musica e concerti — 18/04/2018 13:45

John Surman, un trio poetico e ammaliante

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CASTEL SAN PIETRO (Bologna) – Nell’ambito del Cassero Jazz Festival il 15 aprile scorso   c’è stata la preziosa occasione di vedere dal vivo, in una delle sue ormai rare apparizioni ,il sassofonista inglese John Surman, uno dei più prestigiosi e innovativi sassofonisti di sempre, uno che ha fatto la storia del jazz degli ultimi cinquant’anni e che a 74 anni continua a stupire per la sua verve compositiva e la sua freschezza interpretativa. Surman è riuscito ad inventare nel corso degli anni uno stile del tutto personale, spaziando dall’improvvisazione e le sperimentazioni free degli anni ’60 alle melodie folk della sua terra, dalla musica antica del ‘600 all’elettronica interpretata in solo con i suoi fiati degli anni ’80 e ’90, fondendo grandi capacità tecniche e una voce strumentale personale subito riconoscibile. Alternandosi tra sax soprano, baritono e clarinetto basso, la sua musica, originale e personale, è frutto di un continuo lavoro di ricerca e inventiva, sempre intrisa di un intenso lirismo.

John Surman è stato definito dalla critica internazionale come “uno dei principali innovatori nel definire il ruolo del sassofono nella musica moderna” e “Nella sua capacità di fondere alcuni dei metodi e delle trame del jazz moderno con una sensibilità tutta inglese, Surman è un vero originale.In questa occasione si è presentato con un nuovo progetto, un trio nato pochi anni fa con un accostamento originale e intercontinentale che comprende il pianista brasiliano Nelson Ayres e il vibrafonista americano Rob Waring, che occasionalmente passa alla marimba su alcuni brani, per un progetto definito dal titolo del nuovo CD appena uscito per ECM “Invisible Threads“, quei fili invisibili che nelle parole di Surman sono semplicemente la musica, che unisce musicisti apparentemente così lontani come stile e derivazione culturale, allargandosi allo stesso pubblico.

 

 

La serata è stata caratterizzata da un alternarsi di stili e temi, sempre diversi e stimolanti, offrendo una preziosa testimonianza della tecnica e della vivacità di Surman, che si è rivelato anche un ottimo intrattenitore, fresco e arguto nelle presentazioni dei brani. Ci sono state lente ballate reminiscenti della cultura celtica così cara a Surman,con fraseggi quasi sussurrati, intimi, sostenuti da un pianismo liquido e un vibrafono sottilissimo, e ovviamente proposti dal clarinetto basso, strumento caro a Surman, dal suono profondo e rotondo, che nelle sue mani diventa quasi un simbolo, caratteristico e inconfondibile nello stile.

 

 

La maggior parte dei brani ha alternato ritmi incalzanti dove il sassofono alto compiva evoluzioni e scale quasi frenetiche, a melodie intense e liriche, passando anche attraverso suggestioni etniche amazzoniche. Il tutto viene proposto con leggerezza ma con una energia entusiastica, a dispetto della mancanza di pulsazioni ritmiche percussive. Nel variegato panorama musicale i fiati sono sempre stati al centro, ma il pianoforte di Nelson Ayres, quasi sconosciuto in Italia, ha sorpreso per la sua inventiva e feeling, proponendo anche tematiche della musica brasiliana, e si è rivelato complemento indispensabile alle evoluzioni si Surman grazie ad uso quasi percussivo dei tasti. Grande prestazione anche per il vibrafonista Rob Waring, dal tocco preciso ed incisivo, equilibrato ed elegante negli assoli, in un dialogo continuo con i fiati, ora all’unisono ora in contrappunto. Quando la perfezione stilistica si unisce al feeling e alla raffinatezza dei temi non resta che ringraziare questi musicisti che hanno saputo suscitare emozioni profonde e irripetibili.

 

 

John Surman Trio, nell’ambito di Crossroads, al Cassero Jazz, Castel San Pietro Terme, Bologna visto domenica 15 aprile 2018

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