Cinema — 18/03/2014 at 18:24

La grottesca Italia di oggi nel nuovo film di Carlo Verdone: “Sotto una buona stella”

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Locandina di SOTTO UNA BUONA STELLA

Con Carlo Verdone persino un serpente diventa un simpatico attore. Accade anche questo in un film in cui famiglia, lavoro, multiculturalità ed emigrazione, amore e musica sono rappresentati tra l’amaro, il comico e il grottesco. Se una volta, infatti, l’attore-regista-sceneggiatore romano interpretava egli stesso dei personaggi del nome animalesco (come “Gallo cedrone”), in “Sotto una buona stella”, nuovo film da poco più di un mese nelle sale, ha messo un animale vero. E che animale! E’ talmente particolare che risalta senza far nulla.

Per smorzare per un attimo (tramite l’esotismo e la paura che incute il solo suo pensiero) la tensione che si è creata fino a quel momento, due “pose” vedono in scena un serpente verde (sfuggito ad un altro inquilino). Prima è nel mezzo del film, come a voler ristabilire per un momento l’ordine e, contemporaneamente, volerlo sovvertire irrimediabilmente, facendo andare l’impaurita Luisa (Paola Cortellesi) a dormire nel lettone di casa Picchioni; poi, sornione, ricompare, nuovamente non visto dai personaggi, alla fine del film, sull’inquadratura di un bacio che suggella l’amore tra Luisa e Federico (Carlo Verdone).

Verdone, acuto e puntiglioso osservatore del costume e del comportamento dell’italiano medio, oltre alla ben nota caratterizzazione dei personaggi, è attento ai temi sociali. Qui forse più che altrove. Sotto l’aspetto tematico, ma non di linguaggio narrativo utilizzato, questo suo nuovo film è in linea, forse involontariamente, con un certo cinema italiano più strettamente contemporaneo che mostra da mesi dei risvolti talmente “sociali” – nel senso che il protagonista del film è più una situazione che un personaggio – da sfociare a tratti nella tensione documentaristica (come ad esempio ne “La grande bellezza” di Sorrentino – in cui Verdone, peraltro, ha interpretato un ruolo – , in “Via castellana bandiera” di Emma Dante, in “La prima neve” di Andrea Segre, in “Allacciate le cinture” di Ferzan Ozpetec, per non parlare addirittura del documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi).

In Verdone, come si diceva, l’aspetto documentaristico non travalica l’aspetto cinematografico, rimanendo ancorato solo ai temi (e non alla sintassi narrativa data da decoupage e montaggio). Si tratta piuttosto di una tensione episodica.Il regista ed attore è un esperto di film a episodi (si ricordino ad esempio “Un sacco bello”, “Bianco, rosso e Verdone” e “Viaggi di nozze”), ma diversamente da come accadeva nei film precedenti, stavolta (aiutato anche dai co-sceneggiatori Pasquale Plastino, Gabriele Pignotta e Maruska Albertazzi) le tematiche diventano protagoniste, senza essere episodi staccati l’uno dall’altro. La padronanza del senso del ritmo fa sì che in Verdone il montaggio svolga un ruolo essenziale, benchè il decoupage sia minimo e sempre con un’inquadratura angolare (come nel suo stile).

In “Sotto una buona stella”, è accantonato il leitmotiv della crisi di coppia (presente in “L’amore è eterno finchè dura” ed anche nello scorso “Posti in piedi in Paradiso”, nel quale c’era già anche il tema del lavoro, ma non era ancora affrontato quello della crisi e ricostruzione della famiglia). Il protagonista, Federico Picchioni, quando si apre il film, ha già lasciato la moglie (che non conosceremo) per un’altra donna. La figlia, Lia (Tea Falco), ha avuto una bambina da un uomo di cui non ci verrà detto nulla. Luisa, si viene a sapere solo tramite una lettera, ha lasciato tempo prima un uomo; lo rivedrà al matrimonio del fratello ma lui, indifferente, fa amicizia con quello che crede che sia il suo nuovo fidanzato – cioè Federico.

Solo all’inizio e alla fine di “Sotto una buona stella ”c’è una cornice (più ampia e convincente all’inizio) dedicata alla crisi di coppia: più precisamente delle nuove coppie. Nelle scene iniziali, infatti, il divorziato Federico viene lasciato dalla giovane compagna Gemma (Eleonora Sergio) a causa dei litigi che questa ha con i figli di lui piombati improvvisamente nella loro vita e che l’uomo non sa gestire. Nel finale, invece, Federico accusa Luisa di essere la causa (col suo lavoro) della partenza della figlia e della nipote per l’Inghilterra.

“Sotto una buona stella” è un film d’appartamento e la storia d’amore, complice un muro piuttosto fino, che scocca tra due vicini di casa (Verdone e la Cortellesi) è solo lo spunto per parlare di famiglia (e della sua crisi) e di crisi del lavoro, ma anche di multiculturalità (ed emigrazione) e crisi dell’arte (poetica e musicale) attraversando sempre il labile confine tra interiorità e realtà sociale. Verdone è nelle vesti di un padre che, divorziato, si ritrova improvvisamente in casa i figli con i loro problemi e non sa gestirli. A sua volta, sua figlia Lia è madre single di una bambina e non sa gestirla. Già in passato Verdone aveva interpretato film che raccontavano la famiglia, e la sua crisi, come in “In viaggio con papà” accanto ad Alberto Sordi di cui si dice che sia l’erede per la caustica capacità di tipizzazione e per quel talento comico e satirico capace di raccontare uno squarcio sociale.

Verdone è cresciuto e non interpreta più il figlio. E i tempi sono cambiati. “Sotto una buona stella” ha in comune col film diretto da Sordi l’incapacità di un genitore di gestire i figli: qui il viaggio in macchina del padre (Verdone) che accompagna il figlio a fare un provino per l’attività lavorativa che vorrebbe intraprendere – in campo musicale – dura poco; ad aver mandato in rovina la famiglia, qui non è la mamma bensì il papà; ad essere interessato a temi più o meno sociali qui, come nella versione di Sordi, sono i figli (nel film di Sordi il figlio era interpretato da Verdone ed aderiva ad una comunità di salvaguardia gabbiani); anche qui, alla fine, il cammino dei figli si divide dal padre, ma solo perché hanno trovato lavoro – Niccolò – o l’amore – Lia; qui il “figlio” non ha una storia d’amore con la giovane compagna del padre, ma al contrario i due “figli” mal la sopportano. In entrambi i casi, però, ciò che trionfa è l’affetto che padri e figli si vogliono.

Il secondo tema scottante che attraversa “Sotto una buona stella” è la crisi del lavoro. Il film si apre con un broker di successo (Carlo Verdone) che si ritrova improvvisamente disoccupato a causa di un errore altrui che gli fa perdere tutti i clienti. Luisa è una “tagliatrice di teste”, … sebbene sia così travagliata da questa terribile professione da essersi costruita una seconda attività come procacciatrice di lavoro per i malcapitati che ha dovuto licenziare; tra essi c’è Gianni, il quale, invece di essere offeso, felicemente la ringrazia per quel nuovo impiego da portiere di notte che aveva creato un comico (e contemporaneamente amaro e grottesco) equivoco all’inizio del film, quando Federico, ascoltando una telefonata di Luisa oltre il muro, pensava che la vicina svolgesse un lavoro piccante (… e, visti i risvolti sociali che i tg nazionali propongono oggigiorno, la cosa non sarebbe sembrata difficile da avvalorare!).

Niccolò (Lorenzo Richelmy) sogna di fare il cantante e si presenta ad un provino che ha il sapore di un talent show. Lia non riesce a mantenere se stessa e la figlia facendo traduzioni. Altro tema importante è quello della multiculturalità e poi dell’emigrazione. Viene affrontato in 5 modi: reale, parodico, fisiognomico, grottesco e romantico-lavorativo. Il primo modo è raffigurato dalla domestica filippina di Federico e Gemma che, dopo l’arrivo in casa dei figli di lui e un incidente casalingo, fugge inorridita.

Il secondo, non poteva che essere altrimenti, è affidato alla Cortellesi che si presenta alla famiglia Picchioni in veste di domestica rumena aggiusta-tutto alle dipendenze dei nuovi vicini (quindi una variante e, contemporaneamente, una parodia del precedente modo)… per poi svelar loro la verità, cioè che è italiana ed “è” la nuova vicina, Luisa. Poco dopo, in strada finge di essere una badante rumena per divertire Federico, non sapendo che Gemma, ex di lui, li osserva credendo che la scena sia vera. Il terzo è lasciato all’immagine di Aïcha, bambina di carnagione scura, figlia di Lia, e incrocia irrimediabilmente il tema della famiglia per il fatto che la piccola non ha un padre e a volte viene lasciata sola (facendo capire a Federico che deve riprendere in mano le redini della famiglia).

Il quarto è nelle mani di Carlo Verdone: Federico facendo la spesa al supermercato sbadatamente scambia il passeggino di Aïcha con uno simile contenente un bambino fisiognomicamente uguale alla nipote, prima di incalzare nelle ire della figlia e poi dei genitori (neri) del bimbo che, preoccupati, sono ancora al supermercato. Il quinto modo, infine, è costituito da un aitante giornalista londinese (Simon Blackhall) che, giunto a Roma solo per conoscere lo stile di vita locale dei giovani, si innamora e porta a vivere con se in Inghilterra Lia (e sua figlia)… facendo di nuovo sentire a Federico la dissoluzione della sua famiglia appena ritrovata. Ultimo grande tema facilmente riconoscibile nel film è la crisi dell’arte (poetica e musicale, passando per il design). E’ un tema realizzato con più sfumature, ora che mostrano l’amore che qualcuno porta nei loro confronti, ora che mostrano, al contrario, lo sfacelo a cui si è giunti.

La musica è una tematica ricorrente ed importante nei film di Verdone (di cui peraltro è nota la passione per la batteria). Ma mentre nei precedenti lungometraggi Verdone interpretava ora un rappresentante porta a porta di enciclopedie musicali (“Borotalco”), ora un giornalista impegnato nella redazione della biografia di Jimi Hendrix (“Maledetto il giorno che t’ho incontrato”), ora un ex-produttore discografico proprietario di un negozio di memorabilia o cimeli musicali (“Posti in piedi in Paradiso”), oppure era innamorato di una cantante (“Sono pazzo di Iris Blonde”), in “Sotto una buona stella” vede le cose da un altro punto di vista: non è coinvolto in prima persona nell’universo musicale, bensì interpreta il papà disilluso di un ragazzo che vuole fare il cantante e lo accompagna ad un provino in cui il giovane esegue alla chitarra una canzone dedicata alla mamma defunta con testo scritto dalla sorella Lia.

Quest’ultima è appassionata di poesia al punto da organizzare incontri a tema in casa che sfuggono al suo controllo. Il film, peraltro, poco dopo l’inizio, mostra una scena che ha per protagonista, suo malgrado, un pianoforte (appartenente alla madre di Niccolò e Lia) colpevole di non esser stato collocato nel punto giusto del salone il cui design è stato curato da Gemma, esperta del settore, e che spostandolo, rischia pure di rigare il pavimento. Non fosse per l’aspetto strutturale che si sviluppa in una vertigine di tematiche, analizzate a più livelli, alternate ed incastrate tra loro e che rende la sceneggiatura interessante e ben costruita, in pieno stile Verdone, ci sono dei punti che volutamente non sono stati sviluppati lasciando forse un po’ di curiosità (per esempio: chi è il padre di Aïcha? Federico ha trovato un nuovo lavoro? Che lavoro andranno a fare gli altri licenziati da Luisa?). Ma questo poco importa. Infatti, come si diceva all’inizio, ciò che interessa a Verdone qui non è solo la caratterizzazione dei personaggi, quanto piuttosto quella tematica. Ed è evidente che in questo film i protagonisti non sono in carne ed ossa, bensì sono dei “quadretti”, cioè situazioni, episodi tematici sviluppati attraverso dei personaggi ed uniti in una storia con inizio-svolgimento-fine.

La rete dei rapporti, quindi, si dilata e complica ed è tempo di “bilanci” per la vita dei personaggi che hanno bisogno di superare la fase buia per ritrovare valori, affetti e memorie comuni. Non hanno altra scelta! Solo dopo possono ripartire. Niccolò ha trovato lavoro. Lia e sua figlia si sono trasferite in Inghilterra. L’amore sbocciato tra Federico e Luisa è suggellato da un bacio nel finale del film.

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