spettacoli — 17/02/2018 23:24

Una Bisbetica sofferente che esprime durezza e malinconia

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MILANO – I cori fine anni ’50 di “Magic Moments” di Perry Como o l’assolo “Love me tender” di Elvis Presley; la gestualità spicciola e lo slang televisivo metropolitano sono di fatto una furba cattura dell’audience che li ha nel Dna magari a sua insaputa. Ma l’operazione complessiva sulla commedia di Shakespeare “La bisbetica domata”, dal punto di vista di regia, scene, luci e costumi, è corretta. E così anche al Teatro Carcano di Milano ha successo lo spettacolo, prodotto da LuganoinScena e dallo stesso Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano.

Il regista Andrea Chiodi si sintonizza sulla modalità storica scespiriana non solo e non tanto scegliendo una compagnia di soli attori uomini, ma privilegiando il gioco di squadra (sui giustacuore gli attori hanno nome e numero come i calciatori) all’insegna del divertimento, della situazione al limite della credibilità per scatenare l’ironia sulle convenzioni sociali, di oltre quattro secoli fa ma suscettibili di analogie con il nostro tempo. La classe privilegiata, la casta, sfrutta ancora e sempre la dabbenaggine dei diseredati per il proprio piacere, per passare una serata; il rapporto tra mondo maschile e mondo femminile è finzione reciproca: né l’uno né l’altro ci credono, la coppia è un compromesso.

 

Il fatto interessante è dunque la compagine degli attori, in particolare: Tindaro Granata, Angelo Di Genio, Christian la Rosa, Ugo Fiore, Walter Rizzuto (i due ultimi diplomati alla Scuola per Attori Luca Ronconi del Piccolo Teatro di Milano). E il lavoro in scena sarebbe generoso e inventivo sia sul piano registico sia su quello drammaturgico, se non avesse una deriva goliardica. L’intelligente adattamento e traduzione di Angela Dematté – basato sull’interpretazione dei segni linguistici scespiriani per renderli fruibili dai giovani di oggi non avrebbe vita (teatrale) se non fosse stato sperimentato sulla fisicità degli attori, sul loro viverlo felicemente in scena. Ma per compiacenza della regia la materialità del linguaggio – su cui insiste la Dematté – si traduce soprattutto in slang allo scopo di aggiornare la commedia. E la disinvoltura di Angelo Di Genio nel ruolo del vincente Petruccio che doma la bisbetica (isterica) Caterina sembra piacere molto al pubblico.

Il filo della vicenda teatrale è però in mano alla “Cate” di Tindaro Granata (il creatore di “Geppetto e Geppetto”) cui spetta anche il monologo finale, malinconico e finissimo. Lo studio della ritualità gestuale femminile da parte dell’attore siciliano è a dir poco degna di stupore: la “bisbetica” Caterina parte come ragazzaccio violento e diventa alla fine la depositaria di un’immagine femminile conciliante, costretta alla negazione di se stessa per sopravvivere. L’amarezza di Shakespeare – ammesso che lui provasse tenerezza per le donne – è tutta qui: se vuoi sopravvivere, fingi.

 

Tornando al lavoro d’ensemble, è ammirevole quello che gli otto attori (uomini) realizzano e specialmente: Angelo Di Genio fa suo il ruolo di macho per rovesciare il rapporto con la moglie, forza la dialettica per sottometterne la “bestialità” a un’ulteriore aggressione; Christian La Rosa (il delicato e sfaccettato Pinocchio di Latella, premio nel 2018 dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro), è maturo depositario dell’alternanza di veri e finti ruoli; Ugo Fiore Walter  Rizzuto, Igor Horvat, Rocco Schira, Max Zampetti complicano il gioco. Una sola riserva: se da questa compagnia può nascere una sorta di copia dei Cheek by Jowl di Declan Donnellan (auspicabile), sarebbe da evitare ogni concessione al musical americano versione nostrana.

 

Visto al Teatro Carcano il 13 febbraio 2018

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