spettacoli — 11/05/2017 22:14

Un “delirio creativo” secondo la tesi di Ronconi del suo studio su i “Sei personaggi” di Pirandello

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MILANO – C’è tutto Pirandello, nei suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”. C’è il teatro nel teatro e ci sono l’incomunicabilità, la pazzia e l’artificiosità delle relazioni umane, che si ribalta nel paradosso per cui il teatro, scatola magica per antonomasia, si rivela essere luogo più autentico e vero della stessa raeltà. Così al grido del: “Cos’è, il palcoscenico? […] Un luogo in cui si gioca a fare sul serio” si mostrano, questi sei personaggi. Reclamano quella vita, che li possiede per il solo fatto di essere stati evocati – vivi! – dal loro autore, ma che, al tempo stesso, non hanno. Quasi dei nosferatur. Fantasmi vagheggiati al crepuscolo, nel dormiveglia creativo della coscienza del drammaturgo, si dimenano come ombre indovinate nelle fiammelle di un bracere acceso e impigliate fra il già e il non ancora.

 

foto di Luigi La Selva

Così li immagina, questa regia di Luca Ronconi, ripresa da Luca Bargagna, ne “In cerca d’autore. Studio sui ‘Sei personaggi’ di Luigi Pirandello” (2012), in scena al Piccolo Teatro Studio Melato fino al 20 maggio. A partire da un lavoro protratto per tre estati alla Scuola del Centro Teatrale di Santa Cristina, Ronconi mise insieme attori giovani, ma già apprezzati quali Luca Mascolo/Massimo Odierna (Padre/Terzo attore), Sara Putignano (Madre), Lucrezia Guidone (Figliastra), Fabrizio Falco (Figlio), Alice Pagotto (Madama Pace), Davide Gagliardini (Capocomico) e gli allora neo diplomati all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” quali Matteo Cecchi (Giovinetto), Marina Occhionero (Bambina), Gloria Carovana (Prima attrice), Zoe Zolferino (Seconda attrice), Luca Tanganelli (Primo attore), Stefano Guerrieri (Secondo attore), Luca Carbone (Suggeritore), Cosimo Frascella (Macchinista).

 

foto di Luigi La Selva

Quel che ne vien fuori è un curioso gioco fra attore e personaggio, che, certo parafrasando la lettera di Pirandello, di fatto evoca suggestioni molto più contemporanee. Se la trama è quella del girgentino, l’idea ronconiana è che possa essersi trattato solo di uno di quei “deliri”, che s’impossessano di un autore nel momento creativo. Ambientato in uno spazio tanto vuoto da risultare al tempo stesso asfittico e matafisico, si tratteggia come una zona franca: l’amplificazione di un “coro”, in cui e attraverso cui l’autore possa dirsi, senza reticente, la verità. Teatro, vita, convenzioni, incomunicabilità, autenticità, dramma (e chi ha ragione? Chi è, davvero, l’uomo e chi la bestia o la virtù?); e poi il rovello – complice anche l’autobiografia – fra pazzia e normalità: e, per chi si occupi di teatro, il dilemma è sempre implicito. Quasi incubi insufflati da un demone che gli si sia appollaiato sul petto durante il sonno, questi personaggi si mostrano prepotenti e grotteschi, bisbetici, espressivi e potenti come maschere tragiche in salsa Brecht. Esseri deformi e caricaturali, ma ciononostante più autentici e credibili degli attori formati e freschi di accademia, i sei personaggi si oppongono, con la loro carica di vita e di passione, alla classe morta degli attori, che con sdegno e sussiego si accingono allo “spettacolificio” teatrale.

 

foto di Luigi La Selva

E’ una satira feroce, quella di Pirandello: in questo la sua contemporaneità ideale e contiguità col maestro Ronconi. Nella pulizia di luci e scene, nell’autorevolezza di una direzione precisa e millimetrica, la sua regia nulla sembra concedere ad una moda o semplicemente ad una façon puramente innovativistica. Senza rinunciare all’abito della lingua pirandelliana – senza tradirne la fedeltà letterale e letteraria -, la direzione di Ronconi gioca negli interstizi. A una messa in scena in chiave naturalistica o verista, sembra preferire l’allure di atmosfere sospese e patinate. E’ la ricerca della bellezza: nella composizione scenica asciutta ed essenziale, nella creazione di gruppi quasi scultorei, che sembrano la rievocazione di citazioni classiche, per poi scompaginarsi in suggestioni quasi larvali e primordiali come le figure che strisciano, per la loro viltà, lungo i muri o che si approcciano, come ragni insidiosi, a consumar un fero pasto.

Eppure non si tratta di una bellezza algida, auto referenziale e lontana dall’empatia: lungi da sentimentalismi facili, è però capace di suscita emozioni autentiche, ma rarefatte. La bellezza evocata, qui, è sì quella del gesto asciutto e preciso, della mimica e prossemica da accademia, dell’intonazione fonetica e ritmica di chi, il teatro, lo fa di mestiere. Quando il testo è portato con scuola e maestria, arriva. E così, ad esempio, arriva tutto lo strazio (termine usato ed abusato da questi sei personaggi) di un uomo “non ancora così vecchio da farne a meno” – l’allusione è agli incontri nella sartoria di Madama Pace -, “ma non così giovane da poterli cercare senza vergogna”; e il dramma della figliastra, costretta a sottostare ad una prostituzione imposta dalla fame, fino a diventarne matta. Mirabile, in tal senso, l’interpretazione di Lucrezia Guidone, che per quasi tutto il tempo forza, in pose grottesche e distonie fonetiche, una voce che si fa strumento stridente quanto la denuncia quasi inconsapevole che non può smettere di gridare. Figura iconicamente notevole è anche quella della vedova, interpretata da una Sara Putignano, che incarna l’ideale tragico per antonomasia: entrata in scena velata – come certe prefiche della tragedia greca -, nonostante venga smascherata (probabilmente anche in senso figurato), non smette per un solo istante quella maschera da Madonna Addolorata ai piedi della Croce.

E’ la pietrificazione afona del dolore che, complici anche le figure ancillari dei figlioletti, non può non riportare l’immaginario a Ecuba di fronte all’assassinio del figlioletto Polidoro. Degni di menzione sono anche Davide Gagliardini, il capocomico, nel suo costante corpo a corpo con il padre/Massimo Odierna, ma non meno il figlio/Fabrizio Falco col suo aplomb costantemente inscalfibile e beffardo (pur ad onta di una prossemica, che lo condanna, spesso, a strisciare lungo i muri per la sua viltà) e Alice Pagotto/Madama Pace dalla performance contorsionista quasi espressionista, oltre che mirabilmente grottesca.

Visto al Milano, Piccolo Teatro Studio Melato, il 10 maggio 2017.

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