Antonio credeva in un’Europa unita e inclusiva e lo raccontava con passione in radio

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RUMOR(S)CENA – ANTONIO MEGALIZZI – TRENTO – Antonio credeva in un’Europa unita e inclusiva e lo raccontava con passione in radio. Non è facile raccontare chi era Antonio Megalizzi, non avendolo conosciuto di persona e tanto meno aver avuto la fortuna – perché di fortuna si tratta – di collaborare con un giovane entusiasta del suo lavoro di reporter radiofonico ma, soprattutto, innamorato di un ideale che diffondeva ovunque: la passione per un’Europa unita, inclusiva e capace di trasmettere valori di coesione politica, sociale e culturale. «Antonio ci credeva e lo faceva per passione in modo ‘pulito’, con entusiasmo e riusciva sempre a motivare, argomentare ogni suo pensiero con senso critico, costruttivo. Lo dimostrava nell’impegno e dedizione verso il suo lavoro. Sempre.» – ci raccontano i genitori Domenico e Anna Maria, la sorella Federica e la fidanzata Luana Moresco – in una lunga conversazione che si fa ascolto rispettoso del loro dolore profondo e composto. Le parole rivelano quanto sia stato generoso e altruista, Antonio, nel dedicarsi sempre a chi chiedeva il suo aiuto, la sua conoscenza delle scienze umane e sociali, pronto a partire seduto in un pullman per conoscere e studiare sotto l’egida delle politiche europee. La sua voce era lo strumento per raccontare un’Europa diversa da chi la vorrebbe frammentata e incapace di ragionare come un’unica entità politico-economica; era uno dei giovani radio-conduttori di Europhonica collegata a RadUni, l’associazione che riunisce le radio universitarie italiane. «Amava la radio fin dai tempi del liceo e diceva sempre: “perché non mi hanno fatto nascere prima?”, sapendo come la radio fosse stata in passato un mezzo di comunicazione fondamentale – spiegano Federica e Luana – (con le quali Antonio aveva anche un ruolo di tutor nel creare progetti da condividere insieme, ndr) e si confrontava con i telegiornali di tutte le reti e ogni media per non farsi influenzare. Era un convinto pluralista dell’informazione e avevamo un approccio europeista condiviso, in simbiosi, perché le sue passioni sono diventate le mie e viceversa». «Quando ho conosciuto Antonio – ci dice Luana – (laurea magistrale in Studi Europei e Internazionali e un master in Management Politico, ndr) lui era molto attento alle parole tanto da aver perfino seguito a teatro un corso di dizione per parlare correttamente alla radio e nel 2017 aveva anche iniziato un master in Studi Europei e Internazionali con l’intento poi di andare a vivere a Bruxelles. Ha fatto tutto questo per il giornalismo italiano».

Antonio Megalizzi

Non c’è mai enfatizzazione nel raccontare chi era Antonio e lo si percepisce dalla modestia e discrezione percepita da tutti i suoi famigliari nel rispondere alle nostre domande, a volte superflue, per conoscere la biografia di un giovane di soli 29 anni, la cui esperienza così ricca di impegni e sogni dimostra una sola cosa: la determinazione di realizzare, attraverso una radio europea capace di trasmettere in tutte le lingue, una politica europeista quanto rispettosa delle differenze. A confermarlo non lo dicono solo i suoi cari e amici più vicini, ma anche i tantissimi messaggi depositati sul suo profilo social, segno evidente del suo carisma di persona che ha agito con la consapevolezza di non emergere come unico protagonista ma spinto da un desiderio di creare comunità e inclusione d’intenti. Uno dei messaggi più significativi è quello di Andrea Fioravanti, un collega che lo conosceva bene: il 15 dicembre 2018 gli ha dedicato su Facebook una lettera che testimonia con sincerità le sue doti: «Se scrivo è solo perché tutti devono sapere chi abbiamo appena perso. Antonio non era solo un collega o un amico: era un fratello. Era il migliore di tutti noi. Amava la radio, la politica, il giornalismo, l’Europa. Chi non lo conosce non apprezzerà mai la sua voce unica, il suo sguardo ironico sul mondo, la sua grazia ed empatia con le persone, la sua voglia di raccontare la realtà». Tanto da rinunciare anche al sonno: «Stava tutta la notte sveglio ad ascoltarmi per aiutarmi a studiare – racconta ancora Luana – era come una spugna capace di assorbire tutto senza mai annoiarsi. La sua curiosità lo spingeva a voler imparare e conoscere».

Lo conferma anche Federica che conosceva bene le sue abitudini quotidiane avendo vissuto insieme nella casa dei genitori, dove si nutrivano anche di sapere e informazione: «Era sempre in ascolto e teneva la radio accesa anche quando avrebbe dovuto dormire di notte, poiché credeva che dormire fosse uno spreco di tempo e, quindi, improduttivo. Commentava le notizie e ci metteva nelle condizioni di dare sempre la nostra opinione e di confrontarla con le altre. Mi sosteneva anche quando stavo scrivendo la tesi (laurea in Studi sulla Sicurezza Internazionale, ndr), spronandomi a portare avanti il mio lavoro con parole di incoraggiamento. Antonio era una continua fonte di sostegno, capace di leggere tutti gli articoli pubblicati per cercare ogni notizia, anche la più nascosta. Noi tre (insieme a Luana, ndr) ci confrontavamo sempre, sostenendoci e cercando di fare squadra. Non è facile parlare per mio fratello perché lui era migliore di tutti noi nel comunicare. Nel 2015 era stato selezionato per partecipare all’Alpeuregio Summer School a Bruxelles, sul tema “Politiche e istituzioni dell’Unione Europea” per conoscere il funzionamento della realtà europea dall’interno. Poche settimane gli erano bastate per evidenziare, a suo parere, “un notevole problema nella comunicazione dell’Ue, che spesso non prova neppure a spiegare il suo operato”...».

Per Antonio era la radio lo strumento più efficace per far capire l’importanza della politica europea. «Noi crediamo ad una radio europea da diffondere via web 24 ore su 24 in tutte le 24 lingue (ceco, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco, ungherese, irlandese, bulgaro, rumeno e croato, ndr) e tutti i ragazzi che abbiamo conosciuto a Bruxelles avrebbero potuto partecipare per raccontare cos’è l’Unione Europea e spiegarla con un linguaggio semplice, diretto. Antonio non ha mai voluto vendere l’immagine di un’Europa perfetta, ma si è sempre impegnato, attraverso il suo lavoro in radio, per stimolare un maggiore impegno sociale e un approccio costruttivo verso un’Europa più forte e più presente». E lo dimostra il suo curriculum ricco di esperienze realizzate nella sua breve vita: «Lavorava per svariate emittenti radiofoniche locali e nel 2015 aveva partecipato al primo bando di Europhonica, dove era stato in seguito nominato caporedattore e, più avanti, direttore editoriale oltre a coordinatore del progetto con il compito di migliorarne l’efficacia. Lavorava frequentando l’università perché non voleva essere aiutato economicamente; per lui essere indipendente e completamente autonomo era una condizione d’obbligo personale, voleva farcela con le sue forze»

La narrazione dei ricordi appare come un racconto in cui è necessario alternare il silenzio alle parole, quel silenzio che fin dal primo giorno della scomparsa di Antonio ha protetto la sua famiglia da “invasioni” mediatiche oltre ogni limite a cui un giornalismo serio e professionale non potrebbe mai aderire. L’etica del rispetto per il dolore altrui e la privacy di chi sta soffrendo non deve mai cedere ad un’informazione oltre ogni confine deontologico, spesso travalicato dai media alla ricerca esasperata di pubblicare una fotografia o un commento rilasciato controvoglia. Antonio conosceva bene anche questo rovescio della medaglia nella professione che aveva scelto di intraprendere. «Produceva il giornale radio delle sei di mattina prima di andare a lezione in facoltà e, appena conclusa, partiva per lavorare in radio a Rovereto, dove faceva di tutto: speaker, autore e direttore artistico e commerciale, praticamente ogni ruolo complementare che potesse servire all’azienda. Mai sazio di conoscenza, si era iscritto alla Magistrale a Trento con l’intento di comunicare meglio il lavoro dell’Unione Europea – ricordano entrambe Federica e Luana –, anche attraverso i social, per fornire a tutti gli strumenti per una più approfondita comprensione di una realtà complessa. Rispondeva ai commenti cercando di fornire dati oggettivi in un’epoca segnata dalla disinformazione e si dedicava ogni giorno a spiegare anche cosa fossero le fake news, sia con i conosciuti che gli sconosciuti, offrendo consigli per gestire i social in modo intelligente. Parlavamo spesso di quanta disinformazione e falsificazione delle notizie circoli su Facebook e di come le cosiddette bufale, una volta segnalate, vengano al massimo rimosse.

Antonio rispondeva personalmente a tutti, traendo e offrendo spunti di riflessione, confrontandosi volentieri anche con chi aveva un’opinione diversa. Inoltre, ci teneva a scrivere delle mail per segnalare quando leggeva qualcosa che non corrispondeva alla realtà dei fatti. Per lui era un’esigenza inderogabile e ci spingeva ad essere migliori e fare sempre meglio. Aveva una notevole capacità comunicativa, un’impareggiabile ironia contraddistinta da un tocco pungente, ironico, elegante, competente. Ora gli amici stretti di Antonio portano questa responsabilità e l’esigenza di essere migliori, di cercare di esserlo anche per lui».

Chi ora deve portare avanti i suoi progetti sente, infatti, la responsabilità dell’eredità da lui lasciata e per questo è necessario trovare la massima condivisione su come gestirla e la Fondazione Antonio Megalizzi, che nascerà a Trento, deve trovare nei suoi famigliari e in Luana l’approvazione totale. «La Fondazione non dovrà solo ricordare Antonio ma il suo intento deve essere quello di portare avanti i suoi progetti promuovendo formazione e informazione. Crediamo in una scuola capace di formare uno spirito critico autonomo e consapevole dove ognuno possa esprimere le proprie idee in modo costruttivo. Ci dobbiamo impegnare a pensare di più, perché Antonio ci avrebbe detto di riflettere e di pesare le parole ogni volta prima di parlare. La scuola rappresenta il luogo di partenza per perseguire questi obiettivi ed è per questo motivo che la Fondazione si propone di collaborare soprattutto con il mondo scolastico ed accademico, in modo da accrescere la responsabilità civile e sociale dei giovani».

L’incontro con Domenico e Anna Maria, genitori dediti a far crescere i loro figli con la modestia di chi si deve impegnare a studiare prima di insegnare, la sorella Federica e la fidanzata Luana, ora portavoci del lascito di Antonio, svela anche particolari inediti della vita di questo ragazzo dal volto sempre sorridente: «Dormiva cinque ore a notte e ricordo che si era preso un giorno libero da impegni per ripetere insieme a me lo studio per un esame – racconta Federica a lui bastava un caffè per andare avanti per ore. Anche quando siamo andati in montagna due giorni – prosegue Luanaha trovato il tempo, oltre a lavoro e studio, di leggere un libro per piacere personale. Per lui la cultura non doveva essere una mera necessità accademica, bensì un bisogno vitale. Per Antonio era importante la conoscenza e, nonostante avesse una vita frenetica e continuasse a informarsi 24 ore su 24 senza mai cedere alla stanchezza, creava nuovi format e progetti da realizzare. In passato è riuscito ad ottenere 48 crediti in un mese e mezzo in vista della laurea triennale, continuando a dedicarsi al lavoro e alla scrittura.

Tra i tanti elaborati, emerge un saggio sulla comunicazione politica e l’analisi dei partiti principali, dei loro linguaggi e di come sia cambiata la vita politica attraverso l’avvento dei social. Ma Antonio era anche una persona testarda, un bastian contrario e lottava sempre per i suoi ideali. Ci dava sostegno ad entrambe per spronarci a sostenere gli esami e realizzare i nostri progetti. Per me (parla Federica, ndr) e gli altri l’obiettivo era quello di laurearmi; per Antonio era qualcosa di più, un obiettivo metadisciplinare e passava dalla teoria alla pratica occupandosi anche della parte creativo-artistica, delle scenografie degli eventi per la radio, alla musica per contestualizzarla. Insisteva sul problema della comunicazione in generale e desiderava risolverlo soprattutto grazie ad Europhonica. Siamo passati dall’entusiasmo all’amarezza. Alla perdita. Ma non si può tornare indietro».

Ci congediamo con queste parole dall’incontro che ci ha permesso di conoscere meglio chi era Antonio e chi ora deve proseguire sulla rotta da lui tracciata: si chiama libertà di informazione, pluralismo delle idee, passione politica che costruisce “ponti” e non alza “muri”.

Antonio è nato il 15 maggio 1989 e oggi avrebbe compiuto 30 anni .

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