Teatro, Teatrorecensione — 18/02/2014 at 17:11

Latella riforma il riformatore Goldoni con Il servitore di due padroni

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Un salone, o forse una hall o forse ancora un corridoio buio o poco illuminato, a seconda dei gusti, dell’Hotel Brighella. Il rumore assordante di un aspirapolvere si confonde con una canzone inglese, cantata da una cameriera straniera e con gli annunci, anch’essi stranieri, di una televisione accesa in fondo alla stanza. Pochi elementi ma sufficienti per capire che Il servitore di due padroni per la regia di Antonio Latella e la drammaturgia di Ken Ponzio non è il testo di Carlo Goldoni. Sulla scia de La trilogia della villeggiatura, messo in scena nel 2008, Latella segue la stessa procedura, diventata ormai un must del suo teatro.

Nella prima parte dello spettacolo assistiamo ad una rappresentazione che ha poco del teatro e molto del cinema, soprattutto quello di Michel Gondry, in cui un personaggio dà istruzioni ad un altro sulla parte da interpretare e sul modus operandi. Da parte sua Latella affida a Brighella il ruolo di annunciare di volta in volta la comparsa degli attori in scena e le loro azioni utilizzando prima un telefono e poi un microfono.

Nonostante gli stereotipi della commedia dell’arte vengano mantenuti, se non altro nei tratti psicologici e caratteriali, da subito emergono delle note volutamente stonate in un coro di voci che va oltre la commedia dell’arte e perfino oltre Goldoni. Tradizione e contemporaneo si intrecciano: Pantalone, il mercante borghese veneziano, si atteggia da businessman in giacca e cravatta e paradossalmente senza pantaloni, mentre Arlecchino appare in scena senza la caratteristica maschera e senza il vestito a losanghe colorate, ma con un fazzoletto bianco che viene ridotto in mille pezzi.

Se già Goldoni era stato rivoluzionario ed anticipatore dei tempi, perché aveva attualizzato l’anacronistica commedia per tipi in commedia per caratteri, Latella osa ancora di più, perché partendo dal pretesto del testo di Goldoni usa un linguaggio omeopatico per lanciare uno sguardo fuori, nella nostra attualità, e per smascherare la finzione del teatro. Arlecchi-no? è a metà tra personaggio e marionetta nel corpo del bravissimo Roberto Latini, che parla dialetto veneziano, francese e inglese. Ma in realtà non è il servo imbroglione ed astuto perennemente affamato, bensì Federigo Rasponi, fratello di Beatrice Rasponi (Federica Fracassi), ucciso a duello per amore della sorella.

Se nella prima parte assistiamo alla morte della tradizione in chiave ironica, nella seconda parte avviene la rivoluzione. Lo spettacolo snaturalizza Goldoni per arrivare alla verità che si nasconde dietro il teatro. Beatrice sotto le mentite spoglie del fratello morto si rivela una donna e Clarice (Elisabetta Valgoi), figlia di Pantalone e promessa sposa di Federigo, cerca l’emancipazione da un padre padrone facendo outing della propria omosessualità nei confronti di Beatrice. C’è spazio per tutto dall’incesto tra fratello sorella fino all’amore lesbo. Quando ormai tutti hanno detto, finalmente, chi sono, chiudendo l’ipotesi del fu e vivendo nell’oggi, Beatrice esprime, facendo le veci del regista, il desiderio di cambiare la storia, di cambiarla almeno una volta. A quel punto anche la scena inizia, insieme al testo, ad essere oggetto di una destrutturazione. Le pareti e poi il pavimento sono smontati dagli attori e rivelano oltre alla nudità di Beatrice anche quella del teatro, con il backstage in bella vista.

Nel finale Arlecchino torna a recitare la sua parte, così come il pubblico si aspetterebbe, come richiederebbe la commedia dell’arte. Nella citazione della versione di Strehler dell’opera di Goldoni, viene compiuto più e più volte a ritmi concitati un gioco di intrattenimento, il lazzo della mosca, che diventa spunto per un’ulteriore riflessione. La mosca non è altro che l’ultimo stadio di sviluppo della larva, che significa da un punto di vista etimologico spettro o maschera. Anche i personaggi quindi erano larve ed hanno cercato il loro naturale sviluppo, accettando il loro presente e ripudiando il passato, ovvero la maschera, come elemento artificiale di una seconda finzione teatrale che non serve. La maschera allora come morte e rivoluzione.

Visto al Metastasio di Prato il 31/01/2014

Il servitore di due padroni

da Carlo Goldoni

regia Antonio Latella

drammaturgia Ken Ponzio

personaggi e interpreti:

Pantalone de’ Bisognosi Giovanni Franzoni

Clarice sua figliola Elisabetta Valgoi

Il dottore Lombardi Annibale Pavone

Silvio di lui figliolo Rosario Tedesco

Beatrice in abito da uomo sotto nome di Federigo Rasponi Federica Fracassi

Florindo Aretusi di lei amante Marco Cacciola

Brighella locandiere Massimiliano Speziani

Smeraldina cameriera di Clarice Lucia Peraza Rios

Arlecchino/Truffaldino Roberto Latini

scene e costumi Annelisa Zaccheria

luci Robert John Resteghini

suono Franco Visioli

assistente alla regia Brunella Giolivo

produzione EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE / TEATRO STABILE DEL VENETO / TEATRO METASTASIO STABILE DELLA TOSCANA

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