Teatro, Teatrorecensione — 05/11/2012 21:11

La discesa di Orfeo di Elio De Capitani dove i personaggi sono interpreti e narratori di se stessi

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Quando entri in sala e ti accomodi al tuo posto in platea, la scena è aperta e gli attori entrano insieme al pubblico sul palcoscenico, vanno a sedersi intorno ad un tavolo come si fa per la prima volta nel leggere un copione. E’ a questo punto, che dalla vita reale di una compagnia di attori in procinto di mettere in scena una piéce, si passa al teatro vero e proprio. Sono quelli del Teatro dell’Elfo di Milano diretti da Elio De Capitani che ha messo in scena  “La discesa di Orfeo”, un testo scritto da Tennesse Williams nel 1957, poco conosciuto e al quale lo scrittore mise mano più volte. Al punto tale che la primissima versione si intitolava “La battaglia degli angeli”.

La compagnia del Teatro dell’Elfo in “La discesa di Orfeo” di Tennesse Williams

Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale lo scorso luglio al Festival di Spoleto ed è il terzo testo di Tennesse Williams che Elio De Capitani affronta dopo “Un tram che si chiama desiderio e Improvvisamente l’estate scorsa”. Come sempre il regista, pur mettendo in risalto il nucleo principale della storia, gioca sul metalinguaggio e sullo straniamento brechtiano degli attori (entrano ed escono dai loro personaggi), recitano anche le didascalie del testo, descrivendo dunque le loro sensazioni, le loro emozioni, i gesti che stanno per compiere o le parole che stanno per pronunciare, creando un effetto di coralità ma nello stesso tempo di straniamento anche nel pubblico che vede continuamente i personaggi essere interpreti e narratori di se stessi.

Il testo racconta l’amore impossibile tra il bel tenebroso Val interpretato da Edoardo Ribatto, che qui suona anche la chitarra e canta bene, avendo alle spalle diverse esperienze teatrali con De Capitani. L’attore punta sull’immagine del Don Giovanni decadente e ormai stanco delle sue capacità amatorie, il quale però nel suo ormai esaurito vagabondare, fa rinascere il desiderio dell’amore in una donna non più giovane, Lady di origine italiana, interpretata da Cristina Crippa,  la cui materna carnalità ricorda quella di Anna Magnani che fu interprete nel 1959 del film Pelle di serpente di Sidney Lumet insieme a Marlon Brando, in cui da vita ad un Orfeo che cerca di riportare fuori dall’inferno la povera Lady, sposata per soldi a un uomo ormai vecchio, malato e cattivo che l’ha trascinata nel baratro di una vita senza senso e senso amore, sullo sfondo di una America razzista e perbenista di un mondo chiuso su se stesso.

Cristina Crippa e Edorado Ribatto

L’inferno sono gli altri diceva Sartre, ma qui potremmo dire benissimo che siamo anche noi, quello che facciamo quando diventiamo intolleranti al punto tale da bruciare un uomo che si mostra benevolo nei confronti degli uomini di colore. E’ la fine toccata  al padre di Lady  ucciso proprio dal marito e anche a lei toccherà la stessa sorte. La bellezza della messinscena di De Capitani è quella di essere riuscito a creare una recitazione corale, in cui tutti sono protagonisti di un gioco, che passa continuante dal piano della realtà a quello della finzione, attraverso una moderna tragedia greca, grazie ad un intelligente uso dei cambi repentini di tempo e di luogo e di spazio, agli attori che si muovono velocemente sul palco cambiando loro stessi le scene e le posizioni, contribuendo a creare l’effetto di un set cinematografico.

La compagnia del Teatro dell’Elfo diretta da Elio De Capitani

Di grande sensibilità e bravura Corinna Augustoni nei panni della moglie dello sceriffo Jach Talbott interpretato dal regista De Capitani in un cammeo alla maniera di Alfred Hitchcock nei suoi film. Molto convincente nel ruolo della giovane ricca e depravata ci è sembrata Elena Russo Arman nel ruolo di Carol Cutrere mentre sicuramente da citare è l’interpretazione alla Fassbinder della teutonica infermiera Porter interpretata dalla brava Debora Zuin.

 Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano il 
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