Recensioni — 10/08/2023 at 09:24

Il diario del Festival “Terreni Creativi” – Kronoteatro di Albenga

di
Share

RUMOR(S)CENA – ALBENGA – (Savona) – Al concludersi del suo anche doloroso percorso esistenziale, insieme interiore e politico, nella profonda scena finale del bellissimo film di Francois Truffaut, da Bradbury, Fharheneit 451, il protagonista raggiunge finalmente nel bosco gli ‘uomini libro’, ciascuno dei quali, in una Società che ha eliminato la letteratura, ha la memoria di un libro proibito, e di questa nuova e sempre nell’intimo immaginata e desiderata comunità, al confine di un mondo da riconquistare, può diventare parte consapevole, una consapevolezza che salvaguardi sia la libertà che soprattutto l’umanità dell’uomo e della donna.

Qualcosa di analogamente e suggestivamente metaforico sta forse succedendo anche al teatro italiano, nella stagione tradizionale dei suoi festival, un teatro in molte sue parti creative allontanato dalle Istituzioni e che cerca di recuperare, non tanto per sopravvivere quanto per vivere anche oltre i suoi limiti, il rapporto più antico con una comunità, in fondo anch’essa abbandonata da quelle Istituzioni che sembrano voler promuovere (sé stesse) invece di coltivare (la comunità), per ritrovare la ragion d’essere essenziale creativa e irriducibile dell’uno e dell’altra, anzi dell’uno, inevitabilmente o ineludibilmente, nell’altra.

ACARNESI GRIGO’ FOTO LUCA DEL PIA

È quello che, io credo, suggerisce questo Festival da tanti anni, con Kronoteatro, fonte di cultura teatrale nella piana di Albenga (“Terreni creativi” appunto), in un rapporto intimo con natura e comunità di cui è stato uno dei primi esempi in Italia, e che, improvvisamente è diventato ‘in-sopportabile’ perdendo una parte importante di quel già modesto sostegno economico con cui le Istituzioni nazionali (soprattutto il Ministero) e locali ne avevano assicurato la sopravvivenza in luoghi in fondo periferici, sancendo così una assai ingiusta sperequazione nella distribuzione dei fondi pubblici tra i diversi circuiti.

Terreni creativi però, che dentro la natura è stato concepito, proprio nella natura ha trovato rifugio e, come quegli uomini libro di Truffaut o anche come in un sogno di mezza estate, nel bosco, ferito ma non perito, ha cercato di richiamare a sé la comunità che attorno a lui negli anni si è creata e coltivata e che ha risposto in una maniera forse addirittura sorprendente, fino a costringere paradossalmente gli organizzatori a sospendere le richieste di ingresso perché impossibilitati a soddisfarle tutte.

I GRECI QUOTIDIANA.COM FOTO LUCA DEL PIA

Speriamo così che tutto ciò contribuisca a far si che questa edizione non sia un “Lascia un ultimo ballo per me”, come recita l’esergo della manifestazione, e come concretamente temono gli stessi promotori, anche perché in un’epoca in cui la cultura è declinata dal potere come massificazione e omologazione, i piccoli luoghi come questo pensato da Kronoteatro, in cui in una sorta di intimità tra arte e comunità possono essere sviluppati adeguatamente proprio i temi della consapevolezza e della libertà, sono quelli in fondo più ostacolati.

“Fare di necessità virtù” dice il proverbio, e la necessità ha portato Kronoteatro a organizzare una manifestazione ridotta in tempi e spazi limitati alle sole due serate del 7 e 8 agosto, un vero e proprio rifugio nascosto tra gli alberi, che la prima delle due giornate ha in qualche modo enfatizzato, ma con una grande forza polticamente (da polis ovviamente) attrattiva, una forza che non riguarda soltanto i contenuti, in questo esordio molto poco politically correct (la pace attualissima e insieme inattuale, e il denaro che ci dà il ritmo quotidiano come il capo voga agli schiavi di una galera in mare), ma soprattutto i linguaggi che recuperano, nei primi due spettacoli drammaturgici, il senso più essenziale della commedia, ovvero del comico che si insinuava sferzante nella comunità per mostrarle i suoi limiti ma soprattutto i pericoli cui andava incontro, e che per questo nell’antichità greca era addirittura ‘finanziata’ dallo Stato come una coscienza collettiva che dovesse salvaguardarlo dalla decadenza.

ORO MICORIZE FOTO LUCA DEL PIA

D’altra parte, come ci ricordano Umberto Eco e il suo Il nome della Rosa, se l’aristotelico libro sul Tragico è stato preservato, quello sul Comico è andato (sembra) perduto, magari perché il Comico è stato dal Potere sia della forza che del denaro assai più combattuto, dai Carnevali alla Commedia dell’Arte e poi anche dopo, del Tragico.

Tre spettacoli nella prima giornata/serata del Festival, ospitata nell’Azienda Agricola dell’Erba in Regione Marixe.

ORO MICORIZE FOTO LUCA DEL PIA

ORO – Collettivo Micorize. Danza contemporanea.

È una sorta di illuminante e site specific introito dell’intero festival, quasi una pratica di accoglienza agita all’interno di quella natura, felicemente manipolata dall’uomo (siamo in una bellissima vigna), cui siamo chiamati ad accedere. L’umanità che la danzatrice accoglie in sé si trasfigura così, nei ponderati (nel senso della chiarezza dei significati e del concreto pondus eccitato dalle terrigne forze gravitazionali) movimenti coreografici, in quello spirito della natura che alla fine compare, quasi che il daimon che la abita fosse il medesimo uomo o donna che la guarda, la ravviva e la cura come l’oro richiamato dai performer e dalle coerenti e ben integrate variazioni scenografiche dello spazio che si forma, man mano, davanti ai nostri occhi. Un rapporto di cura che riabilita il rapporto tra corpo e paesaggio (tra umanità e natura) così degradato dalla moderna egemonia del denaro che, dell’oro protagonista, coarta e infetta la capacità terapeutica. La stessa scelta di una coreografia senza musica dedicata rafforza questa intenzione estetica che si sviluppa sulla melodia, che non udita si fa paradossalmente udibile, della natura.

Collettivo Micorize è un progetto di ricerca nato dall’incontro di Marta Lucchini, danzatrice, coreografa e performer con Rosa Lanzaro, architetto e scenografa. Due le drammaturgie firmate dalle due artiste ed entrambe tratte da Aristofane, dalla compagnia toscana I Sacchi di Sabbia:

LA COMMEDIA PIÙ ANTICA DEL MONDO – Massimo Grigò.

Gli Acarnesi è la commedia più antica di cui ci è dato conoscere l’esistenza eppure possiede una forza anche eversiva che la rende, ancora più in questa nostra contemporaneità, necessaria. Graffiante apologo contro la guerra, non a caso molto poco rappresentato in ogni tempo (al contrario della Guerra che non ha mai smesso di andare in scena); ci consta al riguardo la ripresa in corso da parte di Marco Martinelli e delle Albe della “non scuola” con gli adolescenti di Pompei e forse non è una semplice coincidenza. L’attore protagonista se la carica come una soma dialogando in forma di monologo con il proprio io e con il pubblico a partire dalle efficacissime sfumature fisiognomiche del ‘Riso’, oggetto misterioso dello spettacolo dai riflessi affascinanti e inquietanti che molti hanno cercato di indagare tra Pirandello e Bergson. Lo fa non ripulendo gli aspetti per così dire ‘osceni’, materici e corporei, del testo, anzi valorizzandoli come elementi essenziali per approfondire la morale cui approda inevitabilmente la narrazione a partire dalla sua presentazione. La storia è nota ma in scena se ne coglie con efficacia la capacità visionaria e destabilizzante, ma anche umanamente utopica, cui il ghigno che deforma la risata offre il destro quasi per dimostrarsi drammaturgicamente. La pace a partire da noi stessi.

PLUTO SACCHI DI SABBIA FOTO LUCA DEL PIA

Discorso sugli Acarnesi di Aristofane, con Massimo Grigò.

PLUTO – I Sacchi di Sabbia.

Dalla prima all’ultima, nel senso di commedie di Aristofane, e dalla ‘guerra’ al ‘denaro’, temi distinti se vogliamo nelle loro ramificazioni ma dalle radici inestricabili le une dalle altre. È una commedia che ha la capacità, tipica peraltro della sua essenza, di rendere concreta la metafora, trasfigurando nella realtà scenica del personaggio (Pluto appunto, il dio del denaro) le caratteristiche logiche ed estetiche che lo caratterizzano. La commedia, come spesso accade in Aristofane e non solo, è costruita attorno a un paradosso: Pluto è stato reso cieco da Zeus e, non potendo vedere, distribuisce senza criterio la sua ricchezza che così, anziché alle “personcine” per bene finisce ad ogni genere di sfruttatori, egoisti e corrotti, in un ribaltamento ante-litteram della morale weberiana secondo la quale è la ricchezza che indica la persona per bene e non la persona per bene che merita la ricchezza. Riacquistata la vista (per ipotetico miracolo) le cose si ‘aggiustano’ e la ricchezza fluisce verso chi è onesto in un solo apparente Happy End. Un paradosso ed una utopica metafora che abilmente mostra un mondo che (purtroppo) non è ma che potrebbe essere, donandoci quella pietra di paragone, quel metro estetico ed etico che ci dovrebbe consentire un, anch’esso ante litteram, critico giudizio kantiano. La compagnia coglie questo processo e lo sviluppa correttamente oscillando tra l’onirico e il grottesco, non tralasciando l’amarezza anche quando la risata si fa, attraverso loro, piena e meritata. Una recitazione dalla figuratività astratta, balenante di gags e battute che della reiterazione fanno veicolo di significante svelamento. Vuol dire essere nello spirito della narrazione e portare quello spirito nella presente contingenza in cui la dittatura del denaro si è fatta ormai stringente ed egemone. De te fabula narratur, ci dicono autori ed attori, e, diciamo noi, narra anche un po’ dei loro ospiti.

PLUTO da Aristofane, di e con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, con la collaborazione e la consulenza di Francesco Morosi, coproduzione Compagnia Lombardi-Tiezzi, in collaborazione con CapoTrave/Kilowatt e Armunia e con il sostegno del Ministero della Cultura e di Regione Toscana.

Seconda serata nel segno della interiorità, ma non in contraddizione bensì per quanto, parafrasando un modo di dire degli anni ’70, “l’interiore è politico”. Due gli spettacoli, stavolta accolti nell’Azienda Biologica Bio Vio in Regione Massarenti.

VARIAZIONE N° 1 Collettivo Sorelle di damiano.

L’armonia della dissonanza, ovvero la corenza della dissociazione, è una ossimorica esperienza estetica che questa singolare coreografia ci presenta come possibilità di aprire un varco verso quell’intimità che vieppiù si palesa quando è in qualche modo costretta alla relazione, nell’esterno dello spazio e del tempo, con l’altro da sé, con lo sconosciuto da ineludibilmente conoscere. Nella danza che si dona sul palcoscenico, dunque, i contrasti, anche stridenti e all’apparenza incontrollabili, del suono trovano la loro significante realtà nella melodia del corpo e dei suoi movimenti, nel suo slancio al di là dei suoi fini segreti e oltre i suoi confini materici. Una fusione dei contrasti favorita da una artistica empatia che coglie nella danzatrice il richiamo, anche doloroso ma sempre luminoso, alla propria singolarità intesa quasi come un offerta rituale all’interlocutore in platea. Molto brave sia la musicista, è tale, elettronica sia la danzatrice che dimostra qualità anche tecniche notevoli al servizio di una creatività non comune. È stata solo la seconda volta che incontravano un pubblico ma hanno già dato prova di maturità. Una ulteriore prova della capacità di Kronoteatro, di Maurizio Sguotti e di Francesca Foscarini, loro consulente per la danza, di individuare con intelligenza spettacoli di qualità.

VARIAZIONE N. 1 SORELLE DI DAMIANO FOTO LUCA DEL PIA

Sorelle di damiano è un gruppo di performer fondato nel 2018, nel corso degli studi all’Accademia Paolo Grassi di Milano, da Sofia Pazzocco e Simona Tedeschini.

I GRECI GENTE SERIA! COME I DANZATORI – quotidiana.com

Intelligente, esplicita forse ma mai dichiarata, descrizione del mondo che ci circonda e precipita dentro di noi, in forma di domande difficili da formulare e impossibili da evadere. Nello spettacolo la tattica espressiva della reiterazione verbale e quella recitativa, alienata nei suoi movimenti a scatto (quasi una trappola) che ricorda le danze dei burattini, diventa una strategia per dare a quella parola, reperita in fondo a caso tra le tante, indistinguibili ormai e ininfluenti, che ci circondano, e a quei movimenti, un senso, un peso, un significato che ci permetta quanto meno di indagare e giudicare. Un atteggiamento estetico che è profondamente etico nel quale, al metro kantiano altrove già citato, prelave la narrazione per Aforismi in bilico tra il fuoco dionisiaco di Nietzche e il gelo dell’assurdo di Beckett. Basta ascoltare per chi ha ancora orecchi per farlo, e così il suono indistinto del mondo può farsi ‘politica’ e l’individualità dispersa diventare comunità e riconquistare una libertà ed una verità, o anche solo sincerità, che sembrano oggi perdute.

Questo spettacolo ha vinto il premio Tuttoteatro Dante Cappelletti 2022. Di e con Roberto Scappin e Paola Vannoni.

Terreni creativi è uno spazio che qualcuno definirebbe”di nicchia”, io preferisco chiamarlo un segmento di salutare creatività che significa un teatro in cui recuperare libertà per stare meglio con noi stessi e con gli altri. Lo ha ricordato, al termine dell’ultimo spettacolo, anche Paola Vannoni suscitando vari minuti di applausi solidali con Maurizio Sguozzi, i suoi compagni di avventura e i suoi collaboratori. È stato il manifestarsi di un pubblico eterogeneo ma unito, di ogni generazione dai bambini agli anziani, che si è formato e rafforzato nel corso di questi quindici anni di Festival. Speriamo, anzi ne siamo convinti, che anche questo servirà a modificare l’atteggiamento futuro delle Istituzioni che devono prendere in considerazione la volontà ed il desiderio del pubblico così che ci si possa rivedere l’anno prossimo. La presenza di Sindaco e Assessore alla cultura di Albenga è stato un buon segnale a rafforzare le aspettative che almeno gli amministratori locali sappiano farsi carico e latori delle esigenze e delle aspettative della loro comunità.

Visti al Festival Terreni Creativi di Albenga il 7 e 8 agosto 2023

.

Share
Tags

Comments are closed.