Contributi critici, Culture, Editoriale — 11/05/2022 at 17:11

Il Premio Strega e il veto del Ministero degli Esteri

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RUMOR(S)CENA – Il giorno dopo il dietrofront resta la pessima figura che ha fatto l’Italia “Anche il Ministero degli Affari esteri compila la sua lista di proscrizione: i più insigni italianisti russi vengono cacciati dalla giuria del Premio Strega – scrive Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano di mercoledì 22 maggio e dopo aver ricordato l’intervento di Olga Strada prosegue – (…) il vertice della nostra diplomazia fa marcia indietro. E, oplà, gli odiati servi di Putin sono reintegrati nello Strega. Il ritorno alla ragione e la fausta conclusione non cancellano la figuraccia epocale: nulla ha evidentemente insegnato il precedente tragicocomico del veto posto da una pubblica università al seminario su Dostoevskij di Paolo Nori, poi inutilmente ritirato”.

Fin qui il resoconto dell’accaduto che ha messo in cattiva luce sia il Premio Strega che l’intera amministrazione del nostro Paese. Ne avevamo scritto in precedenza su Articolo21 ieri spiegando come si è arrivati a tale decisione improvvida e maldestra. La notizia che il Ministero degli Esteri aveva escluso dalla giuria internazionale del Premio Strega sei su sette componenti scelti dall’Istituto italiano di cultura di Mosca, tra cui Evgenij Solonovich, ad Anna Jampol’skaja,tra i massimi italianisti e studiosi di letteratura, aveva indignato molti intellettuali ma anche semplici cittadini, le cui proteste si erano fatte sentire sia sui social che attraverso telefonate a vari programmi della radio Rai. Oggi il dietro front della Farnesina che fa sapere di aver ritirato il veto e di reintegrare tutti e sei i giurati (la settima persona è la direttrice dell’Istituto che rappresenta la cultura italiana in Russia, Daniela Rizzi) su pressione di Palazzo Chigi.

L’ennesima riprova di come si agisca con insensata logica e razionalità nel vietare a scrittori, studiosi, professori e artisti, di svolgere il loro incarico professionale e umano, sul suolo italiano, “colpevoli” di essere russi. Come se questo facesse di tutto il popolo russo il nemico della pace, o il belligerante in azione con le armi in Ucraina. La scellerata decisione di bandire dalla Giuria del Premio Strega gli studiosi della letteratura italiana, era stata denunciata su facebook da Olga Strada (figlia del celebre slavista Vittorio Strada) ed ex direttrice dell’Iic a Mosca (che si può seguire sul profilo Olga Viktorovna) con un severo commento in cui traspariva tutta la sua riprovazione: “Ho appena saputo che il massimo italianista russo, Evgenij Solonovich, che ha diffuso la conoscenza della nostra letteratura, tradotto i massimi scrittori e poeti dell’800, 900 e contemporanei, e ricevuto molteplici, prestigiosi premi e riconoscimenti in Italia e in Russia è stato escluso dal comitato organizzativo del premio Strega in quanto russo. Decisione presa dal nostro Ministero degli Esteri. Di fronte a queste decisioni insensate non posso che indignarmi! Cosa c’entrano Evgenij Solonovich e Anna Jampol’skaja con la questione bellica in atto? Tutto questo non ha senso!”. Dove sia il buon senso in questa vicenda non è da sapersi, se non accogliere con sollievo la decisione di annullare un provvedimento che politicamente appare come una sciocca ritorsione nei confronti del presidente Putin, salvo accorgersi appena subito dopo, che il danno lo subiva una delle più prestigiosi manifestazioni culturali in campo letterario italiano: il Premio Strega, dal quale era uscita la giustificazione del provvedimento di esclusione a causa del “momento di grande tensione internazionale”.

Evgenij Solonovich

Non c’era di meglio che crearne dell’altra a danno dell’immagine stessa dell’Italia. Senza tenere conto del prestigioso curriculum Evgenij Solonovich che ha 88 anni (nato tra l’altro a Sinferopoli in Crimea) che annovera tra i premi ai quali è stato insignito, il Premio del ministero della Pubblica istruzione (per la traduzione di Dante, 1966); il premio nazionale di poesia «Salvatore Quasimodo» (1969); il premio internazionale «Diego Valeri» (1980); il premio «Eugenio Montale» (1983); il premio Sabaudia (1988); il premio Mondello (2007); il premio nazionale per la traduzione del ministero per i Beni e le attività culturali (1996); il premio «Gor’kij» (2016); il premio Master (2012); il premio per la poesia della rivista «Oktjabr’» (2009); il premio Illjuminator della rivista «Inostrannaja literatura» (2001); il premio Venec (2011); il premio internazionale Puškin (2019); il premio «Kniga goda» (2011) e il premio «Anthologia» (2015). Il dottorato honoris causa in «Scienze del testo», conferito dall’Università La Sapienza di Roma e la laurea honoris causa in lingue straniere conferita dall’Università di Siena; l’onorificenza dell’Ordine della Stella della solidarietà italiana e il titolo di commendatore conferiti dal presidente Ciampi il 7 gennaio 2004 in occasione della Festa del Tricolore.

Olga Strada Viktorovna

Riconoscimenti che la stessa Olga Viktorovna che lavora al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale a Mosca ha pubblicato sul suo profilo facebook dove ha ricevuto centinaia commenti che lodano il suo intervento. Tra questi figura anche quello di Anna Jampol’skaja che scrive: “Sono rimasta perplessa perché dal Premio Strega non abbiamo ricevuto nessun messaggio. Ci hanno inviato i testi da leggere e poi silenzio. Posso intuire la loro motivazione e anche capirla, ma forse valeva la pena di scrivere due righe agli italianisti russi che per alcuni anni hanno fatto questo lavoro”. Graf Aloysky non usa mezzi termini: “Grazie all’intervento di protesta di Olga Viktorovna Strada e dell’Ambasciatore Pasquale Terracciano, la scandalosa decisione della Farnesina sul Premio Strega è stata ritrattata, pare con intervento diretto di Palazzo Chigi. Questo dimostra una volta ancora due cose, fondamentali: i burocrati zelanti sono i peggiori nemici dell’intelligenza (e i più grandi alleati, involontari, della propaganda putiniana); Il mondo della cultura in Italia è vigile e reattivo, ed è in grado di segnalare alle autorità e alla società civile gli abusi e le idiozie, anche ottenendo risultati di giustizia. Ricordiamocelo sempre: qualunque generalizzazione nazionale è sbagliata. Qualunque discriminazione che si basi sul principio del passaporto è scandalosa e indebita. Il contrario dei valori della nostra democrazia, che siamo invece oggi a difendere da una minaccia totalitaria”.

Sono 32 gli Istituti di cultura italiana all’estero che partecipano alle votazioni del Premio Strega e ogni comitato è composto da 7 membri di cui uno è il direttore dell’Istituto che rappresenta l’Italia in un’altra nazione. Da 13 anni vige questa collaborazione tra Istituti e il Premio includendo 224 giurati internazionali. Un accordo di grande prestigio per la promozione della letteratura italiana in tutto il mondo. Fino ad ieri quando sembrava che bastasse essere russo per non farne più parte. “Una grave vergogna che dimostra l’assenza di cultura e sensibilità delle nostre Istituzioni e dei nostri politici” ha scritto, ancora, su facebook, Giuseppe Ussani D’Escobar. Assenza di cultura talmente palese da dimenticare che Evgenij Solonovich ha tradotto nella sua carriera in russo i più celebri scrittori e poeti dell’Ottocento e del Novecento, esaltando la lingua di Petrarca, Dante, Ariosto, Montale. Profondo conoscitore dei libretti d’opera di Puccini, Rossini e Verdi, tanto da saperli tutti a memoria. Olga Strada Viktorovna oggi ha pubblicato un suo personale ringraziamento: “Secondo le ultime notizie pare che la questione giuria italianisti russi del Premio Strega sia stata risolta grazie all’intervento degli uffici della Farnesina. Ringrazio anche tutti coloro che ieri hanno reagito e dato spazio a questa notizia”. “Oggi la Farnesina, dopo la denuncia sui media, ha fatto retromarcia. Resta la vergogna”, scrive sul social Alberto Negri.

Una vergogna difficilmente cancellabile. Ma ancora Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano entra ancora più a fondo della questione quando scrive che “Il punto è un altro. Ed è la virata verso il mostruoso che questa guerra sta imponendo al discorso pubblico italiano, e all’agenda delle nostre stesse istituzioni. Che sembrano essersi date come obiettivo la crescita di un vero e proprio odio verso il popolo russo e la sua cultura (che è parte vitale della nostra comune cultura)” – citando il premio Nobel per la letteratura 1915, Romain Rolland che intervenne durante la Grande Guerra con parole severe e accusatorie nei confronti dei politici e giornalisti a favore del conflitto: «Così, l’amore per la patria non potrà fiorire che nell’odio delle altre patrie (…)? (…) No, l’amore della mia patria non vuole che odi e uccida le anime pie e fedeli che amano le altre patrie. Vuole che le onori e che cerchi di unirmi a esse per il nostro bene comune. (…) Tra i nostri popoli d’Occidente, non c’era alcuna ragione di guerra. A dispetto di ciò che ripete una stampa infettata da una minoranza che ha interesse a perpetuare questi odi, fratelli di Francia, fratelli d’Inghilterra, fratelli di Germania, noi non ci odiamo. Vi conosco, ci conosco. I nostri popoli non domandano che la pace e la libertà.». Montanari fa sue queste parole per concludere il suo editoriale cosi: “Smettiamola per favore di confondere il popolo russo con il suo tiranno. O il popolo italiano con il suo governo”.

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