Teatro, Teatro recensione — 23/01/2018 01:01

Antropolaroid, il romanzo familiare dei Granata 

Share

PRATO – Antropolaroid è il primo spettacolo scritto e diretto da Tindaro Granata, emigrato dalla Sicilia a Roma contro il volere della famiglia per inseguire il suo sogno di diventare attore e fare del cinema. Appena diciottenne trascorre due anni su una nave militare e quando arriva a Roma Tindaro ha venti anni. Per sbarcare il lunario fa mille lavori, dal cameriere al commesso e la sera frequenta corsi di recitazione in cui incontra persone diverse, dai bambini agli anziani. Un giorno ha la fortuna di sostituire un amico ad un provino con Massimo Ranieri, che all’epoca stava cercando un attore napoletano. Grazie ad una canzone di Domenico Modugno recitata in dialetto siciliano convince Ranieri e con lui inizia un percorso che durerà per due anni. Un grave incidente lo costringe a tornare a casa in Sicilia dove tutti cercano di convincerlo che il suo posto è li e che in un certo senso la sua soddisfazione come attore se l’è già presa. Ma Tindaro non cede, sente che da grande vorrà continuare a fare l’attore e torna a Roma, dove ricomincia a fare il cameriere. Nel ristorante incontra per caso gli attori della compagnia di Massimo Ranieri, con i quali aveva lavorato alcuni anni prima e che lo trattano da subalterno. Quella sera Tindaro sente tutta la sua solitudine e si ricorda le parole che gli disse da piccolo la sua antica bisnonna Concetta Catania: “figlio mio, sei protetto da una stella speciale che ti darà fortuna, bellezza e sofferenza. Ma prima di avere fortuna e bellezza dovrai provare tanta sofferenza”. Sulla scia di questa benedizione, Tindaro inizia a scrivere, di se stesso e della sua famiglia, della Sicilia e delle cose che conosce meglio, decidendo di vestire i suoi personaggi tutti di nero con la divisa da cameriere che aveva indossato quella stessa sera.

Antropolaroid_foto di Manuela Giusto

Nasce così Antropolaroid che è il romanzo familiare dei Granata. Sulla scena al buio Tindaro è da solo con una sedia al centro del palcoscenico coperta da un lenzuolo bianco ed interpreta a turno tutti i personaggi della sua famiglia, rappresentati attraverso tanti ritratti in bianco e nero scattati con la sua “polaroid”.

Il regista – attore che è anche narratore onnisciente utilizza la tecnica narrativa del “cunto” per cui non racconta i fatti secondo una sequenza lineare e cronologica ma li fa emergere attraverso i dialoghi con cui i personaggi parlano tra loro, per buona parte del tempo in dialetto siciliano.

La storia è ambientata nel paese di Patti a Messina negli anni Venti del Novecento e passa attraverso i secoli e le generazioni, catapultata dal passato nel presente e dal presente nel passato, con continui cambi di scena e dissolvenze “cinematografiche”, filtrata attraverso lo sguardo cinico, realistico oppure disincantato dei vari personaggi. Tramite i dialoghi e i salti temporali emerge anche il ritratto della Sicilia, quella della gente per bene e quella della gente per male, dei contadini e dei pescatori, delle tradizioni popolari e delle superstizioni, dei matrimoni combinati e dei patti di onore che sottendono alla collusione della famiglia con i poteri criminali locali.

La bravura di Tindaro Granata è quella di saper “stare” sulla scena in qualsiasi momento, di entrare ed uscire dai suoi personaggi maschili e femminili, caratterizzandoli in base all’età oppure con peculiarità fisiche o psicologiche, e di variare i registri linguistici a seconda del contesto.

Come accade nel suo secondo spettacolo Geppetto e Geppetto, incentrato sulla scelta di una coppia omosessuale di avere un figlio ricorrendo all’utero in affitto, anche in questo spettacolo si ride e si piange grazie alla drammaturgia ironica che riesce anche a fare riflettere. Con il suo racconto autobiografico Tindaro Granata ripercorre la storia della sua famiglia prima ancora della sua nascita e mostra che a volte la storia è figlia del passato e che altre volte quel passato può essere anche cambiato.

 

Lo spettacolo quindi non segna soltanto la svolta ad una crisi esistenziale e professionale del regista ma contiene il racconto di una rivoluzione, quella del giovane Tindaro, nei confronti del sistema sociale, dei poteri locali e dei favoritismi (rappresentati dal boss Badalamenti), della storia stessa rispetto alla quale è possibile cambiare inseguendo la libertà ed i sogni. Nel finale che chiude il racconto in maniera circolare Tindaro ci lascia con un messaggio di speranza: “ se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene; continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua più intima ed energica ribellione”.

 

Visto al teatro Magnolfi di Prato il 19 gennaio 2018.

Antropolaroid

di e con Tindaro Granata

disegno luci Matteo Crespi
suoni e luci Cristiano Cramerotti
allestimento Margherita Baldoni e Guido Buganza
produzione Proxima Res
organizzazione/distribuzione Paola Binetti

Per l’originalità e l’innovazione che rappresenta per la scena teatrale italiana, lo spettacolo vince:
– menzione speciale al concorso “Borsa Teatrale Anna Pancirolli”
– premio ANCT (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro) per miglior spettacolo di innovazione nel 2011
– premio Fersen in qualità di attore creativo nel 2012
– a Tindaro Granata è stato assegnato il Premio Mariangela Melato prima edizione – attore emergente nel 2013

 

Share
Tags: