Chi fa teatro, Teatro — 19/10/2015 19:18

Città Invisibili del Teatro Potlach sbarca negli Stati Uniti

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SAN ANTONIO (TEXAS-USA) – Dopo la lunghissima tournée siciliana che ha portato alla realizzazione di “Paesaggi Contemporanei” nelle città di Palermo, Sambuca di Sicilia e Catania, l’inarrestabile Teatro Potlach diretto da Pino Di Buduo sbarca negli Stati Uniti con il suo unico, imprevedibile e affascinante progetto “Città Invisibili”, ribattezzato “Invisible Cities” per l’occasione. La performance questa volta ha trasformato gli spazi del dipartimento di “Human Communication and Theatre” della Trinity University e ha visto coinvolti nella realizzazione oltre ad alcuni membri del Teatro Potlach (Pino Di Buduo, Daniela Regnoli, Zsofia Gulyàs, Nathalie Mentha, Irene Rossi, Vincenzo Sansone), alcuni docenti della Trinity University e i suoi studenti, per un totale di più di sessanta persone che in due settimane hanno trasformato i luoghi loro abituali.

Per essere più precisi, nel caso di “Città Invisibili” più che di trasformazione è più corretto parlare di rivelazione. Traendo ispirazione da “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, il format del Teatro Potlach, che dal 1991 attraversa inarrestabile tutto il mondo, non vuole mettere in scena il romanzo, ma piuttosto lavorare, investigare e scoprire la città o parte di essa, per portarne alla luce il suo invisibile, il suo nascosto, la sua ricchezza, la sua memoria sepolta che la vita di tutti i giorni ha coperto di rovi e sterpaglie. Un viaggio dunque che non mira a riscoprire la storia della città ma a far emergere le fantasie e le sensazioni degli abitanti che diventano spettatori-viaggiatori.

Invisible Cities

Invisible Cities  crediti foto Siggi Ragnar

Le tappe di costruzione di “Città Invisibili” sono diverse ma tutte partono dallo spazio e dalla cultura del luogo. Attraverso un percorso costruito dal regista Pino Di Buduo, che attraversa lo spazio in modo inusuale rispetto alla sua viabilità quotidiana e con l’ausilio di diverse soluzioni scenotecniche (luci, grandi teli, plastiche) e delle nuove tecnologie (proiettori, videoproiezioni e mapping), gli attori del Teatro Potlach e gli artisti residenti nel luogo della performance danno vita a un grande evento che mette in scena diverse situazioni contemporaneamente. Il percorso creato da Di Buduo diviene quindi un grande palcoscenico a cielo aperto, animato da teatro, musica, danza, canto, sport, arti visive e digitali). L’unicità dell’evento, che lo differenzia dagli spettacoli di strada o dalle notti bianche, è la sua grande forza drammaturgica. Nulla in “Città Invisibili” è lasciato al caso. Tutto è progettato e inserito dentro la struttura del percorso, che diventa un grande organismo vivente. Le performance che si susseguono contemporaneamente non sono dunque slacciate e indipendenti l’una dall’altra ma fanno tutte parte di una grande drammaturgia che trae ispirazione dalla cultura locale e a essa si rivolge. Un lavoro dunque non solo teatrale e culturale ma soprattutto antropologico che tenta di riportare alla luce una memoria nascosta e di restituirla ai rispettivi proprietari.

Invisible Cities

Invisible Cities crediti foto  Siggi Ragnar 

Nel caso di “Invisible Cities” presso la Trinity University, si è partiti dall’edificio a disposizione e dal suo cuore centrale lo Stieren Theater. Le memorie riportate alla luce sono state in linea di massima tre: Arthur Stieren, Paul Baker, mattoni e pietre. Arthur Stieren è stato il donatore che ha permesso la costruzione del teatro, Paul Baker è stato un docente e regista e ideatore del teatro Stieren che prima della sua ristrutturazione era costituito da tre palchi su cui si svolgeva la performance e da sedili girevoli per gli spettatori. Il tema di mattoni e pietre è legato alla storia della Trinity e di San Antonio. Nel passato San Antonio ospitava una grande cava e proprio su di essa si erge la Trinity University che invece è stata costruita da tantissimi mattoncini rossi che furono ribattezzati proprio “Trinity Bricks”. Gli studenti e i docenti della Trinity hanno lavorato su queste tematiche e hanno costruito una drammaturgia che permettesse di far conoscere queste vicende offuscate o addirittura dimenticate. Assieme a questi tre grandi temi gli artisti e gli studenti presenti hanno costruito la propria città, hanno rivelato agli spettatori-viaggiatori il loro invisibile, quello che hanno nascosto dentro. Il tutto si è svolto in un percorso misterioso, affascinante e sorprendente. Il Teatro Potalch ha portato alla luce ciò che nell’edificio rimane sempre nascosto allo spettatore. E quindi partendo dall’ingresso dell’edificio si è attraversato lo Stieren Theater ma non dalla platea, in cui era in scena la performance sulla leggerezza di Daniela Regnoli, attrice e co-fondatrice del Teatro Potlach, ma dal palcoscenico.

Questo cambio di visione ha spiazzato gli spettatori, che si son trovati immersi in un ambiente completamente trasformato da un grande telo che ha cancellato le sedute della platea e da un’immensa proiezione che avvolgeva lo spettatore a 360°, catapultandolo dentro il mondo della leggerezza. Dallo Stieren Theater gli spettatori hanno attraversato tutti gli spazi che per loro sono invisibili: la falegnameria, il laboratorio di scenografia e pittura, la costumeria e la sartoria, passando per il retropalco e per i sotterranei del teatro dove hanno potuto vedere tutte le macchinerie che permettono di dar vita agli spettacoli, ascoltando nel frattempo storie misteriose. Dal punto più basso gli spettatori sono risaliti sempre per vie nascoste e si sono ritrovati all’esterno, nel cortile del palazzo, trasformato da una grande proiezione che si estendeva su tre lati e sugli alberi, rivelando la bellezza di quel giardino dove spesso si passa di corsa senza porvi nessuna attenzione. Qui è terminato il viaggio degli spettatori-viaggiatori che ai rintocchi della campana, suonata da Daniela Regnoli, hanno abbandonato la magia del teatro, portando però con sé le storie e le memorie riscoperte e la consapevolezza che non vedranno mai più quel luogo come lo avevano visto prima.

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