Danza, recensioni — 14/09/2019 08:11

“Augusto” o la risata del vuoto esistenziale

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RUMOR(S)CENA – AUGUSTO – TEATRO ARGENTINA – ROMA – La nostra società sta vivendo una grave crisi di identità: i partiti non hanno cura di un dèmos ma dei propri tornaconti; corpi di uomini scivolano nella acque come fossero caramelle; la felicità è in promozione su campagne di piattaforme virtuali come merce da elargire. Ne consegue che i cittadini si ritrovano disorientati come pedine, sbattute fuori dal loro stesso diritto di vivere e hanno perso le bussole vacillando in attesa di un’indicazione, senza un obiettivo senza un punto di ritrovo comune. Gli specchi non restituiscono la verità dei caratteri semplicemente perché si frantumano e ne emerge una totale fragilità portando, spesso, all’assenza di qualsiasi respiro.

Non c’è ascolto, confronto, desiderio di silenzio nell’attesa. La fretta avanza e mangia qualsiasi passo che deve essere più veloce dell’uomo al nostro fianco, lo stesso che magari nemmeno più vediamo. I demoni dentro di noi avanzano e non c’è possibilità di rimediare con una sutura alle innumerevoli crepe da cui trasuda il sangue di una mancanza di coscienza che sembra, ripetutamente, scivolare dalle mani, come una coreografia dettata da un potere. Nessuno più ascolta, nessuno più parla. L’ego prima di tutti è da sfamare. Chiunque ne è cosciente anche il più speranzoso. E nel frattempo le pieghe della fronte e le parentesi sul viso diventano più marcati al punto da creare maschere di un’ ipocrisia che ci aiuta a celare il dolore soffocato da beni di plastica, destinati al consumo e giudizio veloce.

 

© Alice Brazzit

Si ride per non pensare. Si ride perché è più semplice che reagire a una mancanza, a un dolore, forse. Si ride del niente perché il niente riempie facilmente, non richiede sforzo alcuno né impegno.

Il Leone d’oro alla carriera della Biennale Danza 2019, Alessandro Sciarroni, ha presentato sul palcoscenico del Teatro Argentina di Roma, Augusto, spettacolo ospite della rassegna sulla coreografia contemporanea, Grandi Pianure curata da Michele Di Stefano. Nove performer entrano dalla platea e salgono sul palcoscenico. A uno a uno iniziano a camminare in cerchio, quello stesso che ricorda il training attoriale di riscaldamento. Ciascuno di loro ride, incessantemente. La risata che si percepisce fa immediatamente pensare a una forzatura dell’essere umano come voler nascondere un marcio interiore, un bisogno di ascolto e di amore. I nove in scena ridono insieme, muovendosi a volte all’unisono, a volte no. Anche in platea, dopo circa venti muniti, si avvertono risate: “di cosa, esattamente, stiamo ridendo?” verrebbe da chiedersi.

© Alice Brazzit

Del niente, di un vuoto incolmabile in una società tremendamente fragile come calici di cristallo in pieno terremoto, in cui le scosse mettono a dura prova l’incolumità dei suddetti. Sono uomini e donne che corrono per evitare mostri interni che li porta a volte a urla di liberazione ( o disperazione); oppure a interpretare schiaffi ricevuti come un gioco da evitare e, il miglior modo per farlo è quello di andare avanti in questo cerchio di risate. Quello che appare subito evidente all’occhio sono i costumi degli attori: otto di loro indossano pantaloni jeans chiari e maglie o camicie bianche. Uno solo, invece, ha una felpa nera. Una eco di richiamo immediato. Un punto nero, diverso su quel telo bianco. I primi possono evocare la leggerezza dell’umanità, il volersi unire, farsi forza nel sorridere e, poi, ridere di questo mondo che è un paradosso, provando a coinvolgere quel “nono”, quell’ultimo che, invece, si capisce fin dall’inizio sarà il portatore del cambio di registro dei sessanta minuti della performance. Lui incapace, goffo, inabile nel fingere che vada tutto bene. Impacciato come Augusto, appunto, il pagliaccio nero che per la tradizione circense, è il buffone, senza però esagerare, seguendo la guida vigile che gli viene suggerita, in contrapposizione a quello bianco, il nobile e poetico.

 

© Alice Brazzit

Augusto, a un certo punto,  rompe la coreografia corale emarginandosi al lato del proscenio, dando le spalle alla platea intera e iniziando a singhiozzare. Un pianto che si percepisce vero, quasi sembra di vedere il palcoscenico bagnato, mentre lui, chino, non riesce a guardare più i compagni. Questi sospendono un movimento che allude al “non vedo, non sento, non parlo” e rivolgono la loro compassione verso il compagno per cercare di aiutarlo, riuscendovi e provando, forse per una volta una vera risata collettiva.

Augusto restituisce esattamente la società in cui viviamo composta da infiniti microcosmi di egoismo con la trovata della ripetizione di una risata finta, poco nobile, se vogliamo, che scade e si tramuta in un grido di dolore, in una crepa necessaria (e verrebbe da dire “ce ne fossero di Augusto!”) che frantuma qualsiasi forza e mette in risalto la debolezza, di cui è necessario anche andarne fieri per una ricostruzione in un insieme, parola cardine nel mondo circense, per esempio, mondo caro e riecheggiato da Fellini (le atmosfere del circo, infatti, influenzano l’intera opera cinematografica felliniana).

Augusto
di Alessandro Sciarroni
con (9 performers in alternanza) Massimiliano Balduzzi, Gianmaria Borzillo
Marta Ciappina, Jordan Deschamps, Pere Jou, Benjamin Kahn
Leon Maric, Roberta Racis, Matteo Ramponi
musica Yes Soeur! disegno luci Sebastien Lefèvre

Visto al Teatro Argentina di Roma l’8 settembre 2019

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