Recensioni — 23/02/2024 at 15:18

Teatro del Borgo: nasce a Milano un nuovo spazio teatrale e di incontro

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RUMOR(S)CENA – MILANO – In questi tempi di progressiva scomparsa di presidi culturali (comprese le edicole e le librerie indipendenti), fa piacere segnalare l’apertura di un nuovo spazio teatrale, in un quartiere della vecchia Milano, in via Giovanni Verga, adiacente all’attuale Chinatown, un tempo noto come “Borgo dei Scigulàt” – cioè dei cipollai – racchiuso tra via Canonica e via Paolo Sarpi, non lontano dall’Arena e da Parco Sempione.

Il progetto è il felice esito di scelte nate dalla sinergia fra un sacerdote lungimirante, don Mario Longo, e un gruppo di appassionati, determinati a valorizzare un vecchio cinema parrocchiale e a rilanciarlo come centro di aggregazione sociale e culturale. La storia di questo recupero comincia circa sei anni fa, con l’organizzazione di rassegne teatrali e cineforum; si sviluppa lentamente e quest’anno vi si è inaugurata una qualificata stagione teatrale, con una sede rinnovata che potrà funzionare anche come sala cinematografica, con un bar, luogo di incontro e socializzazione. Il nome scelto, “Teatro del Borgo”, oltre a rievocare le origini popolari del quartiere, vuole sottolineare la funzione sociale e vitale degli antichi raggruppamenti urbani, ove esisteva uno scambio e un confronto di idee che le attuali strutture urbanistiche non favoriscono. A tale proposito sarebbe bello divenisse un luogo ove si possa riscoprire il piacere di una sosta ove, oltre a bere un bicchiere, si possano scambiare oziosamente due chiacchiere con interlocutori, magari sconosciuti. A completamento di questa breve presentazione della neonata istituzione – non soltanto teatrale – è utile citare almeno uno dei primi spettacoli che hanno inaugurato la stagione 2023/24 (per la direzione artistica di Fabio Zulli): L’albero, andato in scena al Teatro del Borgo il 19 e il 20 gennaio.

Scritto e diretto dalla giovane Giulia Lambezzi, formatasi alla scuola del Teatro Arsenale e con Renato Gabrielli, il lavoro affronta, con pudore e delicatezza, un tema – ohimè – centrale nella odierna organizzazione del nostro privato: la gestione degli anziani. In una struttura familiare che, nel bene o nel male, non è più quella, patriarcale, con nonne, zie e prozie (chissà perché era sempre e solo alle donne che toccava tale incombenza), oggi dovrebbe essere la società ad assumersi questo compito; ma – se mai ci fosse bisogno di una conferma – in occasione del Covid, ci siamo accorti di quanto questo settore della sanità pubblica sia inadeguato e carente, per non dire disastrato.

L’obiettivo dello spettacolo, malgrado mostri le inadeguatezze delle istituzioni sanitarie, e riporti anche lo sfogo di un onesto ed esasperato operatore sociosanitario (OSS), non è quello di formulare accuse o denunce. “Ho scritto questa storia perché ho paura di invecchiare”, scrive Giulia con disarmante sincerità nel programma di sala, confessando anche che si tratta della storia di sua nonna; e preferisce mostrarci i meccanismi psicologici dell’anziana, sospesa in una situazione a metà strada fa la perdita del senso della realtà e frammenti di consapevolezza.

Senza ricorrere a espedienti realistici, salvo l’imbiancamento dei capelli, Camilla Violante Scheller (paradossalmente la più giovane fra gli attori presenti in scena), grazie a un efficace minimalismo gestuale ci restituisce il dramma, tutto intimo e solo a tratti affiorante, di Anna, una donna ancora dotata di un residuo di lucidità, trasferita in una casa di riposo dalla figlia Marcella. Costei non è affatto malvagia né egoista, ma è esasperata dalla difficoltà di gestire il degrado fisico e mentale della madre anziana, di comunicare con lei, neppure ricorrendo a un registro verbale infantile. E si verifica una sorta di inversione dei ruoli, con la figlia che deve assumere il ruolo di madre, e quest’ultima ridotta a bambina po’ capricciosa. Con una bella intuizione drammaturgica e registica, assistiamo, in una sorta di flash back, a una scena che ci mostra un piccolo incidente occorso alla figlia – all’epoca bambina – e l’atteggiamento premuroso e apprensivo della madre.

Minimale anche la scenografia: solo una sedia sul palcoscenico; più elaborati i costumi, almeno per le due figure femminili. La figlia appare in un sobrio ma elegante completo bianco, che però si trasforma, a vista, in un grembiulino infantile, quando il flash back ci riporta indietro nel tempo. In bianco anche l’operatore sanitario, e così l’anziana, avvolta in un’ampia veste bianca, all’inizio quasi un guinzaglio, che diviene fasciatura da neonato, camicia di contenzione, letto, vasca da bagno, e addirittura può alludere anche a una coppia di ali.

L’albero del titolo è il simbolo di una libertà da riconquistare, un obiettivo cui avvicinarsi – forse in modo illusorio – giorno in giorno. Anna gli si rivolge spesso, come fosse una persona; ma quando, nel finale, sembrerà averlo raggiunto fisicamente, ciò segnerà la morte. In effetti, tutto lo spettacolo è leggibile come una dolorosa, ma serena riflessione sulla morte: uno degli ultimi tabù che la nostra cultura e la società hanno conservato. E Giulia Lombezzi lo affronta in modo indiretto, metaforico, accompagnandoci lungo il lento degradare dell’identità di Anna, fino al momento conclusivo quando, grazie a una nenia infantile – al cui canto si associa anche l’OSS – si ristabilisce nuovamente una comunicazione, non verbale ma affettiva, fra madre e figlia, cui segue la morte, segnalata della sedia vuota e le pantofole abbandonate di Anna.

L’albero, scritto e diretto da Giulia Lombezzi; con: Camilla Violante Scheller, la madre; Alice Bignone, la figlia; Ermanno Rovella, l’OSS. Light design di Fabrizio Visconti; costumi di Donatella Cianchetti; movimenti scenici di Franco Reffo

                  

Visto a Milano al Teatro del Borgo il 20 gennaio 2024

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