Teatro, Va in scena a — 07/01/2015 23:08

Virgilio Brucia e gli Anagoor al Teatro Sanbàpolis di Trento

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TRENTO – Va in scena martedì 13 gennaio alle 21 al Teatro Sanbàpolis di Trento, Virgilio Brucia , l’ultima produzione firmata Anagoor per la regia di Simone Derai. Spettacolo nell’ambito della stagione 2014/15 del Centro servizi culturali Santa Chiara di Trento. In scena Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Massimiliano Briarava, Moreno Callegari, Marta Kolega, Gloria Lindeman, Paola Dallan, Monica Tonietto, Artemio Tosello, Emanuela Guizzon e con la partecipazione straordinaria di Marco Cavalcoli.

Nella sua Vita Elio Donato disegna con rapidi tratti un Virgilio schivo, di carattere mite e modesto, dalla parlata timida e lenta, tanto da apparire ignorante. Una figura in netto contrasto con il mito del poeta che non esitava a cantare i potenti – e per i potenti – e non esitava ad usare il registro epico e il ruolo di poeta laureato al servizio di Ottaviano. La nostra epoca antitotalitaria coltiva giusti e legittimi sospetti nei confronti dei poeti e della poesia al servizio di un’ideologia ufficiale. Tuttavia ribolle sotterranea una tensione latente tra il Virgilio introspettivo, che colora i suoi versi di melodia tipicamente malinconica, e il Virgilio propagandista ufficiale che deve proclamare il trionfo delle armi romane e la storia della dinastia al potere. C’è una composta, disciplinata serenità nell’opera di Virgilio, ma sotto la superficie indisturbata si agita un dissidio interiore, quel dissidio che William Butler Yeats considerava la reale e autentica fonte della creazione artistica. Questo nostro lavoro non è un’opera sulle Bucoliche, sulle Georgiche o sull’Eneide. È piuttosto uno sguardo spaventato alla frattura che fende e ferisce la base di un’esistenza da cui, come un fiume che lava, scaturisce la creazione poetica.

Anagoor

Su insistenza di Augusto, nel 22 a.C. Virgilio lesse parte del grande poema promesso, allora ancora in via di costruzione, e al quale lavorò per undici anni fino alla morte. In tre distinte serate il poeta recitò i versi di tre dei dodici libri della futura Eneide. Non tre libri a caso: il Secondo, ovvero il rogo di Ilio e il crollo del regno troiano, racconto di inaudita violenza che funge da propulsore alla vicenda del popolo in fuga verso l’Italia; il Quarto, ossia l’abbandono di Cartagine e di Didone, esemplare rinuncia alle proprie passioni, all’amore e alla felicità, sacrificate in nome di una missione più alta; il Sesto, in cui si narra la discesa di Enea nel regno dei morti per ritrovare il padre Anchise, libro quest’ultimo posto esattamente al centro del poema, significante spartiacque tra passato e futuro, tra incendio e futura fondazione. Il nostro lavoro può essere osservato attraverso il filtro di questi tre libri. Virgilio è Enea, un eroe che porta nel nome un dolore insostenibile, riluttante eppure capace di accettare di assumersi l’onere di una missione immensa, sproporzionata per un solo uomo. Virgilio come Enea si carica sulle spalle un bagaglio enorme e con tale enorme fardello attraversa il bruciante processo della creazione consumando la propria vita, inseguendo vie di fuga dalle fiamme divoranti del proprio sentire, delle proprie urgenze, laddove fuggire dall’incendio è mettere in salvo se stessi, e mettere in salvo una tradizione a brandelli levando un canto funebre per ciò che non sarà più, perché la propria creazione darà l’addio definitivo ai padri di cui conserviamo il dna dando il via ad una nuova lingua.

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Sullo sfondo di una vita che brucia per cantare un “Gloria al mondo” (che è un impensabile descrivere il mondo nella sua interezza), il mondo intero, le moltitudini, le migrazioni, la precarietà dell’esistenza, i capi, i pastori e i contadini, i trionfi e i fallimenti della politica, l’indifferenza e insieme la straziante mitezza del mondo naturale, la fragilità e insieme l’assurda ferocia degli uomini, la Storia che come una macchina avanza senza aver cura delle sofferenze degli individui di qualsiasi regno essi siano e l’esperienza, a caro prezzo pagata, del dolore, l’unico tra le nostre passioni ed affetti a durare in eterno. Infine, nella visione dell’opera incastonata nell’opera, la possibilità di vedersi di fronte alle lacrime del mondo. Si staglia contro questa cortina di fuoco un’inesauribile fiducia riposta nei cantori, figure in cui, insieme ai canti di lavoro ascoltati sui campi di Mantova, si riversano le memorie di Virgilio bambino, quasi il suono, i versi e il metro che ordina il mondo fossero in grado di fornire un lavacro capace di spegnere il rogo. Una fede che fa da contraltare al sentimento di sfiducia sul gesto artistico stesso che sembra emergere dall’opera virgiliana.

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Dice il poeta irlandese, Seamus Heaney (1939 – 2013): Virgilio pone la domanda che turba tutti i poeti, a che serve il canto se tutto è sofferenza? A che serve cantare in tempi di violenza? Con noi un coro di voci europee ed extraeuropee a tratteggiare una geografia e una cronologia del canto, come un impero dagli ampi confini in cui confluiscono musicalità colte e popolari, influenze orientali e occidentali, armene e bizantine, ma anche la tradizione balcanica e quella macedone che conservano il germe misterioso dell’arte aedica e del coro pretragico, fino alle composizioni minimaliste del più lirico tra i contemporanei, l’inglese John Tavener (1944 – 2013), e del suo toccante Funeral Canticle, scritto in occasione della scomparsa del padre. Di città in città la compagnia incontrerà e accoglierà, laddove possibile, una piccola collettività di cantori ogni volta diversa, rappresentanti della città stessa: il desiderio è quello di disegnare una comunità in transito sulla scena, in un quadro che lasciando spazio alla delicatezza dell’improvvisazione vocale e dell’ascolto, attraverso questa piccola moltitudine, narri degli individui, delle masse e della precarietà dell’esistenza. Di più l’obiettivo della compagnia è quello di farsi portatore di informazioni/dono, favorendo la trasmissione di un sapere musicale di volta in volta lasciato e raccolto nel corso degli incontri. Una catena di voci che superi la geografia come un’estesa processione verso un’ideale Ara Pacis.

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BUCOLICHE, GEORGICHE, ENEIDE | VIRGILIO BRUCIA

Virgilio ci ha lasciato tre opere. Tre opere capitali per la storia della letteratura occidentale. Le Bucoliche, scritte tra il 42 e il 39 a.C., con i loro scenari agresti, le greggi e i fiori odorosi, i dolcissimi e malinconici cantori, gli oracoli che annunciano l’imminente ritorno dell’età senza dolore, gli amori infranti e in filigrana le trasparenti questioni politiche ed estetiche, gli consegnarono un’improvvisa notorietà a Roma aprendo al poeta di Mantova la via agli ambienti culturalmente più influenti della capitale, quelli della cerchia di Mecenate che lo introdusse ad Ottaviano. Sono questi gli ultimi anni di una lunga guerra civile che dalla morte di Giulio Cesare aveva devastato l’Italia. La seconda opera fu scritta nei sette anni in cui si consumò lo scontro definitivo tra le due opposte fazioni politiche. Nel 29 Virgilio lesse, in quattro giorni consecutivi, le Georgiche ad Ottaviano quando questi, di ritorno dall’Oriente, si era fermato ad Atella in Campania, all’indomani della vittoria di Azio su Antonio e Cleopatra (31 a.C.), vittoria che gli consegnava definitivamente il potere incontrastato su Roma designandolo come l’uomo della Pace ritrovata. Fu in quei quattro giorni in cui Virgilio, dandosi il cambio con Mecenate, aveva recitato i propri versi sul lavoro dei campi, sul mondo naturale, sulla vita degli agricoltori e degli animali, che il poeta promise la creazione di una grande opera futura. L’Eneide fu progettata e composta negli undici anni successivi che videro Virgilio totalmente occupato in studi preparatori, ricerche storiche, mitologiche, geografiche, elaborazioni dell’architettura interna e ripensamenti, stesure in prosa e successiva creazione in esametri. Nel 19 a.C., deciso a chiudere l’ultima stesura dell’opera, partì per la Grecia per visitare la terra di Omero e i luoghi da cui prende motore la guerra di Troia, di cui aveva deciso di riprendere le fila riannodandole alle origini della storia di Roma.

Ma incontrato Ottaviano a Megara, durante una gita con la corte imperiale fu colto da malore a causa di un colpo di sole. Durante il viaggio di ritorno per mare le sue condizioni si aggravarono e il poeta non si riprese. Morì all’approdo al porto di Brindisi. Augusto impedì ai fedeli di Virgilio di bruciare l’opera come il poeta aveva chiesto e ordinò che fosse pubblicata così com’era senza che nulla fosse toccato o corretto. Il poema ebbe un immediato successo in tutto l’impero, lo testimonia la sua amplissima diffusione, trasformandosi all’istante in uno straordinario ed efficacissimo strumento di propaganda per l’esperimento politico che si andava in quel momento elaborando: l’impero, un laboratorio del potere su cui si sarebbe modellata la storia dell’Occidente.

Prestissimo divenne libro di testo nelle scuole imponendosi da subito (e nei secoli a venire) come modello per immaginario e per forma. Bucoliche, Georgiche, Eneide. Tre opere che occuparono l’arco dell’intera vita artistica di Virgilio: molto meditate, a lungo progettate, meticolosamente pianificate, decisamente sofferte. Pur nella loro varietà di forma e di contenuti le tre opere sembrano tendere tuttavia un unico arco. Due emblematici versi racchiusi rispettivamente nella decima ecloga delle Bucoliche e nel primo libro delle Georgiche contraddicendosi sembrano offrire i poli di una tensione che prepara alla dura missione cui è votato Enea e forse Virgilio stesso: OMNIA VINCIT AMOR (l’amore vince tutto), LABOR OMNIA VICIT (la fatica vince ogni cosa). Entrambe le opere contengono storie di poeti che muoiono per amore: Gallo e Orfeo, entrambi trovano il fuoco della propria arte nel dolore della perdita. Ma lo strazio li conduce ad un canto disperato ed ossessivo, delirante, senza lira come quelli delle Furie, di quelli che imprigionano per sempre nell’Ade. C’è tuttavia nelle Georgiche un personaggio, Aristeo l’allevatore di api, che si offre come modello di comportamento opposto: la sua tenacia, la prontezza a non farsi devastare dagli urti proteiformi delle difficoltà (le api degli alveari di Aristeo muoiono) non solo lo salvano, ma lo conducono alla conoscenza profonda della rigenerazione infinita. È una tenacia che non è ottusa resistenza, ma fortezza e capacità di accoglienza, pensiero che sembra desunto dalla poesia tragica di Eschilo. Non pare un caso se le Erinni nella poesia di Virgilio sono sempre chiamate Eumenidi, le Benevole, vale a dire con il nome profilattico delle più tremende delle divinità: i contrasti della vita devono essere accolti e non combattuti. I temi dell’Eneide sono tutti tracciati in questo arco. Le Bucoliche e le Georgiche preparano il grande poema.

La perdita continua, di Troia, della propria casa, di Creusa, del padre Anchise, di Panto, di Corebo, di Palinuro, degli innumerevoli compagni strappati alla vita da un fato incomprensibile, la perdita della felicità e della possibilità di una vita normale e serena; la scelta consapevolmente atroce di lasciare l’amata Didone; la folle e amara decisione di Didone di immolarsi sulla pira e per contro il coraggio e la tenacia di Enea sono animati dalla stessa freccia. La discesa nel regno dei morti da parte dell’eroe, al centro esatto del poema, segna la possibilità di accogliere intimamente senza resistenza i contrasti della vita, stare con i morti e aprire al futuro. Pur nel mondo di sotterra, si spalanca allo sguardo di Enea, il cui nome significa atroce dolore, la volta celeste e il ciclo stesso dell’esistenza e della rinascita.

Video Concept: Simone Derai, Moreno Callegari, Giulio Favotto, direzione della fotografia: Giulio Favotto / OTIUM, Sound design: Mauro Martinuz
Costumi: Serena Bussolaro, Simone Derai
Accessori: Silvia Bragagnolo
Maschera di Ottaviano Augusto: Felice Calchi
Scene: Simone Derai, Luisa Fabris, Guerrino Perosin
Musiche: Mauro Martinuz
Arrangiamenti musiche tradizionali, composizioni vocali originali e conduzione corale: Paola Dallan, Gloria Lindeman, Marta Kolega, Gayanée Movsisyan
Byzantine chant e Kliros tratti da ‘Funeral Canticle’ di John Tavener
Beats: Gino Pillon
Traduzione e consulenza linguistica: Patrizia Vercesi
Drammaturgia: Simone Derai, Patrizia Vercesi

Testi ispirati dalle opere di Publio Virgilio Marone, Hermann Broch, Emmanuel Carrère, Danilo Kiš, Alessandro Barchiesi, Alessandro Fo, Joyce Carol Oates
Regia: Simone Derai

Organizzazione: Marco Menegoni per Anagoor, Stefania Santoni per Centrale Fies
Comunicazione: Virginia Sommadossi per Centrale Fies
Produzione: Anagoor 2014
Coproduzione: Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies, Operaestate Festival Veneto, University of Zagreb-Student Centre in Zagreb-Culture of Change Anagoor è parte di Fies Factory e APAP-Performing Europe

 

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