Culture — 11/05/2014 10:44

Della Filosofia, ovvero del Teatro. E viceversa

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CAGLIARI – Il rapporto tra filosofia e teatro non è occasionale né consequenziale. E’ una relazione inscindibile, intima, densa.  Il teatro è la filosofia  spinta alle estreme conseguenze, è la ricerca dell’uomo sull’uomo che si spinge oltre la ragione forzandone i limiti irrompendo in corpo,  voce, immagine. E’ l’intuizione figlia del pensiero estetico che non trova forma per esser detta e si annida nella poesia;  la parola ostrogota, balbettante eppure pronunciata di Artaud. Il tentativo di dar forma sensibile a quel dato di lacaniana idiozia del reale, ovvero di unicità e opacità della realtà al grado zero che è irriducibile, non localizzabile, non duplicabile. E’ lo sforzo filosofico esorcizzato  attraverso l’estetica e attraverso l’estetica stessa subito rilanciato.

Credito Fotografico di Valentina Bifulco

Credito Fotografico di Valentina Bifulco

Il Festival di Filosofia di Cagliari ha il merito enorme di ragionare di teatro e filosofia insieme; cioè di pensare (anche) il teatro quasi esclusivamente con le parole della filosofia, senza le divisioni di campo della teatrologia e per la maggior parte del tempo senza neppure far riferimento all’arte scenica. “Non dividete ciò che noi abbiamo unito”. Con queste parole il direttore del Teatro Stabile della Sardegna, Guido De Monticelli, inaugura la terza edizione del festival curato da Roberta De Monticelli e Pier Luigi Lecis, dedicato quest’anno al tema del conflitto dei valori, alla dialettica tra Potenza, Ragione e Bellezza. Tre giorni di sold out del Teatro Massimo, sei dialoghi con grandi pensatori contemporanei , tra cui Stefano Rodotà, Remo Bodei, Gherardo Colombo, Elisabetta Cattanei, Vito Mancuso, e uno spettacolo teatrale, “Elena” di Euripide, a fare, almeno nelle intenzioni, da innesco e da cartina di tornasole del pensiero messo in campo durante gli incontri.

Lo spettacolo
La messa in scena di “Elena” firmata da Guido De Monticelli trova  dunque un suo spazio all’interno dell’economia del festival come condensazione cum figuris dei discorsi che si imbastiscono nei pomeriggi di dialogo. E d’altronde, programmaticamente, la scelta del testo da affrontare è ogni anno scaturigine originaria dell’intera struttura del festival. Così, per fare un esempio, la riflessione sullo scollamento tra nome e corpo che si verifica nel tempo di internet, per cui io – dice Stefano Rodotà  –  non sono chi dico di essere ma ciò che Google dice che io sono in base a un algoritmo, trova immediata corrispondenza nella riflessione sulla contrapposizione tra Onoma e Soma, Elena e la sua copia, tra il corpo di Elena e il nome che di lei gli Dei danno a un fantasma e per il quale scoppia una guerra.

elena atena
O ancora, il discorso di Maria Michela Sassi sulla volgarità che Socrate imputa al piacere che insegue qualcosa di falso e di ingannevole, si ricollega alla volgarità di Menelao che si ostina a inseguire, fino a scatenare una guerra appunto, il simulacro di Elena. Tuttavia considerare il rapporto tra filosofia e teatro così discreto e consequenziale non rende giustizia di quella relazione fonda di cui si diceva poco prima e che invece il festival lascia emergere con grande forza. Isolato dal contesto, d’altronde, lo spettacolo rivela una discreta fragilità. “Elena” è per lo più una esposizione del testo, una didascalia animata, un pensiero concertato in azione. Teatro-che-fa-riflettere: che prova a spiegare, a far vedere meglio a un pubblico che si immagina pigro o distratto,  da istruire, da informare, come a scuola, come con il telegiornale.

Remo Bodei e Stefano Rodotà

Remo Bodei e Stefano Rodotà – Credito fotografico di Valentina Bifulco

E’ uno spettacolo in cui non accade niente, che non respira profondamente, che non lascia intravedere altro dietro quello che semplicemente dice. Il fondo blu su cui vengono proiettati i cambi di luce della giornata, la grossa vela della nave che vi si staglia contro a simboleggiare l’intera flotta da guerra, Atena in veste di coro che si dondola cantando con grazia su un altalena vestita come la principessa Sherazade delle Mille e una Notte,  il telo celeste che ondeggia a significare il mare e il Dio Poseidone, le musiche che invitano all’incanto, i costumi fiabeschi senza tempo, il plautino gioco degli equivoci tra Elena e Menelao che si inseguono su e giù per un palcoscenico diviso a metà in orizzontale per raddoppiare gli spazi praticabili: si oscilla continuamente tra un piano visivo che esplode un gusto fiabesco, poetico, meraviglioso,  e un piano della parola che inciampa nella sua stessa intenzione epica, diegetica, di racconto didascalico di un Euripide maturo che, spiega lo stesso De Monticelli, come Shakespeare, verso la fine del percorso sembra voltarsi indietro per autoraccontarsi.

bluLa recitazione antinaturalistica a contatto con l’impianto generale si scopre ingiustificata e stucchevole. La parola non viene squadernata per essere esibita come avviene nell’epica brechtiana. E’ una declamazione senza maniera, privata anche della forza della citazione che rivela il meccanismo. In altre parole la declamazione è declamazione pura, migrazione dal testo alla scena filtrato da una convenzione o meglio, dal ricordo di una convenzione che non ha più molta ragione d’essere, se non per il gusto di godere di una linearità narrativa che il nostro tempo non conosce.

Filosofia  Teatro e Realtà
Questi  incontri ci dicono molto di più. Ci suggeriscono che la filosofia è più avanti del teatro che da essa ci ostiniamo a scindere, più coraggiosa, poiché non nega il pi greco che che sfugge all’ordine a ritmo geometrico del mondo: vi aspira.

Vito Mancuso e Pierpaolo Ciccarelli - Credito fotografico di Valentina Bifulco

Vito Mancuso e Pierpaolo Ciccarelli – Credito fotografico di Valentina Bifulco

In tutti i dialoghi, che si parli di leggi, di democrazia, di diritti, di bellezza o di potere, emerge una tensione viva  tra il dato razionale e la variabile impazzita. Fino a che punto la parola può aderire alle cose? Può la parola di legge dire tutto il reale senza arbitrarietà come credeva Stendhal  –  spiega  Rodotà – leggeva il codice civile francese per allenarsi a non catturare l’anima del lettore con artifici? Può davvero la parola del diritto contenere tutta quella vita che Montaigne definiva ineguale irregolare e multiforme? C’è un dato di realtà di fronte al quale la parola del diritto non può essere detta? Forse è la bellezza quel dato che non si può rendicontare?

Di limiti resistenze e superamenti si è discusso per tre giorni. Del logos che non può dire fino in fondo ma che  rimane unica via per esprimere il concetto. Eppure il pensiero filosofico non semplifica il reale per comprimerlo comunque nella sua griglia, non lo tara in base allo strumento di cui si è già dotato, ne inventa di nuovi, spostando i suoi stessi confini ontologici per andargli incontro. Esso mette in discussione il concetto stesso di filosofia,  – dice Remo Bodei – , per superare l’eurocentrismo che ci spinge a considerare le altre forme di pensiero non come “filosofia vera” ma come saggezze straniere, ostinandoci così a giudicare secondo un costrutto solo nostro qualcosa che invece sfugge del tutto alla sua logica. Come se compitassimo una parola cinese secondo l’alfabeto italiano: i conti necessariamente non tornano.

elena palco

La filosofia, spiega Roberta De Monticelli, è un confronto tra ciò che gli uomini credono sia felicità e ciò che è davvero in grado di dare fioritura alla vita. Un confronto, qualcosa che ancora non esiste, uno studio, una corda vibrante.  La creatività, dice Remo Bodei, è la capacità di innovare sulla base di quello che è ritenuto non possibile.

Il teatro invece è spesso asserzione chiusa, si affanna a vedere solo il già possibile, a ripeterlo, a travasare dal reale alla scena, traducendo in un codice diverso ma lasciando intatto il dato di partenza, o, peggio banalizzandone la complessità, per farlo quadrare meglio nei limiti di una lingua, svuotata, in cui si è autorecluso, e in quelli nostri, che non sappiamo immaginarne un’altra.

Roberta de Monticelli e Gherardo Colombo - Credito fotografico di Valentina Bifulco

Roberta de Monticelli e Gherardo Colombo – Credito fotografico di Valentina Bifulco

In teatro deve accadere qualcosa. Non la duplicazione della vita, ma la vita stessa; non multipli, ma numeri primi; non deve dovrebbe mostrare soluzioni ma illuminazioni, i tentativi di sfuggire al fallimento della parola, lo slabbramento della forma che cerca vie per sprigionare senso.

L’abusato hic et nunc, qui ed ora, non è la regola sempreverde di un codice immutabile, ma sfida all’invenzione di linguaggi rivoluzionari che provino a dar conto della vita che gli trabocca dentro.

Festival della Filosofia 

Teatro Massimo Cagliari  2-3-4 Maggio

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