer si decompone in battiti di club, il lirismo si acumina in un riverbero d’acciaio: un dialogo che non è fusione, ma cortocircuito poetico.

Sul palco i ballerini non si limitano a danzare, respirano come un organismo unico, fluiscono, si disperdono e si ricompongono, costruendo geometrie mutevoli, archi e spirali che ricordano un organismo vivo che si confronta con forze opposte: eros e ribellione, controllo e resa. La tecnica impeccabile dei membri del Ballet Preljocaj non cancella la fatica del gesto, la mostra, la scolpisce. Ogni movimento ha densità, ogni sospensione peso, ogni scatto un’eco di resistenza. Il gruppo non è una massa decorativa ma un corpo collettivo, una forza che plasma lo spazio, disegna correnti invisibili e tensioni sottili.

Lago dei cigni crediti foto PC JC Carbonne

I demi plié diventano propulsione, gli arabesque fendono l’aria come lame delicate, i pas de deux costruiscono linee e architetture emotive, sospese tra attrazione e conflitto. L’insieme è un organismo scenico in continuo mutamento, dove ogni singolo gesto contribuisce a un flusso più grande, visibile e palpabile. È un linguaggio di fratture, dove la grazia non consola, si tende, si spezza, si ricompone. Il rapporto tra Siegfried e Odette, così umano, così obliquo, viene decantato fino alla sua essenza più cruda: due corpi che si cercano senza riuscire a riconoscersi. Nessun romanticismo, piuttosto un anelito al contatto che vibra tra due entità già condannate. L’amore, qui, è una forma di resistenza, non salvezza, ma lotta.

Lago dei cigni crediti foto PC JC Carbonne

Le luci di Éric Soyer tagliano lo spazio. A volte il palco è un acquario, a volte un deserto. Le proiezioni video di Boris Labbé si muovono come pensieri visivi, non decorano, ma esprimono il movimento. Immagini liquide che si insinuano fra i corpi, li duplicano, li inghiottono. Il lago non è più un luogo: è un respiro che attraversa la scena, un organismo liquido e pulsante che avvolge i danzatori, si piega e si rialza con loro, un battito che trascina e sospende ogni gesto.

I costumi di Igor Chapurin non vestono i corpi, li accarezzano, diventano membrane che raccolgono e rilanciano la luce, i movimenti, le tensioni interne dei danzatori. Tessuti cangianti, traslucidi, metallo e piuma, corpi che riflettono la luce come se fossero già parte della scenografia. Non c’è il candore etereo della tradizione, c’è un bianco nervoso, sporcato, vivo. Il costume diventa una mappa del conflitto tra artificiale e organico.

L’insieme di musica, danza, immagine costruisce una drammaturgia sensoriale che scivola senza tregua tra astrazione e racconto. Non si segue la trama, la si respira. Ogni quadro è un campo di tensione. Preljocaj non ci chiede di credere nella magia, ma di riconoscere la nostra complicità nel disastro come cigni che nuotano in acque tossiche, creature che cercano purezza dentro la distorsione.

Lago dei cigni crediti foto PC JC Carbonne

Nel finale, quando il lago si dissolve in una tempesta di suono e luce, non resta il sentimento romantico della perdita, ma un senso più ampio di trasfigurazione. Il mito sopravvive perché muta, perché sa diventare altro da sé. Preljocaj ne fa una parabola sul tempo, sull’amore che resiste, sulla natura che lotta, sulla bellezza che ancora ostinatamente danza. Si esce da quel lago come da un sogno infranto, come da un futuro che ci riguarda. I corpi dei danzatori restano impressi come scie luminescenti, e il suono, ibrido, viscerale, continua a vibrare nel torace. Un Lago dei cigni che non rievoca, ma reinventa, che non racconta, ma trasforma. Un lago che respira con noi.

Visto al Comunale Nouveau di Bologna il 19 ottobre 2025

Share

Comments are closed.