Teatro, Teatrorecensione — 14/05/2014 16:48

Les fluers du bien ou du mal? Le Orchidee di Pippo Delbono

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Orchidee di Pippo Delbono

Orchidee di Pippo Delbono

PRATO – No, dico vi sembra un annuncio normale, quello dei teatri “convenzionali”?  “Signore e Signori lo spettacolo sta per iniziare. Vi preghiamo di spegnere i vostri telefoni cellulari, di non fare video e di non scattare foto e vi auguriamo una piacevole serata”. 

No dico ora che ci avete fatto caso, forse per la prima volta in vita vostra, pensate davvero che si tratti di un annuncio normale?  A porre questi filosofici quesiti, che scardinano l’etica e i misteriosi meccanismi dei teatri italiani è Pippo Delbono.

In effetti riflettendo un attimo sulla domanda, forse questi annunci sono normali. Almeno per gli abbonati del turno A, gli amanti dei classici classici, o moderni o modernizzati a pacchetto chiuso, non del suo spettacolo, che infatti sta nel cartellone sì, ma insieme agli altri spettacoli che fanno parte della famiglia degli alternativi. Gli spettacoli che piacciono di più agli abbonati del turno B, che alla faccia del pacchetto chiuso imposto dal teatro preferiscono fare autonomamente selezione culturale.

Così Delbono scivola ed entra nel vivo del suo racconto. Non è un’opera, se per opera intendiamo la finzione teatrale. Sembra più che altro una sequenza infinita di spezzoni di un film, il suo, che il regista-attore racconta come un treno in fuga, partito però da una sola ed unica stazione: la madre. La donna alla quale deve tutto, dall’ indole loquace ed egocentrica al mestiere che ha scelto per se stesso. Delbono non avrebbe potuto fare altro nella vita se non l’attore, ma non l’attore del teatro teatro. L’attore che racconta storie, anche personali, e le fa vivere agli spettatori, che hanno così la fortuna o la sfortuna di farle proprie. “Mia madre avrebbe voluto che mi laureassi e che poi mi sposassi. Ho fatto, ovviamente, tutto l’opposto. -ironizza Delbono- Mia madre mi ha apprezzato soltanto quando è stata vicina alla morte, dicendo ad una compagna di letto: mio figlio sarà anche un bravo attore, ma nella vita non sa fare proprio niente”.

Dalla sua postazione in alto, da cui domina tutto, Delbono racconta così scene della sua vita. Il teatro per lui non può essere distante dalla vita, può essere soltanto un fluire continuo. Racconta di sé, nato a Varazze da madre insegnante. Racconta dei suoi artisti, di Bobò con cui lo scorrere del tempo è stato così clemente da avere intrappolato la sua vecchiaia in un’istantanea di alcuni anni prima. Oppure della ballerina che ricorda la passione della nonna per Parigi e per i quadri di Monet, Manet e Velasquez. Di Grazia, siciliana di origine e danese di adozione, che balla senza delle regole precise. Perché regole non esistono nella comunità di Christiania, dove lei è emigrata scegliendo uno stile di vita libero. E infine della madre che prima di morire, nel suo letto di ospedale, riesce a trovare la forza per citare San Agostino e per dire al figlio che non è necessario disperarsi. “Non ti sto abbandonando, ti ho soltanto preceduto”.

Tanti pezzi quindi che insieme descrivono un grande amore, quello che non possiamo ingabbiare e per cui non sono state ancora inventate le parole giuste. Quello che una signora parigina chiese a Delbono di raccontare, nel prossimo spettacolo che avrebbe scritto e diretto. Questo spettacolo è appunto Orchidee. I fiori del titolo e che Delbono mostra attraverso diversi screenshot, sono fiori del bene e del male. L’orchidea non è solo poesia in mezzo ad una tempesta di neve, ma trae origine dal mito di Orchide, un giovane sensuale ed aggressivo, morto suicida a causa della sua ambiguità, percepita da tutti come una forma di minaccia sociale. Cos’è dunque l’orchidea se non pura ambiguità? Bellezza e morte, come le mantidi religiose che si trasformano in fiori per uccidere l’amante o le dita della madre morente, intrecciate come i fiori tra cui muore Ofelia nell’Amleto di Shakespeare.
Nonostante Delbono non ami il teatro tradizionale, il suo testo straborda di citazioni:  Dante, Shakespeare, Čecov e Kerouac si alternano ai Deep Purple, Joan Baez, Nino Rota e Pietro Mascagni.

“Se proprio dobbiamo giocare e divertirci –dice Delbono- meglio farlo allora nella propria verità, anche se brutta oppure assurda. Meglio giocare e recitare noi stessi, anche se abbiamo perso il senso del tempo in cui viviamo”. Per quanto non sia possibile vivere in questo mondo, non c’è altra soluzione disponibile, né un altro posto per vivere. “Anche mia mamma se n’è andata perché non capiva più il senso di tutto questo, compreso quello di Facebook e di Youtube”.

E allora come sopravvivere a questo tempo senza tempo? A questo vuoto che non ci appartiene? Attraverso l’amore per tutto, per le persone, per i luoghi, per la vita. Imparando dal niente e da chi non ha niente per vivere, come le donne africane, che cantavano e ballavano mentre vendevano pochi oggetti per strada.  Attraverso la diversità, che diventa forma d’arte. Abbraccio tra due uomini nudi. Mille voci nel silenzio. Ballo senza tregua. Pazzia.  Perché sì, le uniche persone che in fondo esistono sono i pazzi. I pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, quelli che non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano. Come gialle candele romane nel silenzio della notte.

Visto al Teatro Fabbricone di Prato il 28 marzo 2014.

Orchidee
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò,
Margherita Clemente, Pippo Delbono,
Ilaria Distante, Simone Goggiano,
Mario Intruglio, Nelson Lariccia,
Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella

immagini e film Pippo Delbono
luci Robert John Resteghini

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Nuova Scena-Arena del Sole-Teatro Stabile di Bologna, Théâtre du Rond Point-Parigi, Maison de la Culture d’Amiens-Centre de Création et de Production.

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