Culture, Editoriale — 16/06/2018 at 19:14

La “sospensione” del Terni Festival non diventi un “atto politico”

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RUMOR(S)CENA – È bastato consultare l’archivio di Rumor(s)cena per ri- trovare le parole adatte a descrivere quanto sta accadendo a Terni. Parole già scritte da anni, eppure incredibilmente attuali, come fossero state pronunciate da un oracolo a chi lo aveva interrogato sul destino che lo attendeva: quello del Festival internazionale della creazione contemporanea di Terni, nato nel 2006. Sono trascorse dodici edizioni da quando è nato e ora la parola “sospensione” appare come un preludio ad un’altra più minacciosa per la città umbra, sede di una delle manifestazioni artistiche più all’avanguardia e internazionali del teatro contemporaneo, caratterizzata da una lungimirante direzione che nel corso degli anni è riuscita a portare in Italia, artisti e compagnie di grande prestigio.

Sospeso” per essere cancellato? Cosi sembra.

Così si esprimeva Linda Di Pietro direttrice artistica nel 2013 definita giustamente come una “coraggiosa manager culturale” – da Anna Bandettini su Repubblica – : «Il nostro ruolo è questo, creare le condizioni, costruire i contesti, i termini entro i quali esaudire l’incontro. La costruzione di senso, la possibilità salvifica dell’arte, si realizza nello spazio tra il pubblico e gli artisti, tra la rappresentazione e la realtà, tra la visione e la partecipazione. Nelle domande nuove che sorgono, nelle risposte che mancano, nello scarto di comprensione che diventa libertà di pensiero, di critica, di scelta. Che fa dell’individuo un animale politico. Non andrà meglio, non arriveranno più soldi, non finirà la crisi domani, non saliremo improvvisamente di grado nell’agenda politica. Ma continuiamo a cercare quell’incontro…». Un “incontro” avvenuto nel 2015 con il Teatro Stabile dell’Umbria – scrive nella lettera appello la direttrice del Festival – « … dove abbiamo stretto un accordo triennale. Noi trasferivamo a loro la titolarità del contributo FUS e regionale storicamente assegnati al Terni Festival, loro ci sostenevano finanziariamente e operativamente”. Un accordo non rinnovato per decisione del nuovo direttore del TSU, Nino Marino che di fatto mina la possibilità di far partire la nuova edizione prevista a settembre.

L’archivio di Rumor(s)cena restituisce altre parole significative nel descrivere questa realtà artistica. Così scrivevo nel 2011 per presentare il festival, la prima volta a cui presi parte invitato pochi mesi dopo aver aperto il sito: il teatro è il luogo per eccellenza dove, nonostante difficoltà di sostegno economico, nasce la creatività artistica che volge il suo sguardo verso la scena della creazione contemporanea. Subisce le influenze tipiche della società in cui viviamo, le fa sue, e le trasforma in produzione e idee da condividere con il pubblico che sostiene, ammira, partecipa, questo genere di arte. A Terni si svolge uno dei festival più rappresentativi della scena nazionale, con un cartellone di respiro europeo.

La città viveva un fermento incredibile e il susseguirsi degli spettacoli in programma davano la misura di come avessero lavorato con grande professionalità, puntando ad una qualità artistica consolidatasi negli anni. Ora però tutto quell’impegno e dedizione appare qualcosa che sta per svanire e rischia di essere cancellato per sempre. «Ci siamo trovati senza finanziamenti e istituzionalmente isolati in un momento di profonda transizione politica cittadina – si legge nel documento – e ha ancora senso “resistere” su territori di confine per proporre un’offerta culturale innovativa e contemporanea? Ora ci chiediamo: cosa sarebbe successo se non avessimo chiuso l’accordo con il TSU nel 2015? Quale deve essere il ruolo di una istituzione culturale regionale come il TSU nei confronti delle altre organizzazioni culturali del territorio in cui opera?» E l’appello viene rivolto alla Regione Umbria: «Chiediamo alla Regione, che nel 2006-2007 ha contribuito a farlo nascere, di intervenire con un contributo che permetta il realizzarsi della tredicesima edizione del festival, nonostante il mancato apporto del TSU. In attesa di un nuovo pensiero di governo sulla città abbiamo bisogno di sentire quale è il pensiero del governo regionale sul festival.»

Lo chiedevano già nel 2012 quando, presentando il programma, la direzione scelse di assumere “una vera e propria assunzione di responsabilità, un invito all’azione, al prendere una posizione”. Settima edizione con ben 12 nazioni partecipanti e 36 artisti ospiti: «Non è da tutti avvalorare il progetto artistico cogliendo anche l’opportunità di riflettere sul sul ruolo e sulla responsabilità dell’arte e dell’individuo nella costruzione della scena politica del futuro, tra crollo delle vecchie ideologie e nascita di nuovi sistemi. Un invito rivolto anche agli artisti che nel loro lavoro ricercano nuove strategie politiche, indagando il ruolo dello spettatore nelle dinamiche di potere della scena, con la ferma convinzione che ci sia sempre più bisogno di “prendere parte”, nel doppio senso di “partecipare” e di “scegliere“ »

Senza dubbio una presa di posizione netta che portò la direzione artistica del festival a ragionare intorno ad un tema specifico e di farlo nell’arco di un biennio. Pensato come un “Atto Politico”, ovvero la messa in pratica di strategie politiche nell’arte e viceversa di strategie artistiche nell’attivismo politico. Senza caratterizzarsi per una rassegna di teatro “politico” o “civile”.

Nato come momento di rilancio di una strategia orientata all’identificazione di Terni per farne un polo della contemporaneità, attraverso il completamento del processo di rigenerazione delle aree industriali dismesse, il CAOS, (Centro arti opificio siri, sede del festival) è nato dalla riconversione della vecchia fabbrica chimica SIRI in un innovativo centro culturale di sperimentazione culturale con una rilevanza europea. Ma evidentemente questo non basta più per impedire una scelta incomprensibile e ingiustificata da parte di un ente teatrale – culturale su cui aveva investito. Tornano utili ancora le parole pronunciate nel 2015: L’Europa intera deve essere ovunque un rifugio per i cuori infranti” – così il poeta Robert Montgomerydichiara simbolicamente nell’alzare il sipario sulla decima edizione del Terni Festival, festival Internazionale della creazione contemporanea. Parole in caratteri di grande formato fissati su una bacheca in legno, incendiate davanti ad una folla di spettatori e operatori culturali, incidendo significato e espiandone la condizione di causa. Rito collettivo di purificazione. A sancire e vivificare artisticamente (un’installazione dal titolo Fire Poem) la materia concettuale, sociale, intenzionale di un evento profondamente radicato negli assetti comunitari cittadini. Città di provincia Terni, ottantamila abitanti, tesa verso uno sviluppo imprescindibile dal fare culturale. Dieci anni che hanno tracciato traiettorie nuove nella fisionomia identitaria e civica. Suggerendo rinnovate proposte di intercomunicazione, mediando contatti tra genti attraverso l’incisività dell’atto teatrale: un atto per la polis, per l’io, per riconoscersi in altre sembianze. Mutamenti di coscienze.

Quelle attuali… decise a cancellare Terni dalla mappa dei festival, si interroghino ….

Per sottoscrivere la lettera e firmarla: http://bit.ly/appelloTerniFestival

 

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