cinema, recensioni — 04/06/2020 at 12:21

“Marie Curie. Il coraggio della conoscenza”. Resta fanciullo e dove volan gli dei volerai

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RUMOR(S)CENA – MARIE CURIE – Il CORAGGIO DELLA CONOSCENZA – Maria Skłodowska Curie, studiosa fra le maggiori del secolo scorso, ci sussurra da ogni parte. Come ricorderanno i lettori più maturi, Greer Garson e Ileana Ghione la incarnarono, rispettivamente nel ’44 e nel ’66; lo svedese Olov Enquist ne “tradusse” la vita in un romanzo (Iperborea, 2006); il filosofo Carlo Tamagnone (Diderotiana, 2017) e la fisica Adela Muñoz Páez (Debate, 2020) le hanno dedicato dense monografie. Oggi è Karolina Gruszka a prestare il proprio volto all’illustre scienziata in Marie Curie – Il coraggio della conoscenza di Marie Noëlle, distribuito in Italia con quattro anni di ritardo.

Un dubbio si insinua durante la proiezione. Il copione (della stessa regista) si sofferma poco sulle ricerche di Marie Curie, senza chiarirne la natura rivoluzionaria: che senso ha, dunque, riproporre tale figura al pubblico odierno? Ardori e scoperte della donna, a mano a mano, si rivelano poco più d’un pretesto, sicché il fruitore sposta l’attenzione su un tema più inquieto e gli squarci, quasi “faustiani”, della bottega luccicante di radio ne danno un indizio: l’ambiguità “prometeica” della scienza. Lo sviluppo tecnico fornisce mirabili strumenti per vivere ma anche per uccidere meglio: feroce meccanismo; si può provare ad orientarlo nel modo migliore ma il problema sarebbe di natura politica, economica e culturale. Non scientifica. Difese, queste, che ascoltiamo giornalmente. Idea lecita o facile alibi? Perché, in sostanza, lo scienziato fa ciò che fa, domanda un giovane Einstein (Piotr Glowacki) a Marie? Come può evitare di ridursi a “galoppino”, foraggiato da impresari senza scrupoli?

Karolina Gruszka. Crediti foto Betta Pictures, distributrice Spagna (t Marie Curie: El valor del conocimiento)

La risposta che le immagini, non i dialoghi, lasciano trapelare è di un candore disarmante, persino tedioso, solo per questo di grande audacia: un vero sapiente non aspira a diventare un benefattore dell’umanità (che sguazza nella stessa barbarie dalla quale, ufficialmente, vorrebbe emanciparsi) quanto un artista dell’universo tangibile. Come una ballerina sfida la forza di gravità o una nuotatrice, quasi danzando, vince la resistenza dell’acqua (si guardino fino alla fine i titoli di coda) così Marie Curie si aggira, discola curiosa, nell’essenza intima della Materia e, rinominandola, è come se la “creasse” di nuovo. La gustosa sequenza, paragonabile alle opere di Magritte, della passeggiata in riva al mare degli accademici della Sorbona, in vena di marachelle, ribadisce il messaggio: se il dotto vorrà essere pienamente tale, deve rimanere, nel bene e nel male, un fanciullo.

La sensibilità pittorica della fotografia di Michal Englert è, infine, una preziosa alleata. Il mattutino nudo di fianco di Marie omaggia, ad esempio, Parisina en su toilette (1895) di Henri Gervex ma è nella luce dei danesi Christoffer W. Eckersberg (1783-1853) e Carl Holsøe (1863-1935), nei loro “brani” di vita domestica, che si esprime la linea dominante della pellicola. Non ultime per forza evocativa, le scene in cui la piccola Irène Curie e i suoi compagni ricevono lezioni private di chimica, allegramente persi in una “babele” di fiaschi, alambicchi, ampolle e altri arnesi, sembrano, in qualche modo, riportarci ai soggetti negromantici tanto cari alle tele olandesi della seconda metà del Seicento oppure al settecentista inglese Joseph Wright of Derby e al suo celebre L’alchimista scopre il fosforo (1771-‘95). Buona visione!

Karolina Gruszka. Crediti foto: Betta Pictures, distributrice Spagna ( Marie Curie: El valor del conocimiento)
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