Culture — 17/10/2016 11:44

La “terra promessa”: storie di sbarchi e di mare nel teatro di Mario Perrotta

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LECCE – 7 marzo 1991: un giorno impresso nella memoria dell’Italia che scoprì essere la terra promessa per migliaia di albanesi. Due nazioni divise da poche miglia di mare, una distanza annullata dal miraggio di una vita migliore. Fu definito un “esodo biblico”, quando 27 mila emigranti, in fuga dalla dittatura comunista che regnava in Albania, sbarcarono nel porto di Brindisi. Una flotta non autorizzata composta da ogni tipo di imbarcazioni. La grave crisi economica aveva costretto la necessità di lasciare la propria nazione, chiamata anche “Patria delle Aquile”. Tutte le televisioni del mondo mandarono in onda immagini così drammatiche, tanto da far insorgere una crisi istituzionale, politica e diplomatica, tra Italia e Albania. Già dai primi mesi del 1991, erano iniziati gli sbarchi clandestini verso le coste pugliesi, ma di dimensioni ridotti, a piccoli gruppi a bordo di gommoni e barconi, in condizioni precarie con il rischio di annegare. Venivano avvistati i primi cadaveri in mare. Erano le avvisaglie di quello che diventò una vera e propria emergenza nazionale. L’otto agosto segnò il secondo esodo: nel porto di Bari attraccò il Vlora, un mercantile partito da Durazzo con ventimila clandestini ammassati a bordo.

@Luigi Burroni Partenze. (L'alba a San Foca, sullo sfondo la costa albanese)

PARTENZE   crediti foto Luigi Burroni  (L’alba a San Foca, sullo sfondo la costa albanese)

Le foto d’epoca testimoniano come fu affrontata l’emergenza a terra che permise di comprendere quanta generosità, solidarietà, aiuto e sostegno economico, fu offerta dalla popolazione pugliese, spinta da un altruismo generato da ad un loro passato storico: andare all’estero in cerca di lavoro (in VersoTerra. A chi viene dal mare, Mario Perrotta racconta anche in “Emigranti esprèss”, i viaggi sui treni diretti in Svizzera e Germania, carichi di un’umanità dolente, trasposizione in forma di “messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica omonima che l’attore conduceva in Rai). Nel frattempo l’emigrazione albanese non si arrestò, nemmeno dopo i rimpatri forzati che si susseguirono, comunque pochi rispetto alle migliaia rimasti sul nostro suolo, quando nel 1997 avvenne una seconda fase migratoria ma diversa dalla prima. Lo stato albanese si trovò al collasso per il fallimento delle società finanziarie e migliaia di persone varcarono l’Adriatico. Siamo al 1999, quando la guerra del Kosovo determinò una terza emigrazione irregolare, chiamata “l’ondata invisibile”, per aver trascurato l’esodo di altri diecimila albanesi. Le autorità scelsero di non “vedere” e il risultato fu che gli emigranti chiedessero lo status di rifugiato; per ottenere asilo politico come cittadini del Kosovo. Un lungo preambolo per raccontare la cronaca di eventi drammatici e il salto temporale ci conduce fino ad oggi: al 30 settembre 2016, quando il mare si acquieta e la Natura ritrova la sua pace. Il turismo estivo, una volta terminato, permette di volgere lo sguardo verso un orizzonte più sereno.

ALBA crediti foto di Luigi Burroni

PARTENZE crediti foto di Luigi Burroni

Nasce in un contesto geografico tra i più suggestivi d’Italia (il Salento), un progetto artistico tra i più originali mai visti prima: “VersoTerra. A chi viene dal mare” di Mario Perrotta, una produzione Permar, Coolclub, con partner come la Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, i Comuni di Lecce, Diso, Melendugno, Nardò, Tricase, e molti altri. Parla di sbarchi, di storie drammatiche, di profughi e clandestini, di emigrati rinchiusi in un Centro di permanenza temporanea trasformato in una sorta di lager, di vite spezzate, e di una donna capace di riscattare se stessa, combattendo con tutte le sue forze un destino avverso: “Lireta sa chi viene dal mare”, la trasposizione teatrale del diario “Lireta non cede” di Lireta Kataj, superbamente interpretata da Paola Roscioli. L’attore e regista originario di Lecce ritorna a “casa” per dare alla sua terra il giusto merito a dimostrazione di quanto sia stato difficile gestire, per anni, l’arrivo improvviso di un numero così alto di emigranti.

Un meta – teatro, cosi forse si potrebbe definire, anche se il termine risulta improprio ad un’analisi più attenta, considerandolo artisticamente una rappresentazione teatrale “en plein air”, all’aperto, in mezzo al mare, sugli scogli, fuori dal Cpt di San Foca, sotto i pini marittimi di Porto Selvaggio, un’oasi naturalistica incontaminata e rimasta tale, per il merito e il sacrificio umano di Renata Fonte, assessore del Comune di Nardò (Lecce), assassinata la notte fra il 31 marzo ed il primo aprile del 1984, mentre rientrava da un Consiglio comunale. Condannata per essersi battuta, contro il tentativo di speculazione edilizia, che voleva cementificare a danno di un patrimonio di tutti. Un omicidio di mafia ordinato verso una donna che aveva scoperto gravi illeciti ambientali. Va registratata anche l’emozione di chi era presente allo spettacolo, sulle rive della baia, vissuta da un ex sottufficiale dei carabiniere, a cui erano state affidate le indagini che permisero di arrestare mandante ed esecutore materiale dell’omicidio.

PARTENZE crediti foto Luigi Burroni , videomapping di Hermes Mangialardo

PARTENZE crediti foto Luigi Burroni , videomapping di Hermes Mangialardo

Il teatro di Mario Perrotta permette di ricordare anche questo tragico evento, che fa da sfondo alla trama principale, culturale, sociale e geografica ma non solo; l’ impegno di novanta tra attori, attrici, comparse, musicisti, tecnici, e staff organizzativo, un vero e proprio kolossal teatrale. Un genere di teatro che ha precedenti storici illustri nel corso dei secoli precedenti: basti pensare a come il teatro in un luogo al chiuso si pratichi da poco meno di quattrocento anni. Nasce all’aperto e in “Versoterra”, il “sipario” si apre o si alza all’alba, prosegue di giorno, per volgere poi al tramonto e termina con il buio che avanza fino a quando cala la notte. Tutto viene scandito dall’evolversi temporale nell’arco di una giornata: il sorgere del sole e il suo scomparire all’orizzonte (in questo caso marino); la luce naturale diventa un proiettore teatrale stupefacente per permettere agli spettatori e agli artisti, che rivestono i ruoli dei clandestini, arrivati su gommoni (un realismo scenico impressionante), di scorgere, a soli ottanta chilometri di distanza in linea d’aria, le montagne dell’Albania. Qui il teatro della finzione lascia il posto alla realtà ed entrambe si annullano a vicenda, creando,  stupore e  meraviglia, quanto l’apprensione emotiva  nel sentire il dolore e la sofferenza rievocata dalla voce dei protagonisti. La storia raccontata in “Partenze”, il primo atto a Melendugno sulla spiaggia di San Foca all’ex Cpt Regina Pacis, non è solo frutto dell’estro creativo del drammaturgo e regista ma, anche e sopratutto, testimonianza di un dramma accaduto in quel luogo. Realista quanto tragico, tanto da emanare ancora un’aurea sinistra. Una vicenda allucinante, finita sulle pagine dei giornali per quello che fu chiamato allora un “lager di Stato”.

PARTENZE (Alba) crediti foto di Luigi Burroni

PARTENZE (Alba) crediti foto di Luigi Burroni

Dal 1998 al 2006 e’ stato il centro di permanenza temporanea più grande e più discusso d’Italia, indagato dalla magistratura a causa delle violenze perpetrate da don Cesare Lodeserto, un sacerdote condannato a cinque anni di reclusione, ex direttore del centro di accoglienza, accusato di sequestro di persone, abuso di mezzi di correzione e altri reati. Ci andavano in visita le più alte autorità dello stato ma per anni in questo luogo ora spettrale, veniva oltraggiata la dignità dell’essere umano. Sembrano risuonare ancora le voci di chi ha vissuto lì dentro in condizioni inumane. Mario Perrotta sceglie di iniziare il suo percorso che accomuna l’espressione artistica e musicale, coadiuvato da un bravissimo Ippolito Chiarello: una sorta di cantastorie che racconta lo sbarco, lo spaesamento di chi scende dallo scafo e si ritrova su una terra sconosciuta. La sua voce parla un italiano stentato come lo parlerebbe un albanese. Ci racconta, in un’alba che sta per nascere, schiaffeggiati da folate di aria fredda, proveniente da qualcosa di scuro ma in movimento: il mare che pare fatto di petrolio fino a quando la luce rischiara i volti stanchi di chi ha fatto un viaggio pericoloso, sfidando il Canale d’Otranto, difficile da navigare per le navi commerciali, figuriamoci per un gommone con a bordo decine di persone.

Sulla facciata dell’edificio abbandonato e scippato da tutto quello che conteneva, sito alle nostre spalle, scorrono immagini proiettate tali da sembrare catene di ferro, ragnatele che imprigionano, barche di legno fatiscenti, sovrimpressioni disegnate da Hermes Mangialardo, un artista salentino celebre in tutta Europa per il suo talento artistico nell’arte del videomapping. Anche tutto il cast, tra qui figurano anche dei veri emigranti, in attesa di ricevere il permesso di soggiorno permanente, è salentino. Non è secondario, riconoscere come questo progetto, abbia potuto offrire un’opportunità a maestranze e artisti locali di esibirsi ad un pubblico e alla critica arrivata da tutta Italia. Un risultato che premia ben 50 giorni di prove separate e di gruppo come ci ha spiegato lo stesso Perrotta, affaticato quanto soddisfatto al termine del suo lavoro Sulla facciata del cpt campeggia ancora la frase: “A noi è patria il mondo come ai pesci il mare” , ora venduto dalla Curia per un milione di euro.

APPRODI crediti foto di Luigi Burroni

APPRODI crediti foto di Luigi Burroni

Qui lo spettacolo si fa portavoce di ri-raccontare dando l’impressione di un docu-teatrale, una sorta di documentario estemporaneo, in cui si è immersi: il freddo delle cinque delle mattina, l’umido della notte, lo sciabordio delle onde rifrangersi sugli scogli, le musiche struggenti dei musicisti (il progetto musicale è di Claudio Prima e Emanuele Coluccia), dalle sonorità provenienti da quei paesi al di là del mare. Sono note musicali che rievocano i lamenti. La comparsa improvvisa di figure umane sbucate fuori dal buio, ancora in balia di un ignoto di cui non si conosce altro che paura, diffidenza, fame, sete. Non sei solo spettatore ma diventi comparsa, figurante, al fianco di chi sta recitando ma vivi parimenti la stessa condizione, accomunati da emozioni a cui non puoi sottrarti. Assisti a canti e danze che raccontano di storie umane, anche per merito delle coreografie ideate da Maristella Martella. Un viaggio a ritroso, nel passato.

APPRODI crediti foto di Luigi Burroni

APPRODI crediti foto di Luigi Burroni

La stanchezza si fa sentire per via della sveglia a notte fonda, che rende tutto più vibrante, risuona come uno stato di eccitazione; l’empatia nasce spontanea, verso chi sta lavorando per creare uno spettacolo, capace di entrare nelle coscienze e la propria sensibilità. Il teatro supera se stesso, si fonde e riemerge come segno distintivo di una responsabilità etica e sociale, ben oltre alla semplice rappresentazione artistica. Fa riscoprire un fenomeno che vede l’Italia protagonista nel bene e nel male: eroica nel salvare migliaia di vite che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste (basti per tutto Lampedusa) che ha creato divisioni politiche nel trovare soluzioni capaci di distinguere tra vera sofferenza, per chi fugge da nazioni dilaniate da guerre (in corso), e chi tenta in modo illegittimo di entrare, per poi ridursi a delinquere o vivere in condizioni di estremo disagio sociale ed economico, l’anticamera di comportamenti illegali. Perrotta si fa portavoce di denunciare cosa accade una volta arrivati in Italia. Il secondo tempo: “Approdi” ci conduce al tramonto in una sorta di tableau vivant, dove tra la vegetazione di Porto Selvaggio compaiono uomini e donne: un profugo che spaccia, un altro vive di espedienti, prostitute, kamikaze pronti a farsi esplodere, lavoratori nei campi di coltivazione dei pomodori. Tutto lo scibile umano tale da rappresentare la gravità in cui molti di questi emigrati vivono. Non è una rappresentazione iconografica fine a se stessa, quanto una sorta di denuncia, che il regista ed autore ci sottopone come interrogativo.

Approdi crediti foto Luigi Burroni

APPRODI  crediti foto Luigi Burroni

Se si vengono a creare delle condizioni di emarginazione, di spaccio di sostante stupefacenti, prostituzione, è perché c’è un’offerta che si fa carico di soddisfare una richiesta. Non è una spiegazione retorica ideologicamente pensata per “assolvere” chi agisce fuori dalla legalità, quanto, invece, una denuncia sociale mutuata dal linguaggio artistico. Colpisce in profondità e il sentiero che porta alla baia dove va in scena, al tramonto, una rappresentazione scenica in cui è difficile sottrarsi: dagli alberi pendono degli involucri di stoffa nera, sono dei rifugi temporanei di chi sta chiedendo di non restare appesi ad una vita di stenti e di precarietà. Gridano a tutta voce con accorata enfasi, l’urgenza di poter condurre una vita dignitosa. Non come altri loro simili, più sfortunati e rappresentati da quei corpi che galleggiano in acqua (il dispiegamento di forze e di collaboratori si è avvalso anche dell’ausilio di sommozzatori, a cui è stato richiesto di mimare chi ha perso la vita annegando in mare), mentre sulla scogliera i musicisti suonavano e gli artisti si muovevano a passi di danza, avanti ed indietro, sbarcati e respinti. Con le mani puntate verso la salvezza. Parole recitate e chiamate per descrivere le tante storie accadute. Il mare Adriatico le aveva accolte e dopo spostamenti veloci (una logistica, te asporti e organizzazione impeccabile), il viaggio – meta- Partenze e Approdi all’Adriatico finiva sul mar Ionio. Un mappamondo sospinto in acqua si allontanava verso il largo.

Approdi crediti foto di Luigi Burroni

Approdi crediti foto di Luigi Burroni

Un mondo che si sposta e cerca di galleggiare. Metaforica e potente la scelta scenografica quanto registica. Teatro di parola e di segni, di suoni e di silenzi. Un teatro che ci costringe in continuazione ad interrogarci. Non è necessario soffermarsi solo sulla visione esterna, naturalistica, espressionista, intesa come rappresentazione senza mediazione di artifici e finzioni, quanto appare sempre più nel proseguo del viaggio in terra salentina, di soppesare cosa invece ci scuote dentro. Come per Lireta a Marittimo di Disio nella cala Acquaviva, una stretta insenatura su cui un piccolo palcoscenico montato in mare, riviveva la storia di una donna arrivata su quella costa, fuggita dalla sua patria come esule politica. Paola Roscioli è la protagonista della storia di Lireta Katiaj.

LIRETA crediti foto Luigi Burroni

LIRETA crediti foto Luigi Burroni

«Quando ho conosciuto Lireta Katiaj al Premio Pieve nel 2012 (il premio annuale organizzato dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo), mi sono innamorato immediatamente della sua storia d’immigrata, una storia archetipica che contiene in sé tutte le stigmate del migrare: dalle ragioni fino alle conseguenze di una scelta così forte come quella di lasciare la propria terra – spiega Mario Perrottae mi ha fatto tornare a rileggere le pagine del suo diario fino a quando uno dei punti centrali del suo racconto, quel volo in acqua con una bimba di soli tre mesi in braccio, non ha fatto cortocircuito con quell’immagine violenta che la cronaca recente ci ha imposto per settimane su ogni mezzo di informazione: il corpo di quel bambino di soli tre anni riverso sulla spiaggia con la faccia nella sabbia.

Mario Perrotta crediti foto Luigi Burroni

Mario Perrotta crediti foto Luigi Burroni

È stato uno schianto: il volo di Lireta, il bimbo sulla spiaggia e mio figlio, tre anni anche lui, che dorme tranquillo nel suo lettino. Da quel momento non ho potuto più tenere insieme queste tre immagini senza avvertire un malessere forte, fisico. E quando accade questo, so che spetta al teatro il compito di sciogliere il nodo allo stomaco. La prima idea, come sempre, è stata quella di una possibile drammaturgia, certo, ma non è abbastanza, perché il bisogno profondo è di maneggiare la materia a lungo, nel tempo e nello spazio, ragionare a più voci e in diverse forme e allora il pensiero corre subito a un progetto che unisca l’invenzione teatrale con la realtà dei luoghi, delle facce e delle voci di chi, ieri e oggi, ha scelto di puntare verso terra attraversando il mare».

Paola Roscioli LIRETA crediti foto Luigi Burroni

Paola Roscioli LIRETA crediti foto Luigi Burroni

L’attrice accompagnata da Laura Francaviglia (chitarra) e Samuele Riva (violoncello) da vita ad una narrazione ricca di pathos, come una Medea contemporanea, immersa in un paesaggio notturno rischiarato dalle luci dei proiettori, dove le ombre sembrano tante figure umane immobili destinate a soccombere nelle profondità marine. La sua è una partecipazione intensa, drammatica, a volte suggestionata da inserti quasi brechtiani ma la forza dirompente della storia scavalca tutto. La prima nazionale dello spettacolo, inserito nel progetto avrà una sua vita propria con una tournée nazionale. La sua voce verrà portata nei teatri per far conoscere quanto sia stato difficile ottenere una vita per se stessa e la sua bambina in una terra “promessa”. A chi viene dal mare.

Ippolito Chiarello credito foto Luigi Burroni

Ippolito Chiarello credito foto Luigi Burroni

VersoTerra.  A chi viene dal mare

Regia di Mario Perrotta
Ippolito Chiarello (regista di percorso), Claudio Prima ed Emanuele Coluccia (progetto musicale e arrangiamenti), Maristella Martella (coreografie), gli attori e le attrici Helen Anokwute, Gabriele Avantaggiato, Lian Cavalera, Dario De Mitry, Chiara De Pascalis, Angelica Di Pace, Antonio Guadalupi, Paul Ng’ang’a Karami, Agyaemang Clement Paul Kosono, Simone Maci, Patrick Kochwa Marende, Piergiorgio Martena, Richard Gathiomi Murigu, Elisa Murrone, Eliane N’Cho, Diego Perrone, Giulia Piccinni, Maria Chiara Provenzano, Artur Safonov, Paolo Stanca, i musicisti Rachele Andrioli (voce), Rebecca Bove (voce e violino), Vincenzo Gagliani (percussioni), Igor Legari (contrabbasso), Vera Longo (violino e voce), Maurizio Pellizzari (chitarra elettrica e voce), le danzatrici e i danzatori Alessandra Ardito, Livio Berardi, Stefano De Benedittis, Eugenia Gubello, Laura De Ronzo, Fatoumata Piconese e Manuela Rorro, Hermes Mangialardo (videomapping) e Sabrina Beretta (costumi).

VersoTerra A chi vien dal mare

Progetto  Associazione culturale Permàr, cooperativa Coolclub con il sostegno di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (Accordo di Programma Quadro Rafforzato “Beni ed Attività Culturali”- Fondo Sviluppo e Coesione 2007/2013), Apulia Film Commission, Comuni di Lecce, Melendugno, Diso, Nardò, Tricase, Sac – Porta d’Oriente, Parco Naturale Regionale “Costa d’Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase” ed Europarc Federation, Istituto di Culture Mediterranee, La Piccionaia, Duel, Arci Lecce, Gus – Gruppo Umana Solidarietà, Lecce Festival della Letteratura e altri partner privati.

Melendugno/Porto Selvaggio (Nardò)/ Marittima di Diso (Lecce) 30 settembre – 2 ottobre

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