Danza, recensioni — 11/05/2016 22:32

Danzando con “Pixel” nel mondo dei sogni

Share

Danzando con i Pixel: un mondo dei sogni, un paesaggio impalpabile e immaginifico di corpi fisici e corpi digitali

VICENZA – Il Teatro Comunale di Vicenza, moderna e imponente architettura teatrale, simbolo di una voglia di riscatto e affermazione del teatro come linguaggio vivo che parla alla società contemporanea, ospita, a conclusione della sua stagione di danza, una sorprendente e contemporanea performance che in questo spazio avanguardistico trova la sua perfetta dimensione. Pixel è una produzione delle Compagnie Käfig e dal Centre Chorégraphique National de Créteil et du Val-de-Marne, ideata da Mourad Merzouki e da B.Adrien M /Claire. La performance presenta al suo interno diverse anime che solo apparentemente sembrano distanti tra loro, trovando invece nell’unione la loro giusta dimensione, emergendo sia complessivamente che singolarmente. Le tre anime della performance sono la danza, curata dal coreografo Mourad Merzouki, i videomapping e le videoproiezioni digitali che compongono l’impianto visuale, realizzati da Adrien Mondot e Claire Bardainne e la musica realizzata da Armand Amar.

Mourad Merzouki, direttore della compagnia Käfig, inizia la sua formazione da piccolo abbracciando le arti circensi prima e l’hip hop dopo: un genere di danza che nasce nelle strade, in un ambiente popolare, nei sobborghi delle città che diventano spazi vitali e d’espressione per coloro che la praticano. Inizialmente mischia tante forme d’espressione, legate quasi tutte al virtuosismo atletico e al contesto della gara, cioè alle sfide tra artisti della stessa disciplina che si incontrano però in una dinamica di gruppo, dando vita a una sorta di rituale atavico che ricorda le danze tribali. Nel corso del tempo l’hip hop diventa una vera e propria forma d’espressione artistica, ma allo stesso tempo ha una forte valenza politica che si esplica nel desiderio di chi la pratica di avere un riscatto sia a livello sociale che artistico. Le radici di Merzouki si inseriscono in questo contesto e ne rappresentano l’espressione più profonda. Partendo dalle strade dei quartieri di Lione in cui forma insieme agli amici la compagnia Accrorap, inizia professionalmente la sua attività negli anni Novanta, quando l’hip hop stava attraversando un periodo di trasformazione sociale che lo avrebbe portato allo status di cultura, fondando la sua attuale compagnia Käfig che, partendo dalle radici hip hop, si apre e si ibrida con altri linguaggi artistici e con altre culture.

Pixel - Danzatori e pixel (Photo Raoul Lemercier)

Pixel – Danzatori e pixel (Photo Raoul Lemercier)

Adrien M/Claire B è una compagnia francese nata nel 2004. Il duo artistico, composto da Adrien Mondot e Claire Bardainne, opera nei settori delle arti digitali e delle arti performative cercando di farli dialogare senza che l’uno prevalga sull’altro, emergendo grazie al loro incontro. Scopo principale della loro ricerca è porre il corpo umano al centro del mondo digitale che creano, studiando le relazioni tra il movimento fisico e il movimento digitale. Le loro creazioni artistiche attuano un cambio di tendenza in quel campo di ricerca che è l’interaction design. Nell’informatica l’interaction design è il settore di progettazione che crea quei sistemi che facilitano l’uso delle macchine all’uomo. Il duo francese, invece, non vuole che l’uomo si adatti alla macchina, piuttosto il contrario: il corpo umano determina le macchine e nel loro specifico le proiezioni digitali, che agiscono in riferimento al movimento dei performer. In generale nelle loro creazioni non sono presenti materiali registrati ma tutto avviene in tempo reale attraverso l’uso di diversi dispositivi. Alcuni sensori captano i movimenti dei performer che diventano input a cui le proiezioni digitali reagiscono. L’interazione però va oltre l’uso di sensori e attraverso controller e tavolette grafiche, il sistema di videoproiezioni è manipolato in tempo reale seguendo il movimento umano, perché, a detta del duo, i sensori sono privi di immaginazione. Quindi l’interazione tra corpo del performer e corpo digitale è in realtà un’interazione tra umano e umano. Ciò che ha dato vita a questa particolare e affascinante ricerca è la formazione di giocoliere di Mondot. Il suo desiderio era quello di riuscire a manipolare gli oggetti digitali come faceva da tempo con una pallina reale. Gli studi di informatico inoltre gli permettono di progettare un software, eMotion, per manipolare oggetti digitali basandosi su oggetti fisici. Attraverso il connubio di organico e digitale, la compagnia crea un universo poetico atemporale che trae forza e significato dal livello di immaginazione che riesce a generare sullo spettatore.

Pixel - Danzatore manipola i pixel come se fossero un tornado

Pixel – Danzatore manipola i pixel come se fossero un tornado

Il compositore Armand Amar è la terza anima della performance. Si interessa alla musica sin dalla tenera età, compiendo anche un percorso di auto formazione in cui lo studio della musica classica europea si incontra con gli stili tradizionali della musica africana e mediorientale. Infatti, inizia a suonare strumenti come la conga, il tabla e lo zarb. Affascinato dal legame tra la musica e le performance che coinvolgono il corpo, trova il suo ideale compagno di lavoro in Peter Goss, coreografo sudafricano. Questa esperienza gli permette di avere una relazione diretta con la musica e gli conferisce il potere di improvvisare liberamente. Da questo incontro nascono numerose altre occasioni per Amar che lo porteranno a lavorare con numerosi altri coreografi contemporanei.
Cos’è che porta artisti così differenti a collaborare a un unico progetto come Pixel? Diverse possono essere le motivazioni. Ad esempio Merzouki e Mondot sono in qualche modo legati dall’arte circense. Più che singoli eventi però, ciò che lega profondamente questi tre artisti sono le loro esperienze outsider. L’hip hop, le arti digitali e la musica con forti connotazioni “esotiche” sono state generalmente considerate delle forme di cultura popolare, lontane dalle espressioni artistiche più alte. La congiunzione di questi tre elementi in Pixel però non solo dimostra la potenza artistica delle singole discipline ma ancor di più che la loro unione determina la loro affermazione, il loro riscatto rispetto a un sistema culturale stantio e ancorato a vecchie categorizzazioni del passato a favore della ricerca e dell’innovazione in campo artistico e culturale.  In Pixel dunque i tre elementi coesistono ma con ruoli diversi. La danza e le videoproiezioni dialogano direttamente, mentre la musica funge da collante, fa sì che questi due mondi apparentemente diversi e distanti si incontrino, esplodendo prepotentemente sul palcoscenico come opera unitaria e dunque senza soluzione di continuità.

La scena di Pixel è semplice, otticamente e percettivamente vuota. In realtà il palcoscenico è tagliato in due parti, parallelamente allo spettatore, da una cortina di tulle che per la sua quasi inconsistenza rende fittiziamente lo spazio libero. In realtà il tulle, materiale particolarmente caro ad Adrien M/Claire B, è l’elemento che accoglie le proiezioni, che sembrano così muoversi nel vuoto. Inoltre, crea profondità sulla scena, poiché i danzatori agiscono al di qua e al di là della cortina, tra lo strato di proiezioni. Questa soluzione permette dunque di far apparire sullo spazio fisico e reale del teatro degli oggetti generati al computer. Occorre a questo punto una precisazione. A differenza di quanto molti si ostinano ancora ad affermare, le videoproiezioni digitali su oggetti reali, il videomapping, non appartengono alla realtà virtuale. La realtà virtuale è un mondo immersivo e parallelo rispetto al mondo reale e per essere esplorato necessita di particolari dispositivi come degli head-mounted display che isolano il soggetto dal contesto che lo circonda. Gli oggetti digitali presenti in Pixel appartengono invece alla realtà aumentata, un insieme di tecnologie che permettono di accrescere visivamente lo spazio reale che circonda l’uomo. In particolare, le tecnologie di proiezione (projection-based augmented reality) consentono di vivere tale esperienza senza utilizzare alcun tipo di dispositivo, accrescendo quindi non solo l’ambiente ma anche la dimensione illusoria dell’evento performativo.

Pixel - Danzatori si muovono in una costellazione di pixel (Photo Raoul Lemercier)

Pixel – Danzatori si muovono in una costellazione di pixel (Photo Raoul Lemercier)

Questo aspetto permette anche di raggiungere un altro obiettivo: creare continuità tra gli oggetti fisici e oggetti digitali presenti in scena. All’inizio di Pixel, per esempio, la scena non presenta nessuna proiezione. Sul palcoscenico vi sono delle piccole lanternine che si muovono su ruote, in mezzo alle quali si aggirano i danzatori come in una sorta di rito. Lentamente tali lanternine si dispongono in fila e iniziano a emanare le immagini digitali spalancando definitivamente il nuovo mondo. In altre parti della performance, le piccole lanternine trascinano con sé alcune proiezioni trasformando visivamente l’ambiente e a loro volta altre proiezioni spingono fuori scena le lanternine.
Il titolo della performance è un esplicito riferimento al campo dell’informatica e rimanda prepotentemente alla presenza delle immagini digitali in scena. Pixel è la contrazione del termine inglese “picture element” ed è impiegato in riferimento alle immagini e ai video. Ogni pixel è un elemento puntiforme che compone la rappresentazione digitale dell’immagine. Generalmente i pixel sono indistinguibili in un’immagine ma hanno una forma quadrangolare. Le immagini digitali presenti in Pixel sono anch’esse composte da pixel ma in un certo senso rappresentano visivamente la natura stessa dei pixel. Quasi tutte le proiezioni, infatti, sono composte da piccoli quadratini o rettangoli visibili che insieme costituiscono l’oggetto con cui interagiscono i performer. Sulla scena però anche gli undici danzatori sono dei pixel; talvolta si muovono singolarmente, in duo o in trio, altre volte in gruppo, rendendo l’immagine che proviene dai loro corpi molto più definita in relazione alla maggior quantità di corpi presenti e alla loro distribuzione nello spazio. Inoltre, le diverse specificità artistiche dei performer accrescono la varietà e la potenza visiva della performance. Merzouki, infatti, contamina l’essenza della danza hip hop con altre anime. In scena vi sono non solo ballerini hip hop ma anche breaker, contorsionisti, pattinatori, danzatori circensi che, interagendo con il mondo digitale, lo trasformano ognuno a proprio modo e secondo la propria espressione artistica.

Pixel - Danzatori e pixel (Photo Raoul Lemercier)

Pixel – Danzatori e pixel (Photo Raoul Lemercier)

Pixel organici e pixel digitali si muovono sulla scena all’unisono creando infiniti flussi di movimento in un rapporto di attrazione e respingimento tra luce e corpo. Le immagini digitali, infatti, avvolgono i corpi, talvolta li anticipano, talvolta li seguono. Questo particolare meccanismo si verifica per il particolare uso delle proiezioni. In Pixel, l’apparato visivo ha due caratteristiche. Una parte di esso è registrata, mentre l’altra è agita in tempo reale dalla regia video. Gli spettacoli di Adrien M/Claire B non presentano mai materiale registrato ma soltanto agito in tempo reale. In questa particolare produzione però tale opzione mista è finalizzata al senso stesso della performance. Quando va in scena il materiale registrato, i danzatori sono strettamente vincolati alle posizioni spaziali e anche al ritmo e al tempo per riuscire a essere connessi con l’apparato visivo. Quando invece gli oggetti digitali sono manovrati in tempo reale, accade un cambio di direzione: i danzatori adesso sono liberi mentre la tecnologia, agita da un altro essere umano, deve seguirli nello spazio e nel tempo. Questo fa sì che il rapporto tra tecnologie e corpo organico sia perfettamente bilanciato senza che l’uno prevalga sull’altro. I pixel digitali diventano simili ai pixel organici, assumono su di sé un lato umano fatto di stanchezza, fragilità, errori, ritmi, sensazioni e utilizzo dell’immaginazione. Il palcoscenico dunque diventa un luogo magico e incantato costruito da un ritmo estremamente preciso in cui esseri reali ed esseri immateriali dialogano nel solco dell’illusione, spalancando davanti agli occhi dello spettatore un mondo di sogni, un mondo in cui potersi rispecchiare e in cui poter visualizzare e materializzare i propri desideri. Immagini concepite dal computer come astratte, si caricano quindi di significati in relazione all’azione dei danzatori e al grado di immaginazione dello spettatore.

I piccoli pixel luminosi diventano cascate, fiocchi di neve, costellazioni luminose, pioggia da cui ripararsi con degli ombrelli, superfici su cui disegnare attraverso il movimento, tornado da manipolare attraverso il gesto di un braccio, cerchi circensi digitali che raddoppiano quelli reali annullando definitivamente la differenza tra ciò che è fisico e ciò che è digitale, grate che diventano deserti sterminati pieni di burroni, precipizi, dune che i danzatori devono evitare pena la caduta negli abissi e la distruzione dell’illusione e del sogno. A permette la congiunzione di questi due mondi apparentemente lontani è la musica di Armand Amar, a tratti dolce, a tratti stridula come i rumori dei macchinari informatici ma sempre capace di generare una connessione fra il corpo e il movimento fisico e il corpo e il movimento digitale, sottolineando alcuni momenti o addolcendone altri. Una musica dunque che contribuisce a determinare questo paesaggio impalpabile e sempre mutevole, creato e vissuto dall’uomo, che rifugge da ogni tipo di virtuosismo e permette di spalancare le porte dell’inconscio, del segreto, del nascosto a chi ha la fortuna di potervi accedere almeno per una sera, per l’effimero momento della performance.

PIXEL
CCN Compagnie KAFIG

direzione artistica e coreografia Mourad Merzouki
concezione Mourad Merzouki e Adrien M/Claire B
creazione digitale Adrien Mondot, Claire Bardainne
creazione musicale Armand Amar
Violino Sarah Nemtanu  – Piano Julien Carton  – Voce Nuria Rovira Salat
musica addizionale, contralto Anne-Sophie Versnaeyen
programmazione batterie “Les Plocks”, Artback Society Stéphane Lavallée e Julien Delaune
registrazione, mixaggio, creazione, suono Vincent Joinville
ricerca suoni Martin Fouilleul
assistente alla coreografia Marjorie Hannoteaux
interpreti Marc Brillant, Antonin Tonbee Cattaruzza, Elodie Chan, Aurélien Chareyron, Sabri Colin in arte Mucho, Yvener Guillaume, Amélie Jousseaume, Ludovic Lacroix, Ibrahima Mboup, Sofiane Tiet, Médésségnanvi Yetongnon in arte Swing
luci Yoann Tivoli
assistito da Nicolas Faucheux
scenografia Benjamin Lebreton
costumi Pascale Robin  assistita da Marie Grammatico
pitture Camille Courier de Mèré, Benjamin Lebreton I
regia luci Philippe André
regia video Guillaume Blanc
regia del suono Capucine Catalan
regia di palcoscenico François Michaudel

produzione Centre Corégraphique National de Créteil et du Val-de-Marne/ Compagnie Käfig
coproduzione Maison des Arts de Créteil,Espace Albert Camus-Bron Con il sostegno di Compagnie Adrien M / Claire B

Visto al Teatro Comunale di Vicenza il 05/05/2016

Share
Tags: