Spettacoli — 15/11/2021 at 10:33

William, che con l’arte ci mangiava

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RUMOR(S)CENA – SCANDICCI – FIRENZE – Che farebbe Shakespeare se vivesse ai giorni d’oggi? Girerebbe un bel blockbuster, magari uno di quelli strutturati, ma che faccia comunque vendere tonnellate di pop corn. Insomma più alla Tarantino che alla Herzog, diciamo una cosa alla Nolan. In ogni caso, per niente Branagh. Non è una provocazione, né tanto meno una suggestione: a dichiararlo è stato il Bardo in persona sul palco del Teatro Studio di Scandicci, durante l’intervista più improbabile che impossibile, che ha concesso ai Sotterraneo. A pensarci bene c’è poco da stupirsi: se oggi quasi chiunque sul globo terracqueo conosce il suo nome, è perché le sue storie e le straordinarie parole di cui sono composte, Shakespeare le ha sempre usate per intrattenere ogni genere di persona, aldilà del censo, delle origini e delle opinioni politiche. Per far parte del suo pubblico, c’erano solo due condizioni: esser pronti ad affacciarsi sull’orlo abissale dell’animo umano e naturalmente, a pagare il biglietto. Perché, udite udite, quelli erano tempi in cui con l’arte si mangiava.

Woody Neri, Shakespearology foto di Francesco Niccolai

L’ idea che sta alla base di Shakespearology è semplice e, in fondo, classica: Sotterraneo ha ricalcato la ricetta de Le Interviste Impossibili, la trasmissione radiofonica del 1975 curata per la Radio Rai da Lidia Motta, dove autori del calibro di Giorgio Manganelli o Luigi Malerba si ritrovavano a intervistare i fantasmi di grandi personaggi del passato. Ma evocando lo spirito di William Shakespeare, il gruppo teatrale fiorentino è riuscito a innescare una riflessione autocritica su cosa sia oggi il mestiere del fare teatro e, cosa più importante, a regalare un piccolo gioiello di spassosa intelligenza e disinvolta freschezza.

Nei panni del figlio del guantaio di Stratford, c’è un bravissimo Woody Neri: occhiale scuro da rocker anni 90, farsetto vampiresco e chitarra acustica a portata di mano. Neri, con una piacevolissima voce semi impostata, instaura da subito con lo spettatore un’intesa che promette tanto i lazzi del farsesco che lo spessore della provocazione. Promessa mantenuta, perché il suo William Shakespeare è un navigato saltimbanco che preferisce parlare di mestiere piuttosto che di ispirazione, un narciso che per specchio ha il raggiungimento del successo economico e sociale, o al più il fragore degli applausi ottenuti in vita, e poco si interessa alla gloria postuma della letteraria trascendenza. Con buona pace delle tre voci fuoricampo, i membri di Sotterraneo che lo stanno intervistando e che, a dire il vero, un po’ se lo aspettavano: “Più si legge e si studia di te, William, più ci si rende conto di quanto tu sia lontano da quell’immagine dell’autore romantico”. Il buon William liquidando ogni morbosa e celebralistica curiosità biografica: gli anni perduti? Si è arruolato in Marina e durante i suoi viaggi ha fatto amicizia con un prigioniero spagnolo di nome Miguel Cervantes, è stato un baleniere sulla nave di un tale Acab e poi, rapito da strani esseri alieni, ha potuto vedere certe cose, ma certe cose che voi umani…

Woody Neri, Shakespearology foto di Francesco Niccolai

No, non è per parlare degli anni perduti, o delle teorie complottiste sulla sua reale esistenza che Shakespeare è tornato in vita (“…anche solo per cinquanta minuti”) e lui stesso non intende farci sprecare il poco tempo a disposizione con domande stupide. Abbiamo di fronte un uomo di spettacolo, il più grande che ci sia mai stato e lo Shakespeare di Woody Neri rimette tutti in riga, tra gustosi battibecchi coi suoi intervistatori, cover acustiche di pezzi attraversati dal suo immaginario (da “Desolation Row” a “Exit Music for a Film”), un doppiaggio dal vivo del film “Romeo + Juliet”, e quel vulcanico frammento recital, dove il Bardo approfitta de “The Time Warp” del Rocky Horror Picture Show per gettarci testa e piedi nella Londra di fine 500. Quest’ultimo, in particolare, un momento riuscitissimo di pura e semplice bravura da parte di Woody Neri, che in un pugno di minuti riesce senza nessun elemento scenico a materializzare con gesti, canto e parole le puzzolenti strade di Bankside e la formicolante umanità che le frequentava.

Insomma, è davvero un bel tipo questo Bardo: un fantasma che sfugge al controllo di chi lo ha evocato e che controbatte puntuto ad ogni domanda. Ma ecco che, candidamente, ne rivolge una lui ai suoi colleghi del futuro: “Ragazzi, non ho capito. Mi state dicendo che con questo spettacolo, voi potete anche fallire?”. I ragazzi di Sotterraneo tentennano, prendono tempo: la questione è complessa perché oggi il mestiere del teatro è diverso, sai William, perché.. perplesso, William Shakespeare li guarda e attende una risposta.

Non c’è vergogna nel vivere in un’epoca dove la cultura è stata bene o male riconosciuta come una risorsa. Non dovremmo vergognarci se non serve più soffrire la fame per fare arte. In questo modo, se mai qualcuno si permettesse di dire che con l’arte non si mangia, invece di arrabbiarsi, gli si riderebbe in faccia, perché significherebbe semplicemente che non sa di cosa sta parlando. Un autore del seicento, che deve salire su un carrozzone per andare a esibirsi in provincia quando un editto fa chiudere i teatri di Londra, o un pittore della striscia di Gaza che dipinge usando l’olio motore, non sono più ispirati di noi ma solo meno fortunati. “La fame” figurata che diciamo che ci manca, altro non è che la “fame” letterale a cui quella persona sprovveduta si riferisce, niente di più.

Non bisogna usarla come scusa. Quando si stava peggio si stava solo peggio. Uno spettacolo semplice ma ben fatto, scritto con cura e splendidamente eseguito come Shakespearology, riporta la questione al suo posto. È un mestiere, è saper fare quello che si può con quello che si ha. Abbiamo molto, vediamo di potere. Per favore.

Visto al Teatro di Scandicci il 12 novembre 2021

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