cinema — 16/01/2020 12:16

“Marriage story”: storia di un matrimonio e della sua fine

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RUMOR(S)CENA – MARRIAGE STORY – NOAH BAUMBACH – L’ultimo film di Noah Baumbach “Marriage story”, (sei canditure ai Golden Globe), si apre con una sequenza di momenti dolci e spensierati nell’ambito del matrimonio tra i due protagonisti: Charlie Barber (Adam Driver) è un regista teatrale newyorkese di avanguardia, mentre Nicole Barber (Scarlett Johansson) è sua moglie, fonte di ispirazione e interprete preferita, non fosse altro che ricopre il ruolo di prima attrice anche nella sua compagnia teatrale. Sono sposati da dieci anni ed hanno un figlio di otto anni, Henry (Azhy Robertson). Nicole si è trasferita da Los Angeles a New York per amore di Charlie, al quale ha però richiesto più volte di poter tornare nella città natale ma senza successo. Nel momento in cui ottiene l’opportunità di prendere parte al pilot di una serie televisiva proprio a Los Angeles il loro rapporto si incrina: la donna porta con sé il figlio e chiede al marito il divorzio, proprio mentre lui sta per portare a Broadway il suo ultimo spettacolo teatrale. La regia e la sceneggiatura di Noah Baumbah sono abili nello svelare, con accorta lentezza, la morte naturale ed inevitabile a cui andrà incontro il matrimonio della coppia, interpretati mirabilmente ed in maniera rotonda per mimica facciale, intensità e picchi drammatici da Scarlett Johansson e da Adam Driver.

Il film inizia appunto con una serie di fotogrammi felici del matrimonio dove in sottofondo i due protagonisti leggono a turno cosa hanno amato o amano ancora dell’altro, esercizio che viene suggerito dal loro terapista di coppia per giungere ad un accordo consensuale di separazione escludendo qualsiasi intermediazione legale. Così non sarà. A sconvolgere i patti iniziali sarà proprio Nicole, la quale opterà inizialmente per il trasferimento insieme al figlio a Los Angeles e poi per l’avvio di una procedura legale di divorzio, ingaggiando come avvocato la più spietata del mercato: Nora Fanshaw, interpretata da Laura Dern, bravissima nel ricoprire il ruolo di una self made woman e femme fatale, a tratti materna ed amorevole (con il cliente) e a tratti cinica ed aggressiva (con la controparte).
La sceneggiatura offre una valida spalla ai due attori protagonisti nell’interpretare ruoli diversi: la Johansson riveste i panni di una donna fragile, che ha vissuto grazie al genio ed alle intuizioni artistiche del marito ma essendo stanca di dipendere totalmente da lui per qualsiasi decisione personale e professionale, decide con il mezzo più triviale posseduto di scegliere per conto proprio cosa fare della propria vita ed anche di quella del figlio messo in condizione di essere plagiato contro il padre. Driver restituisce l’immagine di un uomo geniale e di un padre amorevole, ancora innamorato di sua moglie (nonostante i tradimenti) e disposto a mettere in secondo piano la sua carriera teatrale pur di stare con il figlio ed ottenerne la custodia.

 

La costruzione della sceneggiatura viaggia secondo un crescendo per cui inizialmente a fronte di un accordo non raggiunto, i due si lasciano all’indomani dell’ultima replica dello spettacolo di Charlie. Nella scena in cui Charlie e Nicole siedono su poltrone diverse davanti al loro terapeuta di coppia, ne segue un’altra in cui sono seduti a due diversi tavoli dopo la fine dello spettacolo e poi, rientrando a casa, vanno a dormire uno nel letto e l’altro sul divano, a dimostrazione del fatto che la crisi è definitiva ed irrecuperabile. Oltre all’aspetto geografico e spaziale, il film offre anche una chiara caratterizzazione del percorso psicologico seguito: Nicole reagisce al matrimonio dove per lei rappresenta una gabbia personale ed artistica, e a seguire, la ribellione per poi affidarsi alla cura del suo avvocato, incapace di scegliere veramente per se stessa, per poi trasformarsi in un pescecane pur di togliere il figlio al suo ex marito. Charlie invece inizialmente accondiscendente e comprensivo, quasi remissivo in alcuni momenti, reagisce alla separazione con il dialogo per poi giocare allo stesso gioco di Nicole e capace quindi di scatenare una guerra legale senza eguali.

Memorabile e tale da rimanere nella storia del cinema è la scena madre del film, in cui viene rappresentato l’ultimo ed esasperato litigio tra i due nel nuovo appartamento di Charlie a Los Angeles. Inizialmente la scena parte piano e lo fa volutamente, nel corso del dialogo-non dialogo in cui i due iniziano a non ascoltarsi, le parole assomigliano a pallottole finché il confronto caricato all’ennesima potenza di tensione e di rabbia, esplode nel pianto e nell’urlo di dolore. Nel parte finale inoltre il regista decide di affidare loro un brano musicale: Nicole canterà con la sua famiglia a Los Angeles mentre Charlie lo farà davanti alla sua compagnia, cantando “Being alive” di Stephen Sondheim.
Il film ha per tutta la sua durata la lentezza inesorabile e necessaria per descrivere un amore che è giunto alla sua fine, non potrebbe essere altrimenti perché il rischio sarebbe quello di contaminare le prove in grado di portare a questo risultato. E alla fine quello che resta è una riflessione amara ma vera: tutto può finire, persino l’amore, ma se vogliamo provare a non farlo accadere cerchiamo almeno a parlare e ad ascoltare.

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