Editoriale, Teatro — 20/02/2019 12:13

La merito(buro)crazia del teatro italiano : premi e algoritmi….

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RUMOR(S)CENA – MERITO(BURO)CRAZIA PREMI E ALGORITMI A TEATRO – Il pensiero critico sulla validità o meno dei premi assegnati dalle numerose (se non troppe) giurie teatrali prosegue con la riflessione su quali conseguenze si possano verificare nella carriera di un artista al momento di ricevere un premio.
Può questo ambito riconoscimento influenzare le scelte artistiche successive? L’artista ottiene una risonanza mediatica amplificata anche dai social network: un’enfasi a volte eccessiva se consideriamo anche il senso di “responsabilità” successivo al premio a cui vengono chiamati gli attori e i registi. La legittima gratificazione per il proprio lavoro deve essere ricercata anche in chi ha il potere di attribuirla: i critici chiamati ad esprimere un voto.
Nello sport l’atleta deve raggiungere il traguardo per primo dimostrando di possedere maggior vigore e velocità al fine di salire sul podio. In teatro la valutazione del “primo arrivato”, per usare una terminologia sportiva, è affidata ai critici che compongono una giuria. Il paragone non deve necessariamente trovare un punto d’incontro tra due discipline così diverse, ma nella sostanza c’è un aspetto che le accomuna: la fatica sia dello sportivo che dell’artista nel raggiungere il traguardo e il podio. Nel caso di un attore, di un regista o di una compagnia c’è un ulteriore sforzo per riuscire a trovare stabilità economica e professionale. Una fatica intesa come fattore anche umano altrettanto importante del risultato artistico ed estetico. Se il premio è un momento di successo è altrettanto vero che il riconoscimento non porta sempre a migliorare la carriera di chi ha scelto la professione di fare teatro. La meritocrazia segnalata attraverso i premi si scontra con la burocrazia ministeriale delle tanto sofferte richieste di contributi e la promozione di giovani realtà artistiche: in Italia scarseggiano i produttori capaci di sostenerli.

 

dal film Modern Times (Tempi Moderni di Charlie Chaplin

Un esempio valga per tutti: la decisione sofferta di Roberto Latini di non presentare la domanda per i contributi ministeriali e, legata a questa, la scelta di non proseguire più la sua attività come Fortebraccio Teatro, in segno di protesta per come vengono erogati i finanziamenti, secondo parametri e algoritmi che penalizzano spesso la poetica artistica  riconosciuto da una partecipazione di pubblico e dal riscontro sui media. Il termine merito(buro)crazia così composto da meritocrazia e burocrazia riassume due aspetti complementari di un unico obiettivo: ambire ad un premio e ricevere un adeguato sostegno per proseguire il proprio lavoro.
Il teatro italiano dovrebbe affrontare il problema e cercare di formare una comunità più coesa come categoria professionale, capace di aderire a forme di rivendicazione (anche sindacale) mirate a sensibilizzare il pubblico, l’unico e vero destinatario del loro impegno, che paga il biglietto e chiede la possibilità di assistere a spettacoli di qualità. In un presente storico in cui sono evidenti le criticità del comparto dello spettacolo dal vivo, l’idea di sottoporre alla categoria un questionario, per verificare se un premio abbia facilitato i rapporti con le istituzioni pubbliche delegate a finanziare e sostenere la vita stessa del teatro, potrebbe essere un punto di partenza per confrontare le diverse realtà presenti su tutto il territorio italiano. Stimolare una forma di partecipazione corale di tutte le maestranze artistiche gioverebbe a tutti nell’intento di confrontarsi e riconoscersi in un unico soggetto. Il teatro italiano (come la musica e il cinema), merita di avere un ruolo primario nella cultura per difendere valori etici e morali spesso trascurati da altri settori della nostra società.

La cosiddetta “normalità” si insinua sempre più omologando e appiattendo anche ogni forma di pensiero critico. Riappropriarsi di una seria e obiettiva capacità critica, a prescindere dall’appartenenza militante che può essere anche condivisibile, sarebbe auspicabile .Quello che dovremmo fare è ricondurre (anche) la critica ad un dibattito e ad un confronto (che tutt’ora manca) aperto a tutte le posizioni, in cui discutere e analizzare dall’interno del nostro agire. Forse una delle cause che lo impediscono è la “deformazione professionale” che ci porta a “giudicare” tutto quello che accade fuori da noi, all’esterno, a quello che l’altro fa, con il rischio di allontanarci dalla responsabilità di cercare di capire il lavoro dell’artista al fine di indirizzare e formare un pubblico sempre più capace di seguire con uno sguardo consapevole e attento.

 

 

 

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