spettacoli — 23/01/2019 09:51

“The dead dogs” lo spettacolo vincitore di Forever Young alla Corte Ospitale di Rubiera

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RUMOR(S)CENA – FOREVER YOUNG – CORTE OSPITALE – RUBIERA (Reggio Emilia) – Appoggiata in mezzo alla Pianura Padana, persa nel profilo perfettamente orizzontale tra Reggio Emilia e Modena, Rubiera racconta una bella storia di periferie in grado di farsi centro, quantomeno spirituale. È qui che sorge, in un vecchio monastero dall’ampio chiostro interno, la Corte Ospitale: luogo “altro” lontano dal rapido scorrere del mondo e per questo fertile terreno di pensiero. Sono gli alti portici e le sale che su di essi si affacciano ad ospitare la seconda edizione di Forever Young, il progetto residenziale destinato alle compagnie teatrali under 35 e/o emergenti. Un luogo non solo fisico entro il quale muoversi alla scoperta di ciò che idealmente esisterà nel futuro del teatro italiano. I sei spettacoli che in due giorni – il 12 e 13 luglio scorsi – sono stati i finalisti scelti tra un centinaio di lavori che la commissione composta da Claudia Cannella, Paolo Cantù, Giulia Guerra, Carlo Mangolini, Fabio Masi e Pietro Valenti, ha valutato al fine di eleggere il vincitore al quale riconoscere un premio multiforme: l’onnipresente contributo economico affiancato da un accompagnamento per la distribuzione e la presenza al teatro Elfo Puccini di Milano in occasione della consegna dei Premi Hystrio 2019.

 

Se progetti di questo tipo servono non solo a sostenere le nuove produzioni, ma anche a segnare il passo del teatro italiano che verrà, la direzione indicata da Forever Young si rivolge decisamente verso la drammaturgia contemporanea e straniera. Delle sei compagnie – Evoè Teatro, Oyes, DAF – Teatro dell’Esatta Fantasia, Dellavalle/Petris, Pierfrancesco Pisani e Giuliano Scarpinato – Wanderlust Teatro – quattro hanno utilizzato un testo esplicitamente ideato per la scena da autori stranieri. Al di là dei risultati performativi, alcuni esplicitamente in fieri, questa novità apre le porte a un nuovo modo di pensare il teatro che va oltre le – talvolta autoreferenziali – produzioni drammaturgiche collettive, una modalità di creazione sufficientemente matura e autocritica da riuscire a mettersi in dialogo con la figura del drammaturgo.
È un’umanità afflitta quella che emerge dai sei lavori presentati, resa ancora più esplicita dalla concentrazione temporale e mentale dovuta dall’isolamento della Corte. Come gli spettatori, anche i numerosissimi personaggi che si alternano in scena sono individui, o maschere, che soffrono la lontananza da un mondo nel quale trovare una propria dimensione. Nessun eroe, nessuna grande storia epica. Entità che si muovono irrisolte in un continuo incontro e scontro con l’alterità – non sempre tragico, a tratti ironico – e che sembrano in questo sublimare nel linguaggio teatrale la complessità del presente.

Evoè Teatro Il drago d’oro

Così “Il drago d’oro” di Evoè Teatro (testo del drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig) racconta il complesso intreccio di vicende delle persone che gravitano attorno al ristorante thai-cino-vietnamita da cui deriva il titolo dello spettacolo. Un mondo surreale e violento che per emergere al meglio necessiterebbe di una maggiore precisione scenica da parte degli interpreti. “Schianto” della Compagnia Oyes è l’unico testo originale dei sei. Diretto e ideato da Stefano Cordella che, dopo aver rivolto alla grande drammaturgia di Cechov decide di elaborare un lavoro di drammaturgia personale, lo spettacolo si concentra sull’analisi del mondo contemporaneo. Tra speranze e amarezze, realtà e invenzioni mentali, quattro giovani cercano di parlarsi senza successo prima di correre rovinosamente verso un frontale con il futuro. Un progetto acuto che strizza l’occhio alle nuove generazioni anche se ancora dichiaratamente work in progress. Tempi ironicamente sbagliati per “X” della compagnia DAF – Teatro dell’Esatta Fantasia (testo di Alistair MacDowall).

Compagnia Oyes Schianto

Se la drammaturgia racconta di un gruppo di scienziati intrappolati su una base di ricerca nello spazio che combattono con e contro il trascorrere dei giorni. per mantenere in vita una qualche particella di umanità, sono proprio i ritmi, eccessivamente lunghi e monotoni, a rappresentare il punto debole dello spettacolo. Bella vivacità invece quella di “Growth” di Pierfrancesco Pisani (testo di Luke Norris) che accompagna lo spettatore a conoscere il personaggio, umanissimo e per questo ai limiti dell’incredibile, di un giovane nullafacente la cui vita viene parzialmente scombinata dalla possibilità di avere il cancro. Futuro distopico e linguaggio scenico ancora da affinare per “Ovid Hotel” di Giuliano Scarpinato (tratto da The lobster”, film del 2015 di Yorgos Lanthimos) che sconta l’ispirazione di matrice cinematografica con una scarsa fluidità. Anche in questo caso, i personaggi che si alternano al centro della sala per cercare l’anima gemella sono efficaci iperboli dell’uomo: disposti a qualsiasi tentativo e qualsiasi compromesso pur di non rimanere soli. Ma è stato l’ultimo spettacolo rappresentato ad aggiudicarsi il premio della giuria. “The dead dogs” della Compagnia Dellavalle/Petris (testo di Jon Fosse) condensa in sé molti degli elementi già presi in considerazione. Attraverso una partitura drammaturgia / leggera e ben calibrata si va a snodare in scena la storia di un uomo, un cane ucciso dal vicino e una serie di personaggi ulteriori che accompagnano il protagonista in un distacco dalla realtà sempre più grave.

The dead dogs Compagnia Dellavalle/Petris


Pierfrancesco Pisani Growth

Seppur grande parte del merito vada proprio al testo scelto, il merito della Compagnia è stato sapersi immergersi completamente nelle atmosfere vagamente allucinate di Fosse, meritandosi la vittoria con la seguente motivazione: “Un testo scelto con coerenza rispetto alle linee guida del bando, che affronta il tema delle relazioni irrisolte all’interno della famiglia e della violenza latente che in generale serpeggia nella società contemporanea. Lo spettacolo, pur con ancora ulteriori potenzialità di crescita, già mette in evidenza una regia nitida e compiuta e ha come punto di forza un gruppo di attori e attrici di talento, soprattutto nella capacità di sostenere i ritmi e i “non detti” tipici della scrittura di Fosse”.

Giuliano Scarpinato Ovid Hotel

Visti alla Corte Ospitale di Rubiera (Reggio Emilia) il 12 e 13 luglio 2018

 

 

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