spettacoli — 11/11/2017 20:59

Quando la “Mamma a carico ..” si traforma in un dramma brillante

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MILANO – Comincia in levare, “Mamma a carico – mia figlia ha novant’anni” di e con Gianna Coletti: come una commedia brillante, pur in quei tratti ironici, ma che fin da subito graffiano un po’ più della semplice risata. In principio fu il film “Tra cinque minuti in scena”, nel 2013 per la regia di Laura Chiossone, a cui fece seguito, nel 2015, il libro “Mamma a carico – mia figlia ha novant’anni”, (edizioni Einaudi), e a completare la trilogia, lo spettacolo teatrale, che ha debuttato, venerdì 10 novembre 2017, al Teatro Linguaggicreativi di Milano, dove resterà in scena, per due week end, fino a domenica 19.

Comincia in levare,Mamma a carico”, “…perché a battere”, nel senso di percuoter(ci) – e, in alcuni snodi esistenziali cruciali, pure ab-batterci o, almeno, provare a farlo – “è già la vita”, verrebbe da chiosare. Eppure, assistendo alla storia di Gianna e della sua mamètta Anna, quel che stupisce è la leggerezza. Era così nel film, che già in quel titolo – “Tra cinque minuti in scena” – condensava tutto: l’ansia della prestazione artistica, ma anche quella di uno stato d’allarme ininterrotto come di chi costantemente sappia che, da lì a poco, potrebbe succedere… E invece no: l’attesa si dilata e il tempo si cristallizza in un sospeso, in cui la catastrofe è ogni volta rimandata, sì, ma mai scongiurata del tutto. Così non resta che accoccolarcisi dentro, a quest’eternità asfittica, e provare a rendersela un po’ più confortevole; come si fa con una stanza in affitto, ma, che, alla fine, chiamiamo “casa”.

 

Interessante, per chi l’ha visto, il chiasmo fra film e messa in scena. Se, lì, il gioco era quello di farci spiare, intenzionalmente, dietro alle quinte della vita di un’attrice di teatro che, per un curioso effetto-Escher, portava in scena il ruolo-doppione di se stessa alle prese con l’anziana genitrice, qui, al contrario, protagonista dichiarata è la mamma a carico. Eppure sul palchetto, da cui non scende mai – quasi capitano di una nave, che non si può certo abbandonare proprio quando scivola, lenta ma inesorabile, verso il fondo -, instancabile mattatrice è la figlia Gianna. Narra, filtra, condivide, ironizza, prega… Impreca, a volte, quasi; a volte supplica e scongiura – con verità, ma senz’enfasi – quel Dio che, saggezza popolare insegna – e lo insegna anche la madre, in quei suoi spesso crassi proverbi, in un milanese spinto, che non si vergogna di chiamare le cose per nome, anche attraverso irriverenti metafore ardite e colorite -, sembra dimenticare chi diventa vecchio e brutto. Il tutto come fosse un flusso di coscienza, divertito e divertente, che nulla nega alla prosaicità anche spicciola come quella della madre, di cui racconta intenerite luci, ma non meno esilaranti ombre. Con un costante gioco di flash-back, parte dalla sua infanzia di “bambina prodigio”. “…Manco fossi stata Mozart!”, ironizza, non senza un tocco di delicata tenerezza verso i sogni di rivalsa della madre: Anna, come la Magnani di “Bellissima”. E poi ce lo racconta, a poco a poco, il perché di tanta ostinazione – in filigrana i sacrifici economici fatti per poterle dare una formazione artistica all’altezza -: diventare una soubrette così da regalarle una villa al mare – status symbol, che l’avrebbe ricompensata di tutto. Ma se avete negli occhi le immagini lacrimevoli, i toni cupi del verismo cinematografico o il senso di drammatica oppressione di certe pellicole alla Visconti, resettate tutto. Complice anche la regia di Gabriele Scotti – con lui la Coletti ha recitato in “Le poveracce”, insieme a Vanessa Korn e a una Beatrice Schiros, dalla verve graffiante non meno di quella di Laura Pozone, co protagonista, invece, in “Palloncini”, sempre dello stesso regista –, lo spettacolo si pone con tinte colorate e note brillanti, che in principio non ti aspetti, se ti sei fatto anche solo un’idea dell’argomento trattato.

scena dal film “Tra cinque minuti in scena”,

 

Eppure forse è proprio questo, l’elemento vincente – come lo era, anche se in maniera più discreta, nel docufilm, che adottava un registro più consono alla differente recitazione cinematografica. “Meglio è di risa che di pianti scrivere, ché rider soprattutto è cosa umana”, sosteneva Rabelais: ed è proprio questa, la scelta che non solo anzi tutto cattura il pubblico, ma lo fa accomodare sulle proprie sedute, lo coccola, rassicura, seduce e, solo quando il patto è rinsaldato, comincia a raccontargli un’altra storia. Non c’è malizia, in questo, solo l’applicazione della regola esperienziale, secondo cui le relazioni si formano per frequentazione, accrescimento e approfondimento; così la Coletti ci regala lo smisurato tempo di 80 minuti – durissimo, performare, per così tanto, nell’ininterrotta richiesta della modalità monologo –, durante i quali, pur senza perdere lo smalto brillante della commedia, i toni via via s’inspessiscono e la verità mostra la sua faccia più impietosa. Atroce, quel primo fotogramma tratto dal film, che all’improvviso mostra il volto scarnificato della sua regia, come la chiama lei con tenera ironia: quasi una maschera, consumata dagli anni e dalla vita, intrappolata in un fermo immagine ingigantito, che in un istante polverizzerebbe tutto quanto fino a qui, se fosse stato solo avanspettacolo o facile ironia. E, invece, quel bambino sdentato che, ride, in un sogno di Gianna, seduto sul letto e sprofondato nel suo pannolone, può finalmente essere riconosciuto per quello che è. Senza sdolcinato negazionismo, ma anche senza ingiustificati sensi di colpa, eccola: ora può riconoscerla. È la sua figlia novantenne, che dipende da lei – raggelante quell’ “Aiutami!” e poi: “Sei la luce dei miei occhi…”, le biascica, la madre cieca, intenerita forse dalla demenza -, in un abbraccio di dipendenza reciproca e reciproci bisogni di conforto e autonoma determinazione. Una madre che, nonostante tutto, non vuol morire e una figlia, che, giocosamente, prova a fare di tutto contro la demenza e poi contro la malattia – sempre sdrammatizzando con la mamma complice.

Gianna Coletti

 

Come restituire tutto questo in scena? Con la metafora della zattera – il palchetto coi pochi elementi essenziali e lo schermo, quasi una “vela” quadrata, non a caso gonfiata solo dalle immagini della vecchia-che-non-voleva- morire – e dell’oceano – ispirati a lui anche i versi dell’estremo commiato.
E poi quel passo funambolico – il procedere senza meta, ma anche senza cadere… – e quel navigare a vista, che hanno provato tutti coloro che hanno perso i genitori, firmano con tocco leggero, poetico e naïf al tempo stesso, la garbata regia di Scotti, che con misura valorizza e incornicia l’incontenibile strabordanza di una generosissima e altrettanto intelligente e capace Gianna Coletti.

 

 

 

Visto al Teatro Linguaggicreativi di Milano il 10 Novembre 2017

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