Biennale Teatro Venezia 2023, Recensioni — 05/07/2023 at 10:24

Biennale Teatro Venezia 2023: il Diario di “Emerald”

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RUMOR(S)CENA – VENEZIA – Nella “Città di Smeraldo” sospesa nel mare e lanciata sull’Arcobaleno ai confini di Utopia, si testa una possibile resistenza, si fanno metafisiche, ma altrettanto concretamente storiche, prove di convivenza o meglio di sopravvivenza dell’Umanità, ove la diade natura-cultura è potentemente simbolica e in questo disvelatrice di una condizione esistenziale che si sfrangia suo malgrado. Laica “Città del Cielo”, tra Oriente e Occidente, in cui il Teatro diventa improvvisamente, ma anche felicemente, protagonista cercando, e spesso ritrovando, i luoghi del suo rito.

Dopo il “Rosso” della scorsa edizione Ricci/Forte scelgono, o sarebbe meglio dire di una relazione estetica in cui si perdono i confini singolarmente identitari, sceglie il “Verde” come colore topico di questo 2023, terzo anno di Direzione alla Biennale Teatro di Venezia.

È il colore mutante per eccellenza, il più ricco di sfumature e riflessi, duri come lo smeraldo ma liquidi come il mare, il colore patria della speranza e della Utopia, mappa ritrovata del viaggio, calzate le scarpette rubino di Dorothy, verso una attesa trasfigurazione che ci restituisca paradossalmente a quello che siamo, ma insieme carta di una intima geografia capace di catturare i segni di una modernità, tra ambiente e crisi climatica, dai duri tratti di realtà.

Il colore insieme della morte, quando si impadronisce del nostro corpo, ma anche il colore della rigenerazione ‘della’ natura dopo i rigori di ogni inverno, nonché di rinascita ‘nella’ natura di cui inevitabilmente, e nonostante la faustiana eversione di ogni moderno Icaro, economico e capitalista, che si e ci illude di poterne fare a meno, siamo parte. Il colore del teatro alla fine, perché “Nessun Luogo è come Emerald City, nessun luogo è verde come il Teatro”, proprio in quanto il Teatro è così intimamente Dionisiaco, cioè anti-economico e a-razionale (non essendo però ir-razionale), da essere capace di diventare ‘più realista del re’, nel senso di essere capace di intercettare e svelare la realtà dell’uomo diadico (natura e cultura) oltre ogni ideologia o egemonia dell’oggi che quella relazione vitale vuole spezzare.

Un Festival per concludere che cerca di fare della creatività estetica, della fantastica e utopica immaginazione, appunto uno strumento di realtà, utile proprio per la sua fertilissima disutilità, a partire dal Leone d’Oro alla carriera attribuito ad Armando Punzo, un maestro, con la sua Compagnia della Fortezza, della trasfigurazione della realtà per renderla innanzitutto visibile, poi conoscibile, infine mentalmente manipolabile e culturalmente riproducibile affinchè, ed è termine che suona in qualche modo inattuale, ‘serva’.

Ne scrive e ne descrive, in questi pochi versi che mi permetto di citare, Stefano Ricci:

<<Prodigio è magia / magia è illusione / illusione è utopia / utopia è rivoluzione>>.

Eppure tutto questo sembra ancora forse troppo faticosamente separato, non solo rispetto alla dimensione ‘Mondo’, ma anche rispetto alla stessa città geografica che lo ospita e che continua a scorrere ai ritmi di un turismo senza identità, separato in fondo anche da sé stesso con i suoi riti che si ripetono uguali qualunque sia il luogo attraversato. Ma la Biennale di Stefano Ricci e Gianni Forte può tornare ad essere il virus latente di una nuova malattia, la malattia di ciò che ritorna, del Dioniso Morto e Risorto che ancora ci trascina su un Citerone assediato ma resiliente. Resta da tentare l’ultimo tratto di strada, cui tutti, e non solo attori, drammaturghi, critici e studiosi, o solo spettatori, siamo invitati.

Questo il mio percorso critico dentro l’evento.

VENEZIA AVZ-BORIS NIKITIN – Hamlet-

HAMLET / Boris Nikitin

Dell’enigmatico rapporto tra realtà e sua immagine/immaginazione è intrisa questa drammaturgia del regista e drammaturgo svizzero che usa il dramma shakespeariano soprattutto come mediatore, dunque oltre l’idea stessa di medium, quasi come elemento essenziale di una trattativa tra la realtà che come un totem irriducibilmente opaco e sfuggente si impone allo sguardo esteticamente indagatore, e l’arte drammaturgica che inevitabilmente lo ‘spiega’, anche non volendo, o meglio lo ‘di-spiega’ nell’universo della immaginazione. È l’esito paradossale di un teatro, quale quello di Nikitin, che volendo essere documento/documentario scopre l’inganno che travolge e stravolge l’identità. Tema questo oltremodo attuale, proprio nella sua nicciana inattualità, in un tempo in cui l’identità non è punto fermo e naturale di sé ma relazione imprevedibile del sé con il sé medesimo e con i suoi interlocutori sociali e culturali, in una sovrapposizione che proprio l’arte cerca di districare e sciogliere, o anche tagliare come un moderno Nodo di Gordio, per conquistare una possibile felicità.

VENEZIA AVZ-BORIS NIKITIN – Hamlet-

È un Amleto in cui il padre (e che avesse lo stesso nome del figlio non fu scelta ‘neutrale’ da parte del Bardo) non è più re, o meglio il Re, ma si affaccia alla coscienza da un luogo (un ospizio, un ospedale o chissà) della prossima sua morte (o forse è già morto e quella che si vede è la storia della sua morte) ma è, molto modernamente, una morte senza alcuna eredità. In questo si può leggere anche un tratto, se vogliamo, generazionale del quarantaquattrenne artista di Basilea, il tratto di una generazione che si sente persa, tramontato ogni processo di identificazione e riproduzione identitaria che già i dubbi (amletici appunto) shakespeariani anticipavano, anzi sente di aver già perduto la sua battaglia con e per il futuro. Spettacolo in tedesco con sovratitoli in italiano (in cui inevitabilmente può perdersi l’impatto più immediato e illuminante della parola) linguisticamente articolato in un ben evidente approccio filosofico e metafisico che, oltre Kant, Hegel e lo stesso Nietzche, impatta l’incertezza fenomenologica dell’esistenziale, quasi una quantistica imprevedibilità del reale, di tanta filosofia del ‘900, da Heidegger ad Husserl a Jean Paul Sartre.

Del resto lo stesso Amleto ritorna a casa dagli studi filosofici di Wittemberg e, come il principe di Danimarca, anche la sua maschera scenica, un Julia*n Meding dai rivendicati e fluidi tratti ‘non binari’ e crip, appare, e si sente come una intera generazione a cavallo del millennio, prigioniero di un mondo cui non appartiene. È una maschera di grande intensità magnetica che, come una dinamo in rotazione, attrae irresistibilmente a sé il ‘ circostante’. Sembra una ribellione alla realtà, ma se la realtà è perdutamente liquida anche la ribellione diventa senza orizzonte. Sulla scena domina così il vuoto, illuminato dai video in cui sembra essersi ormai rifugiato un mondo così prossimo da essere ormai irraggiungibile, e a sua volta dominato dall’ansia del mascheramento, quasi una ossessiva ricerca di una identità o di una identificazione che non c’è. Unico luogo paradossalmente di realtà l’orchestra barocca, tenuta però ‘prudentemente’ ai confini della scena stessa. Uno spettacolo in qualche modo consapevolmente destabilizzato, più che destabilizzante, che cerca di mostrare proprio nelle sue ombre e nei suoi vuoti, come il negativo di una pellicola o il calco di una statua, ciò che non si vede o che forse addirittura non c’è (“il nulla che c’è” lo avrebbe definito volentieri Beckett) ma comunque ci manca essendoci necessario. Uno spettacolo che spesso sembra quasi nascondersi a sé stesso e a noi, lasciandoci talora anche perplessi, magari volendolo. Come una sorta di bug che si nasconde e lavora nell’interiorità per il dopo.

Hamlet di Boris Nikitin. Ideazione, testo, regia Boris Nikitin. Con Julia*n Meding. Canzoni Uzrukki Schmidt. Ensemble Barocco Der Misukalishe Garten. Disegno sonoro Adolfina Fuck. Video George Lendorff e Kai Meyer. Scene e costumi Nadia Fistarol. Disegno luci Benjamin Hauser. Direzione tecnica Anahi Perez e Benny Hauser. Organizzazione Annet Hardegen. Produzione It’s Real Thing Studios.

All’Arsenale, teatro alle Tese, il 27 e il 28 giugno. In prima italiana.

DOMANI / Romeo Castellucci

Nell’arte di Romeo Castellucci ‘Teatro’ è ormai soprattutto un topos, cioè non soltanto un ‘luogo’ ma prevalentemente un ‘modo’, il ‘modo’ cioè dell’essere visti senza vedere e dell’essere parlati senza parlare. Fedele al suo voler diventare, geneticamente ancor prima che programmaticamente, a-letteraria ma mai anti-letteraria, anche questa drammaturgia si svuota delle parole, che pure esistono dentro di essa e possono essere viste, e si priva come in un digiuno ritualmente religioso del logos per cercare di rintracciarlo altrove. Forse dove è stato generato e dove si è di nuovo rifiugiato deluso da una Umanità che, in natura e cultura, lo ha imprigionato nel possibile e nel consueto, come misura economica del tutto che ci circonda. Lo ha chiuso nella ‘banalizzazione del divino’ come direbbe Benjamin, ovvero nella sua alienazione culturale come scriverebbe Edoardo Sanguineti che da lì ha cercato di ‘stanarlo’ proprio con l’uso della lirica e liberatoria pratica, che Castellucci in un certo senso perfeziona, della reiterazione della materia del suono e del suo gesto. Il futuro è dunque una porta che non sappiamo più aprire e il cui stesso ‘emblema’ è muto.

VENEZIA AVZ-ROMEO CASTELLUCCI – Domani-

Una figura femminile dalle inusitate e inusuali, quasi ‘preistoriche’, misure vaga per il vuoto di un enorme salone in cui restano le bellissime vestigia di una passata e luminosa umanità, guidando ed essendo guidata da un lungo ramo, tra il tirso dionisiaco e il bastone del cieco Tiresia, al cui fondo una piccola scarpa apre a domande inevase, poiché ormai troppe possono essere le risposte. Una ricerca che il profeta tragico, protagonista né maschile né femminile degli enigmi che assediano ancora l’umanità degli uomini e delle donne, sembra condurre più che fuori, dentro di sé nelle emozioni che lo commuovono e a cui non dà nome offrendole così, in un indistinto biascicare, al sacrificio. Fino ad incontrare il confine, il muro, il limite insuperabile (il tempo dato) dentro cui quella stessa umanità è chiusa, in un incontro scontro che produce il dolore di un suono esplosivo e tellurico che ci trapassa, scuotendo la mente e il cuore, ma che nulla di più può.

Come l’Universo, visto da un improbabile e lontanissimo punto di osservazione si mostra un luogo in cui nulla sembra succedere, ma da cui imprevedibilmente tutto è generato, così la scena, nella concezione consolidata del drammaturgo che non usa le parole, non racconta nulla eppure produce incessantemente sentimenti in una commozione dell’esistere e dell’esserci, deiettati finché si vuole in un mondo sconosciuto ma ancora radicati in una rigenerante e dionisiaca vitalità, che non ha molti eguali nel teatro internazionale. Grazie soprattutto a questa miscela, dalla ricetta sconosciuta e segreta si direbbe, di movimento e suono, di muto pensare e di musicale e lirico narrare, dentro cui si fonde il cieco sguardo del profeta che ha perso la vista sul suo futuro e il suono di fondo dell’essere, che comunque si muove con noi e senza di noi si arresta. Un breve e tormentato sguardo di chi, cieco, si muove tra noi che ci aggiriamo spersi nello spazio di quella bellissima sala, mentre il flusso del tempo (passato, presente, futuro e anche altro che non sappiamo) si piega su di sé per venirci in soccorso. Se le musiche del geniale Scott Gibbons sembrano provenire dalle chiuse caverne di Inferi poco frequentati, Ana Laura Barbosa è protagonista insieme ieratica e materica oltre ogni semplice contrapposizione tra identificazione e alienazione. Uno spettacolo che, al contrario di altri più giovani e disillusi, mostra ancora la forza del presente che siamo e quindi anche del futuro che potremmo essere.

VENEZIA AVZ-ROMEO CASTELLUCCI – Domani-

Domani. Concezione e direzione Romeo Castellucci. Musica Scott Gibbons. Coregrafia Gloria Dorliguzzo. Con Ana Lucia Barbosa. Direzione tecnica Eugenio Resta. Progetto sonoro Claudio Tortorici. Oggetti di scena Andrei Benchea. Una produzione Triennale di Milano e Societas.

Alla Misericordia di Venezia, il 28/29/30 giugno e 1 luglio.

VENEZIA AVZ-TOLJA DJOKOVIC – FABIANA IACOZZILLI – En Abym-

EN ABYME / Tolja Djokovic

Scendere nell’abisso della normalità e sopravviverci ha lo stesso gradiente di rischio di una discesa nelle profondità degli oceani, ma forse anche superiore perchè lo ‘sconosciuto’ della nostra interiorità è spesso più pericoloso di quello delle fosse oceaniche. Nella ormai consueta contrapposizione tra realtà della scena, un tinello dai tratti familiarmente distorti, e virtualità dei video, sorta di specchio sempre acceso del nostro divagare mentale, e che ormai sembrano diventati gli unici canali di comunicazione linguistica tra scena e realtà, si svolgono così due viaggi paralleli e speculari entrambi alla ricerca di qualcosa che si immagina o ci è stato detto che esiste ma di cui non ci siamo ancora impadroniti. Una donna-bambina cerca una identità e consapevolezza patrilineare che si è man mano perduta, quasi che questo ruolo antico e controverso sia stato la prima vittima del fluidificarsi delle convivenze. La scena diventa una sorta di certificazione dell’angoscia che ci coglie di fronte a questa doppia profondità, una angoscia solo attenuata dalla vitalità felice di una bambina che della vita è la continuità. Due attori e due attrici, di grande qualità recitativa, con una bambina, altrettanto brava, personaggi che, nella essenziale regia di Fabiana Iacozzilli, quasi non dialogano ma parlano solo con noi pubblico. Un mondo dentro e un mondo fuori che straordinariamente si assomigliano come gemelli monozigoti. Uno spettacolo in cui in fondo è la speranza l’unica assente ingiustificata.

En abyme di Tolja Diokovic. Regia Fabian a Iacozzilli. Con Simone Barbaco, Oscar De Summa, Francesca Farcomeni, Evelina Rosselli e con Aurora Occhiuzzi. Spazio scenico Giuseppe Stellato. Costumi Chiara Aversano. Disegno luci Omar Scala. Musica e disegno sonoro Tommy Grieco. Regista assistente Cesare Del Beato. Assistenti ai costumi Valentina Cerasuolo e Fabiana Amato. Regia video Raffaele Rossi, Nicolas Spatarella e Fabiana Iacozzilli. Produzione La Biennale di venezia, Teatro Bellini, Lac, Elsinore. Vincitrice Biennale College Teatro Drammaturgia Under 40 (2021-2022).

All’Arsenale, Tese dei Soppalchi, il 29 e 30 giugno. In prima assoluta.

Insieme alle drammaturgie, due interessanti Mise en lecture:

VENEZIA AVZ-STEFANO FORTIN – GIORGINA PI _ Cenere-

CENERE / Stefano Fortin

Nonostante si ispiri dichiaratamente al De Rerum Natura di Tito Lucrezio Caro, poema della Natura che si rinnova e riproduce inestinguibilmente e anche con inconsapevole felicità, questo testo ne ribalta in un certo senso le premesse liriche, trasfigurando il moto incessante degli atomi nell’inesorabile pioggia della cenere che blocca e seppellisce ogni slancio, soffocando in una diffusa e depressa impotenza il nostro accesso e il nostro sguardo alla vita. In tutto questo è anche, e positivamente, una reiterata presa di parola che appare però l’espressione di una ripetuta negazione, tra la vita e la morte. Una lettura drammaturgica che la regia di Giorgina Pi riesce a figurativamente scuotere, trasformando in immagine, e dunque in assertativa presenza, la fuga delle parole che, come isotopi radioattivi, sembrano lentamente decadere. D’altra parte questo è un testo di buon spessore drammaturgico, uno spessore costruito dalle innumerevoli risonanze che la trama narrativa custodisce e libera in una progressiva e palpabile tensione. Una lettura plurima che suscita molte domande ma non riesce a proporre un vero contraddittorio.

Cenere di Stefano Fortin. Regia di Giorgina Pi. Con Sylvia de Fanti, Giampiero Judica, Francesco La Mantia, Valentino Mannias, Alessandro Riceci, Giulia Weber. Ambiente sonoro Valerio Vigliar. Produzione La Biennale di Venezia. Vincitore Biennale College Teatro Drammaturgia under 40 (2022-2023)

All’Arsenale, Sala d’Armi E, il 28 e 29 giugno.

VENEZIA AVZ-CAROLINA BALUCANI – FABRIZIO ARCURI_Addormentate-

ADDORMENTATE / Carolina Balucani

Si esordisce alla vita come ad un ballo per debuttanti, poi, punte con il veleno della esistenziale identificazione, ci si addormenta. Il lieto fine lo sappiamo ma è raramente praticato. In fondo la metafora di una resa senza combattere che sembra perseguitare molta della nuova drammaturgia che si accontenta di vedere quello che secondo essa è la condizione umana, ma fatica a trarne qualche lezione o tantomeno qualche altro antagonismo che non sia un po’ di doloroso compiacimento. Un testo molto pensato, anche troppo in certi passaggi, che qualche volta ha rischiato di perdere il contatto, non tanto con il pubblico, quanto con sé stesso e la sua narrazione. Peraltro una scrittura che, ricca come sembra di tensioni performative, sta un po’ stretta nella semplice lettura, anche se la regia di Fabrizio Arcuri ha cercato, spesso riuscendovi, di darle più ampia dimensionalità prospettica.

Addormentate di Carolina Balucani . Regia di Stefano Arcuri, con Vincenzo Crea, Gabriel Montesi, Andrea Palma, Dajana Roncione e Maria Roveran. Produzione La Biennale di Venezia. Vincitrice Biennale College Teatro Drammaturgia under 40 (2022-2023).

all’Arsenale, Sala d’Armi E, il 28 e 29 giugno.

La Biennale Teatro 2023, iniziata il 15 giugno, si è chiusa il 1° luglio.

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