spettacoli — 07/09/2018 10:33

Fedra, ribellarsi e amare negli States anni ‘50

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RUMOR(S)CENA – IPPOLITO  – CATANIA – C’è, può esserci, in chi mette in scena uno spettacolo costruito su un testo della drammaturgia classica una sorta di tranquillità che deriva dall’impressione di solidità che quel testo immancabilmente emana. Le tragedie greche, a leggerle attentamente – come si fa quando si prova ad alllestirle – sorprendono per la loro misteriosa vitalità: lo si sapeva, certo, ma ci si stupiscee ogni volta nel verificare che si tratta di straordinari congegni teatrali in grado di parlarci e nella condizione di trovarsi bloccati in una dimensione monumentale che non rende loro giustizia. È questo il crinale su cui ogni regista deve muoversi nel momento in cui si confronta con un testo classico: lo spettacolo sarà l’esito di questo confronto dove si mettono in gioco, da una parte la personalità stessa del regista, la sua cultura teatrale e artistica, intelligenza e la percezione della storia e della cultura, oltre alla sensibilità politica, e dall’altra zone di senso collettivo remote certo, ma talvolta anche moderne e contemporanee (la vitalità teatrale di questi testi si estende infatti molto oltre l’antichità classica).

foto di Dino Stornello

Ci si confronta con archetipi vivi e portatori di senso nel contesto della cultura occidentale e del suo dispiegarsi storico. Quanto più questo confronto sarà profondo, autentico e importante, tanto più lo spettacolo che ne scaturisce avrà senso e sarà capace di parlare al pubblico contemporaneo.

Questa premessa è necessaria per spiegare l’“Ippolito” di Euripide, tradotto, parzialmente riscritto e diretto sulla scena da Nicola Alberto Orofino, per l’interpretazione di Egle Doria (Fedra e Artemide), Luana Toscano (Afrodite e Nutrice), Silvio Laviano (Coro e Teseo) e Gianmarco Arcadipane (Ippolito); scene e costumi di Vincenzo La Mendola. Si tratta di uno spettacolo che possiede complessivamente una bella energia, pulito sin nella scenografia, ben recitato da attori di solido mestiere, ben affiatati e con una complessiva felicità di tratto e di ritmo che rende questo lavoro gradevole. Orofino si è confrontato col testo del grande drammaturgo ateniese ma anche, senza superficialità e senza sconti con sé stesso, con la propria cultura teatrale ed artistica. L’ambiente in cui viene immaginato il tutto sono gli Stati Uniti fine anni ’50, un’America chiusa nella sua ricerca di purezza e nel suo settarismo bigotto un po’ razzista, linda fuori marcia dentro: per capirci, l’anno scorso George Clooney ha usato questo volto dell’America per il suo bellissimo film Suburbicon.

foto di Dino Stornello

In questo contesto di chiusura umana e culturale si affilano ulteriormente le tensioni già presenti nel testo greco, diventano taglienti e si caricano di nuovi significati, culturali, politici e prepolitici, che rendono il tutto estremamente interessante: la tensione tragica si sviluppa sulle linee tipiche dello scontro tra dee sulla pelle dei mortali, sulla colpevole estraneità ad eros da parte di Ippolito (un intellettuale perso nella sterilità astratta dei suoi studi e dei suoi intenti di purezza), sull’amore ribelle e irresistibile e poi sulla vendetta moralistica e terribile di Fedra e su quella altrettanto dura, ma sostanzialmente incolpevole, di Teseo insieme guerriero e comandante di un esercito moderno.

Dentro queste linee tradizionali il regista procede per piccole disarticolazioni della costruzione euripidea all’interno delle quali fa passare il legame col presente ma in una direzione che però non sembra del tutto superare il pensiero di Euripide. È un modo di lavorare molto originale ma non sempre l’esito è positivo. In altre parole: questi varchi nel testo euripideo sono interessanti finestre sul presente, ma appaiono poco meditati, motivi senza un aggancio profondo col mood complessivo del lavoro: lo spettacolo infatti perde di intensità quando si allontana, più o meno visibilmente, più o meno congruamente, dalla linea centrale della riscrittura in chiave americana; quando, ad esempio, indugia all’inizio sulle italianissime canzoni del Trio Lescano, che sono gradevoli, affascinanti, pregne di storia e ricordi, ma in effetti non molto legate al resto della riscrittura. Cita Sarah Kane (Phedra’s love), nel disvelarsi carnale del fuoco, disperato e folle, dell’amore di Fedra o riscrive parzialmente il finale della tragedia, spostandone il focus soprattutto sull’ incomprensibilità del comportamento capriccioso e cinico degli dei nei confronti degli uomini.

Produzione di Associazione culturale Madè in collaborazione con Teatri di Pietra -Sicilia 2018. Rassegna Estate in Città 2018 promossa dal Comune di Catania.

Visto al Castello Ursino di Catania il 18 agosto 2018.

 

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