musica e concerti, Teatro lirico — 17/12/2017 22:07

Andrè Chénier trionfa al Teatro alla Scala

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MILANO – Al Teatro alla Scala proseguono le repliche con il pieno consenso da parte del pubblico che assiste ad Andrè Chénier, l’opera verista e “dramma storico” di Umberto Giordano. Dopo la prima e i suoi fasti, l’ansia, l’emozione e l’attesa, il cast “stellare”, prima in ordine, Anna Netrebko, interprete molto amata dal pubblico milanese, ritorna alla Scala dopo una struggente Giovanna D’Arco di Verdi nel 2015, la presenza in scena del consorte della Netrebko, il tenore Yusif Eivazov, nei panni del protagonista, la regia di Mario Martone e il suo sguardo cinematografico, le parole emozionate in conferenza stampa del direttore Riccardo Chailly. L’opera mancava dalle scene del teatro scaligero da ben 32 anni ma quali sono stati “gli ingredienti” per ottenere un successo così ampio? Riccardo Chailly anche direttore artistico della stagione lirica milanese, ha voluto fortemente quest’opera per l’apertura della stagione : “Chénier non è solo il capolavoro del verismo, è uno specchio di tante tensioni che preludono al Novecento musicale. Dentro c’è Wagner, echi del preludio del Tristano. C’è Mahler, nell’impressionante modernità dell’orchestrazione. C’è Puccini, che certo ne fu influenzato per Tosca che comporrà quattro anni dopo…”. 

Ma l’opera, oltre ad avere tanti rimandi e suggestioni di carattere musicale, così come indicato da Chailly, ha in sé vari elementi trascinanti che favoriscono l’immedesimazione dello spettatore e toccano corde recondite e “ impegnate”: la Rivoluzione che irrompe con prepotenza all’interno della vicenda amorosa che coinvolge la bella Maddalena di Coigny e il poeta sognatore e idealista Chénier e la stravolge, trascinando tutto e tutti nel vortice irreversibile della Storia. La rivolta popolare come sogno di riscatto per il popolo oppresso, il suo fallimento, il periodo del terrore, amore e morte, il destino ineluttabile e l’ epilogo tragico segnato dall’eroismo dei protagonisti, il riscatto e la beatificazione degli stessi. Andrè Chenier è la “ metastoria” di una Rivoluzione che vedrà tante vittime e pochi vincitori, un dramma sociale che non può non considerarsi ancora oggi di una attualità disarmante. Individuare Chénier come opera di apertura, è stata una scelta complessa, per certi versi “azzardata” e certamente coraggiosa in un periodo estremamente delicato per il nostro Paese, un periodo caratterizzato da instabilità politica e forti contrasti sociali, non poi così diverso da quello narrato nella vicenda dell’opera. “Il verismo guarda avanti, anticipa tanti linguaggi, anche quello del cinema”.Questa la dichiarazione di Chailly, unitamente alla sublime e per certi versi implacabile direzione orchestrale, la scelta di un regista che fosse anche un regista cinematografico.

 

La scelta di Martone si è rivelata assolutamente pertinente al lavoro rappresentato, un regista che si è già cimentato in lavori come “ La morte di Danton” e “ Noi credevamo” ( come poteva passare inosservata la ghigliottina del finale di Chénier utilizzata da Martone nella sua pellicola più famosa?). Fin dalla prima scena colpisce il taglio conferito dal regista al lavoro, l’uso del fermo immagine a indicare metaforicamente l’immobilità ( parassitaria?) del mondo aristocratico, immerso in un non-tempo fatto di frivoli divertimenti, spreco e ninnoli da salotto. Il movimento cadenzato e quasi geometrico, l’innaturalezza e la plasticità delle pose evocano il ricordo dei carillon dell’infanzia, una soluzione scenica questa estremamente indicativa, intima e toccante. Di grande empasse emotiva le scene corali che rimandano ai dipinti di Delacroix ( fra tutti), certe suggestioni di David e, in modo molto pindarico al “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo, immagini che rimangono impresse nell’immaginario proprio come accade con il linguaggio cinematografico. Esplicita l’intenzione di Martone: avvalersi di tipici trucchi cinematografici per conferire maggiore realismo al racconto senza perdere la soluzione di continuità tra i diversi quadri, complice anche una scenografia “ girevole”e i fermo immagine che favoriscono i cambi di quadro senza stacco, per non perdere intensità. Indimenticabile la scena della gavotta in cui colpisce la coordinazione quasi sincronizzata di tutti i personaggi in scena come fossero stati “ingranaggi di un orologio”. 

Come anche l’uso che il maestro Martone fa dello specchio nella scena che vede protagonista Gerard, lo sdoppiamento emotivo del personaggio che passa dal ribelle infervorato del primo atto, al rivoluzionario oppresso e disanimato del finale, è reso da un altro trucco cinematografico, lo specchio in scena, che rivela la doppia immagine divenendo quasi un filtro della coscienza, divenendo esso stesso personaggio a sé. Chailly punta su Chénier e vince, severa la sua direzione, non permette situazioni di distacco emotivo per una maggiore continuità dell’opera, un solo intervallo tra secondo e terzo atto, divieto di applauso a fine aria, una visione certamente rigida ma necessaria in un lavoro così complesso come Chenier, un lavoro che esige il coinvolgimento totale da parte dello spettatore, senza forme di distrazione. È riuscito a tenere l’orchestra “in pugno” in modo magistrale, dando vigore a ogni singolo quadro, sempre abile nel dosare l’intensità musicale dei singoli passaggi,una direzione metaforicamente paragonabile alla pittura di un quadro, tinte forti mescolate a pennellate di assoluta dolcezza. In alcuni momenti l’orchestra ha coperto i cantanti, ma nonostante ciò il risultato finale è convincente.

 

Anna Netrebko e Yusif Eyvazov dimostrano la complicità in scena, tale da toccare le corde emotive dei presenti, da un punto di vista interpretativo la Netrebko è nota come la cantante più teatrale del mondo dell’opera, da Violetta a Giovanna d’Arco arrivando a questa interpretazione di Maddalena, il celebre soprano russo ha saputo entrare pienamente nei panni della morigerata innamorata/eroina conferendo passionalità, sensualità, phatos e intensità in ogni momento dello spettacolo, di rara bellezza la sua versione di “la mamma morta”, qualche impercettibile sbavatura, imprecisioni di intonazione e “guai di pronuncia”, che le perdoniamo considerando la complessità del personaggio. La prova per Eyvazov risulta non perfetta ma stimabile, un timbro non adattissimo al personaggio, una rigidità fisica a tratti accennata, in altri evidente, ma ad ogni buon conto una prova discreta per il tenore azero, le imprecisioni sono state compensate dall’intensità emotiva conferita a Chénier, uno splendido lavoro sulla dizione, soprassedendo sulla voce poco duttile e sul timbro legnoso di cui non possiamo fargli una colpa.

Un discorso differente per Luca Salsi nei panni di Gerard, francamente deludente, impreciso, incerto, poco appassionato e con evidenti problemi di intonazione, un “ nemico della patria” mortificato e mortificante, la vocalità di Salsi è di bel colore, robusta e solida, non si riesce a comprendere il motivo di tanta incertezza. Interpretazione monocorde, peccato. Bravi nell’uso della voce e nell’interpretazione Carlo Bosi e Gabriele Sagona nei panni dell’Incredibile e di Roucher. Judith Kutasi nel ruolo  della vecchia Madelon, dimostra una capacità straordinaria, quasi da neorealismo cinematografico di entrare nei panni del personaggio, doti canore, interpretazione e pathos interpretativo tale da rendere la breve parentesi scenica che il librettista aveva dedicato a questo personaggio secondario, un momento emotivamente infinito che lascia il segno. Annalisa Stroppa dopo una deliziosa Suzuki dello scorso anno, con la fedele Bersi continua a non deludere questa giovane e validissima interprete: attenta, precisa, intensa, con ottime doti vocali, può essere considerata una giovane promessa del panorama lirico internazionale. Puntuali e precisi gli interventi del Coro, preparato da Bruno Casoni e del Corpo di ballo della Scala diretto da Frederic Olivieri. Molto accurate le scenografie di Margherita Palli che hanno saputo tradurre in immagine le intenzioni sceniche di Martone, il tutto amplificato da un sapiente gioco di illuminazione ad opera di Pasquale Mari e all’ausilio di costumi meravigliosi dai colori volutamente neutri realizzati da Ursula Patzak.

Non è stato certamente un lavoro privo di sbavature, ma il tema fortemente giustizialista, le tinte forti, la capacità interpretativa dei cantanti, la direzione “tedesca” ma appassionata di Chailly hanno conquistato tutti. Una messa in scena moderna quella di Martone, ma non pseudo intellettuale, cervellotica, futurista, come nelle tendenze attuali, un allestimento tradizionale, legato all’epoca dell’opera, senza stravolgimenti, modernizzazioni forzate e rivisitazioni concettualistiche, il pubblico scaligero premia la tradizione a discapito della rivoluzione? Qualcosa vorrà dire…

Visto al Teatro alla Scala di Milano il 13 Dicembre 2017

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