musica e concerti — 11/12/2021 at 16:53

Suggestioni ipnotiche e sinestesie al Node Festival di Modena

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RUMOR(S)CENA – MODENA – NODE Festival , una rassegna dedicata all’incontro delle arti visive con la musica digitale, a cadenza biennale dal 2016, è tornata a Modena per la decima edizione, saltata l’anno scorso per la pandemia. Come sempre il programma comprende una serie di artisti di assoluto livello internazionale che fanno della multimedialità il cardine delle performance presentate, rendendola una delle manifestazioni più importanti del settore a livello europeo La prima serata si è divisa in due parti antitetiche tra loro per stile e tematiche proposte. Ad aprire un duo costituito da musicisti molto diversi tra loro, attivi sulla scena ambient e sperimentale da anni: il francese François J. Bonnet (in arte Kassel Jaeger), direttore artistico del GRM (Groupe de Recherches Musicales dell’Institut national de l’audiovisuel di Parigi), sperimentatore del suono sintetico in bilico tra musica elettroacustica, collage sonori e musica astratta, e Stephen O’Malley, che da due decenni alterna la sua attività musicale tra i suoni cupi e metallici del suo gruppo storico, i ‘Sunn O)))’, diventata una cult band del cosiddetto metal dark, e sperimentazioni sonore estreme, tra rumorismo, drone music dilatata e suoni distorti.

crediti foto Emanuele Coltellacci

Ne è scaturito un progetto che smussa gli estremi delle rispettive sperimentazioni, in cui la chitarra sempre distorta e stridente di O’Malley viene processata e filtrata dalle manipolazioni elettroniche di Bonnet, risultando tagliente ma in qualche modo contenuta. I suoni così dilatati si inseriscono su un tappeto sonoro ambient gelido e sinistro, solo occasionalmente alleggerito da aperture più serene, che riempie tutto lo spazio scenico, una penombra volutamente priva di immagini di accompagnamento, per un viaggio ipnotico in cui ognuno può ritrovare il proprio vissuto interiore.

crediti foto Emanuele Coltellacci

La seconda parte della serata vedeva l’esibizione di quello che è l’artista forse più atteso di tutta la rassegna, il giapponese Ryoichi Kurokawa, uno dei più grandi innovatori dell’interazione tra arte visiva digitale e musica elettronica, che presentava il suo ultimo progetto audiovisivo, intitolato “Subassemblies”, in cui immagini di edifici in rovina e spazi dismessi riconquistati dalla natura vengono elaborati al computer attraverso tecnologie 3D. Kurokawa è riuscito nel corso degli anni a creare un vero e proprio nuovo modo di interpretare i suoni e le immagini, grazie a tecniche digitali avanzate sviluppate attraverso le collaborazioni con diversi istituti di ricerca. Altri artisti contemporanei seguono da anni questa strada, coniugando immagini digitali ai suoni elettronici, come Ryoji Ikeda, Alva Noto, Robert Henke (presente anch’egli alla rassegna modenese), ma nessuno come lui riesce a coinvolgere il pubblico in maniera totalizzante, grazie a queste tecniche in cui le immagini possono essere percepite come suoni e i suoni come strutture architettoniche.

crediti foto Davide Sabbatini

In questa opera oltre allo schermo in cui si succedono le immagini digitalizzate tutto il teatro diventa uno strumento multimediale, grazie alla disposizione di numerosi fari stroboscopici posizionati sotto il soffitto e abbinati ad altrettanti speaker, attivati in modo sincrono ai suoni con effetti sorprendenti. L’inizio è composto da suoni a bassa frequenza interrotti da improvvisi sprazzi luminosi e boati che illuminavano la sala, per poi ampliarsi in un costante flusso di note sintetiche capaci di evolversi continuamente tra suoni caldi e freddi, mentre scorrevano le immagini di un bosco spettrale, in un bianco e nero che simula la neve. L‘immagine appare attraverso i meandri del bosco, introducendo lo spettatore in un mondo misterioso, rotto qua e là da improvvise interferenze sonore, poi la scena è cambiata totalmente attraversando edifici in rovina, residui industriali, case abbandonate, dove i detriti simulano un intricato bosco originato dalla incuria umana. Qui le strutture si sfaldano, implodono, in un bianco nero talora tinto di pallidi colori, sempre sostenuti e sincronizzati ai suoni ora morbidi e avvolgenti, ora glaciali, rotti da pulsazioni ritmiche. Infine i due scenari si fondono, la vegetazione invade e si impadronisce delle strutture fatiscenti, in costante equilibrio tra ordine e caos, fino ad un finale pirotecnico, dove le luci stroboscopiche illuminavano la sala e si succedono frenetiche all’unisono con suoni pulsati. Le immagini scorrevano sempre più veloci, destrutturate completamente, come a riassumere in pochi secondi tutto quello visto fino a quel momento, e i suoni riempiono lo spazio fino ad acquisire uno spessore quasi tattile, in un trionfo finale esplosivo.

Una vera esperienza multisensoriale, dove Kurokawa ha superato sé stesso portando all’estremo la sinestesia della sua arte unica.

Visto al Teatro Storchi di Modena il 7 dicembre 2021

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