Recensioni — 05/11/2021 at 09:20

La lunga Odissea del viaggio di Ulisse nei luoghi di prigionia

di
Share

RUMOR(S)CENA – MODENA – CASTELFRANCO EMILIA – TEATRO DEI VENTI – Un lungo peregrinare alla ricerca di un approdo che possa restituire alla sua vita una pace a lungo desiderata: il viaggio interminabile di Ulisse Odisseo, è il viaggio di un’esistenza segnata dalla sorte infausta, in balia degli eventi, in cui appare destinato a soccombere. Dotato di una coraggiosa e instancabile forza d’animo, Ulisse cerca infaticabilmente di salvare se stesso ma anche la vita dei suoi compagni di sventura, attratto com’è dal desiderio di conoscere un altrove quanto di voler tornare in patria, dove lo attende Penelope e suo figlio Telemaco lasciato in tenerà età. Omero affida ad Ulisse una prova incessante e tormentata, lo sfida costantemente per mettere alla prova le sue capacità di sopportazione, adattamento e resistenza, e non ultima, la tenacia nello sfidare il volere degli dei.

Odissea foto di Chiara Ferrin

E di tenacia e perseveranza ne dimostra anche Stefano Tè, regista e direttore artistico della Compagnia del Teatro Dei Venti di Modena, quando la sua “Odissea” giunge al traguardo dopo un lungo e forzato periodo di inattività a causa dell’emergenza sanitaria. Il ritorno per dirigere gli attori detenuti della Casa Circondariale di Modena e della Casa di Reclusione a custodia attenuata di Castelfranco Emilia, è stato preceduto da polemiche e accuse sui social dove è stato contestato per la scelta di riprendere l’attività teatrale in carcere, dopo la tragica rivolta del 2020, segnata tragicamente dal decesso di nove detenuti trasferiti in altri istituti penitenziari. Riprendere l’attività trattamentale in carcere, grazie anche al teatro ha contribuito a migliorare la condizione di isolamento sociale e psicologico, offrendo una valida alternativa al trascorrere del tempo privo di stimoli .

Vittorio Continelli Odissea foto di Chiara Ferrin

Il teatro in carcere ha una valenza positiva se può favorire l’incontro con se stessi, con gli altri ma anche con i propri limiti, facilitando un percorso di riflessione identitaria per ottenere un cambiamento anche in termini esistenziali. Un ponte capace di collegare un dentro con il fuori e collocare il carcere nel suo territorio di appartenenza allo scopo di includere attraverso la conoscenza di una realtà spesso condizionata negativamente da pregiudizi. Così è stato pensato Odissea, nel suo viaggio partito dalla città di Modena fino a giungere a Castelfranco Emilia, partendo dal Teatro dei Venti, attraversando le vie urbane per entrare ed uscire da spazi di libertà a quelli di reclusione, senza una soluzione di continuità. Dettato da regole stabilite da una lunga e faticosa attesa per salire a bordo di un pullman dove l’attore Vittorio Continelli ci accompagna durante tutto il suo tragitto con il compito di narrare la storia.

Odissea foto di Chiara Ferrin

L’ascolto in cuffia e il sottofondo musicale delle note al pianoforte di Bach, sulle variazioni di Goldberg di Glenn Gould, creano un effetto estraniante in cui tutto appare sospeso. Ci attende Polifemo in un angolo di uno spazio asettico e spoglio, abbagliati da una luce vivida. Il gigante sta consumando voracemente uomini che si sfaldano tra le sue mani, lasciando colare lugubri scie di sangue sulla sua canottiera bianca. Un contrasto di colori dall’immagine iconica capace di suggestionare la partecipazione dello spettatore che viene catturato dalla potenza espressiva della scena. Un atletico attore da dimostrazione del suo talento ginnico – coreografico ruotando su se stesso nelle vesti di Eolo e la sua performance incarna la potenza del vento che spira contro Ulisse.

Pensato come dei quadri, i personaggi di Odissea si alternano progressivamente negli spazi adattati alle esigenze sceniche con un rigore formale che trasforma i luoghi di reclusione in ambienti immaginifici, simbolici, in cui emerge la volontà di far emergere una fisicità gestuale ed espressiva resa spontaneamente dagli attori. C’è poi un attore detenuto che interpreta Circe ammaliatrice e seduttrice con l’intento di trasformare i compagni di viaggio di Ulisse in maiali. Uno di questi è posto al centro coperto di fango reso di nuovo umano e libero grazie ad un potente getto d’acqua purificatrice che lo salva dal maleficio. Un’azione performativa che riassume il disegno registico di Stefano Tè a cui va riconosciuto un buon equilibrio per la riuscita complessiva del lavoro.

Odissea foto di Chiara Ferrin

L’alternanza di scene immerse nella luce naturale da altre dove il buio artificiale oscura e cela il mistero, è una soluzione efficace e congeniale al mito rappresentato. Si creano atmosfere oniriche dove il contesto carcere, in cui si è momentaneamente collocati, perde la sua identità di luogo di reclusione chiuso al mondo esterno. Il ritorno in patria a Itaca si compone di dodici tappe composto da pericolose insidie, azioni aggressive e mortali o dove l’accoglienza ospitale è solo apparente e cela, invece, divieti che non devono essere infranti, a rischio della vita stessa. Ulisse fa fatica a tornare, avendo contro l’ira di Poseidone capace di contrastarlo con la potenza dei venti, dei mari in burrasca, di naufragi perigliosi in terre sconosciute. La forza possente della natura si scaglia contro di lui. Lo aveva predetto Tiresia, l’indovino cieco che anticipa il suo ritorno irto di ostacoli e funestato da lutti. Una volta superata la porta d’uscita del carcere ci sente affrancati e liberi ma lo sguardo rivolto all’indietro dimostra che qualcosa noi irrisolto rimane lì dentro.

Odissea foto di Chiara Ferrin

Il viaggio prosegue senza sosta con il trasferimento, questa volta, verso il carcere di Modena con a bordo anche Laerte padre di Ulisse, dove appaiono le sirene, il feroce Scilla e Cariddi, la discesa di Ulisse nel regno dei morti, rimasto però sulla soglia. I suoi compagni disubbidendo alla profezia di Tiresia, si cibano di carne delle mucche sacre, scatenano una furiosa tempesta per volere di Zeus facendoli naufragare. La scena è apocalittica: una cascata d’acqua scende dal soffitto in cui vengono risucchiati gli uomini puniti per la loro disubbidienza. Emergono a fatica per cercare di respirare per non soccombere al fatale destino. Le loro voci risuonano come echi lontani, diversi per provenienza etnica, suggestivi nella contaminazione che si fonde in un italiano suscitando in loro un senso di appartenenza comune.

Odissea foto di Chiara Ferrin

Il ritorno è affidato a Penelope, l’attrice Alice Bachi, a lei è affidato il compito di traghettare verso la meta finale, luogo in cui tutto è iniziato: il Teatro dei Venti di Modena dove il pubblico veniva fatto transitare attraverso un tunnel sorvegliato da comparse nel ruolo di severe guardie. Penelope confessa la sua attesa infinita, spasmodica e illusoria, divisa tra la speranza per un lieto fine e la rassegnazione di un dolore con cui convivere per sempre. Un viaggio immersivo anche per l’impegno fisico e mentale richiesto agli spettatori, fino alla conclusione con l’unica scena borghese quando Ulisse e Penelope, seduti uno di fronte all’altro sul palcoscenico, svelano pubblicamente i propri sentimenti. Gli dei, gli eroi mitologici diventano identici agli esseri umani sulla terra. La distanza tra mito e realtà, tra finzione e verità si annulla in una vicinanza prossemica quanto emotiva per concludersi in un applauso liberatorio.

Odissea
Teatro dei Venti
Con Alice Bachi, Vittorio Continelli, Giuseppe Pacifico, gli attori e le attrici delle Carceri di Modena e di Castelfranco Emilia, attori e allievi attori del Teatro dei Venti.
Costumi Beatrice Pizzardo e Teatro dei Venti.
Allestimento Teatro dei Venti.
Drammaturgia Vittorio Continelli, Massimo Don e Stefano Tè.
Assistenza alla regia Massimo Don.
Regia Stefano Tè

Visto il 27 luglio 2021

Share
Tags

Comments are closed.