Chi fa teatro, recensioni — 20/10/2017 20:32

Il labirinto misterioso de”Il Nome della Rosa” percorso a teatro

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GENOVA – Hai mai visto un luogo in cui Dio si sentisse a suo agio? Così il monaco Guglielmo da Baskerville incoraggia, per così dire, il suo allievo novizio Adso, mentre varcano la soglia dell’inquietante monastero benedettino che li attende. Seppur noto, l’intreccio narrativo di questo capolavoro della letteratura italiana del secolo, dello scomparso Umberto Eco, riproposto anche nella nota versione cinematografica da Jean-Jacques Annaud, nella scrittura teatrale di Stefano Massini – uno de i più proficui autori teatrali contemporanei – riesce piacevolmente a catturare lo spettatore fin da alle prime scene ed a portarlo nel labirinto delle plurime verità, nascoste all’interno del famoso monastero medievale, come se non ne si conoscesse la trama.  Sia per i dialoghi, a momenti ironici, sia per la scenografia, che cambia di continuo per merito di suggestive proiezioni video in 3d, effettuate non su di uno schermo ma sulla scena stessa, ripercorrendo i numerosissimi luoghi del monastero (di cinematografica  memoria) lo spettacolo – trama  non rischia mai di risultare didascalica. La colonna sonora avvolge e narra con molta efficacia.   E grazie anche agli interpreti che il regista Leo Muscato ha sapientemente diretto: il vecchio Adso è la voce che fa da sarto e mette insieme i pezzi di storia che conducono alla verità, una bellissima e profonda voce narrante nelle sembianze di Luigi Diberti ( in televisione interpretava il marito di Piera degli Esposti in Tutti pazzi per amore).

Luca Lazzareschi risulta perfetto nelle sembianze dell’ex inquisitore ora investigatore involontario, ne i panni di un monaco veramente poco clericale; Renato Carpentieri (Nastro d’argento per il film La tenerezza di Gianni Amelio) è il religioso cieco Jorge da Burgos che difende e custodisce il manoscritto  pericoloso (quanto prezioso) perché il paradiso può essere l’inferno se guardato dall’altra parte … E così tutti gli interpreti negli altri ruoli dei monaci, ognuno con una propria personalità ed energia, che danno vita a quaranta personaggi; l’unica interprete femminile è Arianna Primavera che incarna con la sua nudità e dolcezza la tentazione e la perdizione per Adso. Tredici attori che fanno rivivere il fascino ed il mistero dell’avvincente romanzo gotico, questa volta calcando le assi del palcoscenico. Una vera e propria sfida – dice il regista Muscato, che alterna regie di prosa a quella di opere liriche – sia per la realizzazione degli ambienti, sia per la l’adattamento di una trama così complessa con al centro la feroce lotta fra chi si crede in possesso della verità e chi al contrario concepisce la verità come libera conquista dell’intelletto umano, ma che può anche significare che non è la fede ad essere messa in discussione, ma due modi differenti di viverla: uno serioso ed un altro fortemente ironico, il riso come strumento di conoscenza.

 

Ed infatti il pubblico si ritrova insospettabilmente a sorridere per la leggerezza che ogni tanto fa capolino ed ad applaudire e richiamare più e più volte sul palco gli attori che possono anche loro finalmente liberare i loro sorrisi di soddisfazione, seppur impaludati dalle lunghe tonache monacali.

 

Lo spettacolo è prodotto dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, dallo Stabile di Genova e da quello del Veneto-Teatro Nazionale, in accordo con Gianluca Ramazzotti per Artù e con Alessandro Longobardi per Viola Produzioni.

Al Teatro della Corte di Genova fino al 29 ottobre.

In replica il 31 ottobre al Teatro Maggiore di Verbania

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