RUMOR(S)CENA – GENOVA – “Van Dyck l’Europeo”, la maggiore mostra degli ultimi 25 anni dedicata a uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale, nonché dei più amati dal grande pubblico, illustra tutta la carriera dell’artista fiammingo, morto a soli 42 anni di età, autore di innumerevoli opere di grande pregio. Ad Anversa la creatività dirompente di Peter Paul Rubens influenzò i suoi esordi, forse già a sedici anni l’artista possedeva una bottega propria, pur collaborando con Rubens; a diciotto anni era iscritto alla gilda di San Luca. Durante il soggiorno in Italia Van Dyck seppe reinventare il ritratto aristocratico, trasformandolo in un raffinato simbolo della cultura d’élite e realizzò allegorie di ascendenza caravaggesca; rientrato ad Anversa, contribuì a diffondere un nuovo linguaggio devozionale attraverso imponenti pale d’altare.

A Londra, presso il re Carlo I che lo nominò primo pittore di corte e lo elevò al rango di baronetto, dipinse alcuni dei suoi ritratti più celebri, raggiungendo il culmine della fama. Grazie a una straordinaria perizia tecnica e a una sensibilità unica nel restituire l’intensità delle emozioni umane, Van Dyck si affermò presto come artista tra i massimi, autore di una copiosa produzione che spesso realizzava in tempi molto brevi, in virtù di un’invidiabile velocità di esecuzione: a Genova, ad esempio, dipingeva non meno di un’opera a settimana.

Curata da Anna Lombardo e Katlijne Van der Stighelen, l’esposizione consta di sessanta opere e si articola in dieci aree tematiche attraverso dodici sale, introdotte da una tela eccezionale quantunque di dimensioni ridotte, che afferma inequivocabilmente un grande e precoce talento: il primo autoritratto noto del pittore, datato 1614 ca., realizzato con una maturità incredibile per i suoi quindici anni. Un’opera che anticipa il genere in cui Antoon Van Dyck (1599-1641) eccelle più che mai, quello del ritratto, di cui è esempio splendido il secondo autoritratto, posteriore di circa due anni. Il percorso espositivo non illustra solo il ritrattista, ma anche le tele a soggetto allegorico, mitologico, biblico e devozionale, offrendo uno sguardo d’insieme sulla varietà e complessità della sua arte.

Proseguendo oltre la sala dei capolavori, ospitante quattro tele che lasciano sbalorditi sia per la loro bellezza sia per il notevole impatto dimensionale (Sansone e Dalila, Le tre età dell’uomo, Lady Venetia Digby, Chronos taglia le ali a Cupido), si arriva al confronto diretto con Rubens, di cui Van Dyck fu il migliore allievo, dal quale ben presto si distinse per espressività e raffinatezza, distanziandosi dai modi talvolta chiassosi del maestro. Lungo il percorso le opere sono accostate in modo da rendere leggibili la maniera del Van Dyck giovane in patria (e quella del “secondo periodo di Anversa”), quella del grande Van Dyck italiano e quindi di quello inglese; provenienti dai più grandi musei d’Europa, le tele restituiscono personaggi vitali, che ancora oggi, dopo quattrocento anni, sembrano fissarci negli occhi. Ne viene stimolato anche il confronto tra opere che hanno soggetti analoghi, ad esempio tra una dama genovese, una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama inglese, in ritratti eseguiti in diversi momenti, per committenze dalla sensibilità e dal gusto differente.

Oltre alle straordinarie doti, che i suoi lavori dimostrano e che gli sono riconosciute dai suoi estimatori (Pietro Bellori, ad esempio, nelle “Vite De’ Pittori, Scultori Ed Architetti …” del 1672, o il poeta inglese Edmund Waller, o l’anonimo compilatore della “Vita, opere e allievi di Van Dyck” del XVIII secolo), Van Dyck aveva infatti la capacità di sintonizzarsi sugli ambienti in cui lavorava e di soddisfare al meglio le esigenze di una committenza sempre diversa. Attraverso il ritratto i notabili (tanto per lignaggio aristocratico quanto per prosperità economica) cercano di proiettare attraverso il tempo un’immagine di sé; è determinata dall’aspetto meramente economico la taglia del ritratto, che comporta un certo costo se si tratta solo del volto, mentre per il mezzobusto si deve spendere di più e con la monumentalità della figura intera si raggiunge il massimo del prestigio (e della spesa).

Van Dyck va oltre uno stile eccellente e un’incredibile verosimiglianza, va oltre persino al rendere uno stato d’animo: riesce a cogliere e a restituire il carattere degli effigiati e delle effigiate. Il divenire dell’arte di Van Dyck, le armi e la difesa della patria, la famiglia, le donne, il ritratto maschile, il ritratto a figura intera sono aree tematiche in cui l’accostamento delle opere ci fa entrare in contatto, sempre più in profondità, con il genio dell’artista.
Un capitolo meno conosciuto che questa mostra dona al pubblico è l’arte sacra di Van Dyck, di cui la nona e la decima sala offrono una lettura emozionante anche per un ulteriore confronto con Rubens nel soggetto di S. Sebastiano e, nelle tele raffiguranti Santa Rosalia, per quello con Hieronimus Gerards, artista vicino a lui per formazione e attività nonché suo collaboratore a Palermo (tra il 1624 e il 1625). E poi, l’incontro con l’Ecce Homo, un inedito straordinario affiancato a un Madonna con bambino: la sala allestita in penombra invita a farsi catturare dal pathos intenso che emana dalle opere.

Oltre all’intensità dei volti e all’esecuzione impeccabile di panneggi, vesti e accessori, un’osservazione attenta ci restituisce dei particolari che vanno oltre gli aspetti stilistici, che ci parlano anche dell’ethos e della stratificazione sociale nel contesto in cui le opere sono nate, mediante la simbologia sottesa a certi dettagli che a prima vista vengono percepiti come secondari, di contorno o meramente esornativi. Il serpente, il putto con un piede a tentacolo e il prigione a due facce (il bene e il male) sono funzionali a rappresentare Lady Venetia Digby come allegoria della Prudenza e assecondare così l’intenzione di tacitare e far dimenticare le dicerie che a corte circolavano a proposito della moglie di Lord George Digby, anche lui ritratto in una tela esposta.

La cura delle acconciature femminili, maniacale per le aristocratiche, estetizzante ma meno dettagliata per le borghesi, ci comunica una differenza di rango; lo sfarzo con cui sono abbigliati i tre fratelli Giustiniani, ancora bambini, dichiara l’agiatezza della famiglia e, nella stessa tela, le differenze di età sono descritte dalla foggia dei vestiti, mentre l’uccellino con le ali aperte in mano al più giovane rappresenta la recente perdita di un fratellino, dichiarata pure dai corvi. Le rose, simbolo della caducità della vita e insieme di un sentimento che prova a sfidare il tempo, le troviamo nelle Tre età dell’uomo come pure nel Ritratto di Luigia Cattaneo Gentile, in abito vedovile, quest’ultimo a sua volta simbolo di fedeltà e pudicizia. Quale colpo di scena dal forte impatto, la mostra si conclude con una sola tela, come pure è iniziata.

Se la prima del percorso è piccola e preziosa, è imponente per dimensioni e austera per carattere la pala di S. Michele di Pagana (vicino a Rapallo) avente quale soggetto Francesco Orero (il committente, ndr) introdotto al cospetto del Cristo spirante dai Santi Francesco di Assisi e Bernardo da Chiaravalle, esposta nella rutilante Cappella del Doge a realizzare un contrasto di gusto decisamente barocco con il sontuoso e variopinto apparato decorativo di Giovanni Battista Carlone (1603-1683/84), che non lascia scoperto un solo centimetro della grandiosa aula.
Fondazione Palazzo Ducale Van Dyck l’Europeo Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra Genova, Palazzo Ducale, Appartamento e Cappella del Doge 20 marzo – 19 luglio 2026 (lunedì ore 14 – 19, da martedì a domenica ore 10 – 19, venerdì ore 10 – 20)





