Recensioni — 08/12/2021 at 10:30

Inequilibrio 2021: ritornare nel proprio territorio (2 parte)

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RUMOR(S)CENA – CASTIGLIONCELLO – ROSIGNANO – (Livorno) – Fabio Masi condirettore del festival Inequilibrio insieme ad Angela Fumarola, nel corso di una lunga conversazione avvenuta nel mese di luglio, racconta la riorganizzazione artistica e logistica del festival. «Da ottobre del 2019 ci siamo trasferiti a Rosignano Marittimo per i lavori di ristrutturazione del Castello Pasquini, un borgo medievale con dinamiche sociali, culturali ed economiche completamente diverse da Castiglioncello, pur essendo dislocato nello stesso Comune. Sono identità diverse e nel nuovo contesto abbiamo iniziato a strutturare dei laboratori e seminari in stretta collaborazione con le associazioni del paese che formano un tessuto coeso, sostanzialmente assente a Castiglioncello, luogo più incentrato sulle attività turistiche dove il centro è rappresentato proprio da Castello Pasquini. Tutte questa attività si sono fermate, pochi mesi dopo, a causa della pandemia, interrompendo sul nascere il percorso di radicamento per far crescere sul territorio le attività culturali ed artistiche. Questo però non ha fermato il nostro pensiero e abbiamo continuato a riprogettare le attività di residenza, per quanto possibile e soprattutto cambiato più volte nella sua concezione, fino ad approdare all’edizione realizzata in parte nel mese di luglio (primo festival in Italia a riaprire nel post-lockdown) e poi a settembre.

Abbiamo realizzato un programma innovativo chiedendo agli artisti di pensare con noi come e cosa fare in una situazione così diversa e imprevedibile, dove l’esigenza primaria era di ricucire il tessuto sociale e culturale di una comunità lacerata dalla pandemia che aveva creato solitudini, allontanamenti (il distanziamento sociale), difficoltà di vita. Per questo nel 2020, oltre che il Castello Pasquini con i suoi spazi all’aperto, aveva investito tutta Rosignano Marittimo I nuovi spazi chiusi (Teatro Nardini, Auditorium Danesin), il borgo storico, le colline circostanti del parco di villa Poggetti. Nonostante le molte difficoltà logistiche ed organizzative aveva raggiunto l’obiettivo di riportate vita, arte, socialità. Quest’anno abbiamo consolidato quell’idea e quel progetto. Questo grazie al proficuo confronto con l’Amministrazione Comunale e con la Fondazione Armunia. A questo proposito voglio segnalare alcuni dei fondamentali atti che si sono concretizzati in questo anno pandemico: la nuova convenzione decennale (Armunia-Comune) per la gestione del Castello Pasquini che ci pone in una condizione di sicurezza e consolidamento a medio-lungo termine; la convenzione per la gestione del Teatro Nardini di Rosignano Marittimo che Armunia ha ristrutturato e reso funzionale come sala teatrale, grazie ad investimento nostro di 30.000,00 euro; la nuova, funzionale e bella foresteria a Rosignano Marittimo, messa a nostra disposizione dal Comune; l’auditorium “Danesin” adiacente la foresteria; last but not least, l’assunzione di una cuoca che gestisce la foresteria, ha permesso di offrire agli artisti un tempo totale dedicato al loro lavoro senza avere altri pensieri logistici e organizzativi.

Tutto questo permette una molteplicità di luoghi, spazi e tempi da adeguare a contenuti e progetti diversi. Il Festival di quest’anno è tornato al castello, senza però perdere di vista Rosignano Marittimo. Abbiamo realizzato un programma dislocato tra spazi e sale, incursioni urbane, modulato tra interni ed esterni. Il risultato è stato un festival molto partecipato (sold-out anche quando gli spettacoli erano in contemporanea con le partite della nazionale di calcio agli europei, che è tutto dire!) anche e soprattutto da un pubblico locale, con un “clima” sereno. Del resto noi, già il 26 aprile scorso, quando la Toscana è diventata gialla, abbiamo aperto subito il teatro con una prova aperta di una compagnia in residenza e il pubblico ha subito partecipato. Vogliamo perciò rivendicare il merito di aver accompagnato la riflessione, il ripensamento, lo studio degli artisti ed elaborato insieme a loro un dialogo capace di creare bellezza e partecipazione».

La Gloria crediti foto di Antonio Ficai

Tra gli spettacoli visti merita di essere citato “La Gloria” prodotto dalla Corte Ospitale di Rubiera, scritto da Fabrizio Sinisi con la regia di Marco Scandale che ha diretto sulla scena Alessandro Bay Rossi, Dario Caccuri e Marina Occhionero. Spettacolo vincitore di Forever Young 2019/2020. narra una vicenda che evolverà al suo culmine in una dittatura che trascinerà l’Europa nella seconda guerra mondiale. Racconta di un giovane aspirante artista austriaco che tenta invano di essere accettato all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Siamo nel 1907 e l’identità del giovane ragazzo corrisponde al nome di Adolf Hitler. Non resterà anonimo a lungo ma negli anni della sua permanenza a Vienna è solo un fallito e incapace di intraprendere una carriera artistica, inseguendo quel sogno di gloria che lo tormenterà. In questa vicenda è coinvolto anche l’amico August Kubizek con il quale Hitler ha un legame morboso e intessuto da rivalità, invidia, gelosia. L’ostinazione a non confessare la verità, continuando a negare l’evidenza dei fatti, farà si che tra i due si verrà a creare una rottura insanabile, fino a farlo diventare un disperato vagabondo in una città che lo rifiuterà. Lascerà l’Austria per la Germania e da quel momento la sua ascesa al potere diventerà inarrestabile. Tra i due si inserisce la figura di Stefanie, una giovane intraprendente e fonte di ulteriore conflitto tra i due uomini.

La dinamica relazionale tra i tre protagonisti è funzionale al racconto – analisi di un periodo storico che segnerà tragicamente le sorti dell’umanità e ha una valenza politica per poter comprendere la genesi della follia di un uomo la cui personalità patologica influirà sul suo destino. Sulla scena si viene a creare una tensione sempre più drammatica per l’evolversi dei dialoghi – relazioni tra i due uomini che da un’iniziale amicizia si trasformerà in una dialettica conflittuale sempre più divisiva, aggravata anche dalla presenza della donna la cui presenza nella casa di August e Adolf verrà osteggiata da quest’ultimo. I tre protagonisti danno vita ad un crescendo emotivo reso con drammaticità e intensità recitativa a dimostrazione di come la scelta di affidare ad Alessandro Bay Rossi, Dario Caccuri e Marina Occhionero, ruoli così impegnativi, si è dimostrata vincente.

La regia di Marco Scandale segue una coerenza lineare e ben articolata che deriva dall’ottima scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, senza mai eccedere in soluzioni che avrebbero potuto scivolare nell’enfatizzare la vicenda narrata, ma resta nel solco di un’analisi minuziosa dell’agire umano. Anche il corredo di immagini che vengono proiettate sanno creare la giusta atmosfera in cui il pubblico viene coinvolto e reso testimone di un dramma la cui memoria storica non va mai rimossa. “La Gloria” si caratterizza anche per il suo significato etico che ci costringe ad interrogarci sul nostro presente storico dettato da inquietudini sociali e politiche dove tutto appare instabile e precario. Il programma di Inequilibrio 2021 offriva la possibilità di scegliere tra proposte di teatro e danza, anche molto distanti tra loro, dove scoprire delle realtà artistiche di grande pregio come nel caso di “Ara! Ara!”, una performance coreografica creata ed interpretata da Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi.

Ara !Ara ! crediti foto Panzetti Tacconi

Definirla solo danza sarebbe limitativo ma soprattutto ingiusto, se il termine scelto può esprimere il giudizio a cui affidare la valutazione di quanto visto sul palco esterno a Castello Pasquini. I due artisti danno vita ad una creazione espressivo – corporea dove si denota uno studio approfondito dell’interazione tra corpo e oggetto drammaturgico, come la scelta delle bandiere la cui funzione è quella di prolungare ed espandere nell’aria il movimento fisico. La ricerca di Panzetti e Tacconi è indirizzata all’arte degli sbandieratori, una tradizione folcloristica che caratterizza eventi culturali diffusi in molte zone d’Italia. La maestria dei due protagonisti si evidenza in un preciso disegno geometrico nel movimentare le bandiere avviluppando progressivamente i corpi in un’armonia di emozioni vibranti che si diffondono nello spazio. Una ricerca artistica capace di coniugare linguaggi diversi che si intersecano e danno vita ad una sinfonia il cui esito lascia una sensazione di completezza e armonia gioiosa.

Una gioia provata anche nell’assistere ad un’altra esibizione, questa volta musicale quanto teatrale: “Rapimenti. Concerto per attore, un musicista e tanti pensieri” con due eccellenti interpreti, quali sono Pino Basile e Francesco Pennacchia. Una performance divertente, ironica anche auto indirizzata, apparentemente scanzonata e goliardica. Una musicalità di suoni insoliti, percussioni e timbri, voci che sussurrano e si divertono a creare rimandi, echi, controcanti, all’insegna della leggerezza e del piacere dove il divertimento non è mai banale e scontato. Artisti dal percorso professionale in cui studio, ricerca, esperienza e talento si fondono insieme e l’affiatamento dimostrato tra di loro è un valore aggiunto e indispensabile per raggiungere il risultato a cui siamo stati testimoni e piacevolmente intrattenuti.

Gabriele Brunelli

Tindaro Granata deve ad Antropolaroid, la celebrità di cui gode e ben meritata. Scritto da se medesimo come racconto autobiografico di storie di vita drammatiche mai appesantite quanto descritte con sapiente leggerezza, la versione vista a Castiglioncello si è avvalsa anche della presenza di un giovane attore: Gabriele Brunelli nell’inedita soluzione di abbinare ad Antropolaroid ad un racconto autobiografico dal titolo “Ironia della sorte”. Un progetto ideato da Tindaro Granata con il fine di dare voce a testimonianze individuali. Il teatro di narrazione costruito su spunti autobiografici è un valido strumento se saputo gestire con sensibilità e umiltà, e queste caratteristiche sono state colte nell’interpretazione offerta da Brunelli e sapientemente guidata dal suo “maestro” Granata. Nel 2020 Tindaro Granata ha tenuto un seminario presso la Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, durante il quale ha lavorato con un gruppo di allievi a personali versioni interpretative di Antropolaroid, lo storico spettacolo di Tindaro che nel 2021 ha festeggiato i dieci anni di vita. Un record assoluto. Da qui è nata l’idea di anticipare il suo monologo ispirato al “cunto” siciliano ospitando sulla scena uno dei suoi allievi.

Affari di Famiglia crediti foto di Antonio Ficai

Sono “Affari di famiglia” di Antonella Questa quelli discussi vivacemente con Francesca Innocenti nella versione scritta e interpretata dall’attrice nel ruolo dell’imprenditrice e madre di una figlia restia ad entrare nell’azienda di famiglia, appunto, con un ruolo decisivo per proseguire una tradizione generazionale nel passare di padre in figlio, la conduzione e gestione di un patrimonio di saperi e di finanze a rischio chiusura per la concorrenza che incalza. La dinamica è impostata sullo scontro relazionale tra le due donne le cui posizioni si dimostrano divergenti e contrastanti tanto da innescare un dialogo sempre più concitato tra le due protagoniste. L’autrice spiega nelle note di presentazione la scelta di occuparsi di un argomento che si collega al suo percorso artistico da sempre caratterizzato sul tema della famiglia. In questa nuova creazione, Antonella Questa vira decisamente dal registro abituale in cui la brava attrice ha sempre dimostrato di possedere, spaziando dall’ironico al dissacrante, per affrontare un ruolo che richiede un’aderenza realistica al personaggio interpretato. Una manager preoccupata di non lasciare nulla di intentato per la sua azienda ma anche madre e questo complica ulteriormente la dinamica tra le due. Il professionale si mescola al privato, il profitto si intreccia con gli affetti. La vita si complica e non trova una soluzione facile là dove c’è divergenza e ideali differenti. Il testo è complesso denso di rimandi e descrittivo nell’affrontare una problematica molto sentita, con il rischio di essere un po’ ridondante in certi passaggi dove il citazionismo molto dettagliato del contesto potrebbe apparire più come una descrizione che un’interpretazione drammaturgica ispirata alla realtà. Antonella Questa si conferma attrice di grande spessore interpretativo e riscuote meritatamente il plauso convinto del pubblico.

Originale e insolito per chi è abituato ad assistere ad uno spettacolo in cui la trama si sussegue con l’interpretazione degli attori a cui sono affidati dei ruoli – personaggi, se pur realistici, pensati dal drammaturgo, “Il caso W” di Rita Frongia e Claudio Morganti, vira, al contrario, su un doppio piano di lettura e rilettura del Woyzeck di Buchner da cui trae ispirazione. Si basa sullo svolgimento del processo all’imputato per omicidio (l’autore non lo affronta nel suo dramma) mentre qui diventa la struttura portante in cui agiscono tutti gli interpreti: accusa, difesa, testimoni, con la particolarità evidente fin dalla prima scena (sono tutti presenti ancor prima che inizi lo spettacolo- dibattimento) che non si sta assistendo ad una normale udienza. Sfilano le testimonianze di uomini e donne in cui si percepisce un’ambiguità di fondo, dei non detti intrisi di una volontà di non sottostare ad un principio cardine della giustizia: “giuro di dire la verità. nient’altro che la verità. Tutto appare contradditorio e volutamente indefinito, capace di portare lo spettatore dentro l’azione scenica stessa, come fosse sollecitato a fare parte attiva della dialettica tra chi cerca di assolvere l’imputato e chi, invece, è determinato a condannarlo.

Il caso W crediti foto di Ilaria Costanzo

Una combinazione di fattori capaci di annullare la distanza non solo fisica ma anche emotiva. Tutti sono chiamati ad una partecipazione attiva, siano attori o spettatori non fa differenza. Non recitano guardando il pubblico ma rivolti verso chi in quel momento sta deponendo al banco o come fanno gli avvocati che si fronteggiano l’uno verso l’altro. Non c’è un finale, non c’è un verdetto e una sentenza definitiva ma tutto resta aperto e lasciato al giudizio del pubblico, come fosse un tribunale supremo. Non è possibile comprendere fino in fondo se l’accusa è dimostrata (Woyzeck è sano di mente) mentre la difesa sostiene la sua incapacità di intendere e volere al momento dell’omicidio. Chi stabilisce la verità o meno non è importante quanto interrogare e interrogarsi. Claudio Morganti ci riesce bene e lo fa grazie alla perfetta adesione di tutti i protagonisti.

Il caso W crediti foto di Antonio Ficai

La trasposizione in chiave contemporanea del romanzo Oblomov dello scrittore russo Ivan Goncarov (siamo alla fine dell’800) in una versione teatrale della Compagnia Oyes diretta da Francesco Cordella dal titolo Oblomov Show dove viene affrontato il cosiddetto “mal di vivere” in cui si può ritrovare quell’inquietudine esistenziale (anche) dell’essere umano. L’incapacità di reagire a condizioni psicologiche tali da subire una sorta di annientamento del proprio agire in relazione alla vita stessa. Il protagonista si rinchiude in una gabbia mentale per cui le relazioni, la socializzazione, il desiderio di riscatto, vengono allontanati per il suo immobilismo anche fisico. Indolente e apatico dimostra a chi gli sta intorno di non provare nulla che lo possa distogliere dall’apatia, unica e paradossale sicurezza di cui dispone. Interpretato dal convincente Dario Merlini nel ruolo di un regista che vive isolato in compagnia del fratello (Francesco Meola), l’Oblomov di Stefano Cordella è un uomo destinato a soccombere, privo di quella forza capace di reagire a fin di bene, ma per se stesso, in un moto d’orgoglio e autostima. Il regista colloca la storia all’interno di un contesto sociale simile a quelli che molti vivono o hanno conosciuto, senza però darne un’interpretazione esclusivamente drammatica grazie ad un sottile gioco di rimandi ironici e sarcastici di tutti gli altri protagonisti (Francesca Gemma, Umberto Terruso, Martina De Santis), in grado di alleggerire quanto pensare a come sia simile la nostra vita quando tutto appare privo di senso. Nel solco della sua poetica, Cordella affronta ancora una volta, la complessità che ci appartiene e con la quale dobbiamo convivere.

Oblomow Show crediti foto di Antonio Ficai

Inequilibrio 2021 si è concluso con un finale in musica travolgente: il concerto jazz Bariville Ivtet con Guido Di Leone, Fabrizio Bosso, Bruno Montrone, Mimmo Campanale. Un’apoteosi di puro piacere per esprimere un senso di appartenenza e comunità, vitale, in cui la musica resta sempre il linguaggio universale che accomuna e mai divide.

Bariville Ivtet crediti foto di Antonio Ficai

Visti al Festival Inequlibrio 2021 a Castiglioncello, Rosignano Solvay, Rosignano Marittimo nel mese di luglio 2021

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