Focus a teatro, laboratori di teatro, Teatro — 03/12/2016 at 05:40

Il teatro partecipato di Mimmo Sorrentino crea libertà nell’ «Infanzia dell’Alta Sicurezza»

di
Share

 

Un teatro che si rivolge a chi è in carcere «quale condizione derivante da un difetto genetico ereditato dalla nascita per via parentale – spiega Mimmo Sorrentino – per chi è cresciuto in contesti sociali difficili. Il compito dell’artista è dare voce all’angoscia che queste persone hanno ereditato dando loro la possibilità di rappresentare una storia, uno spettacolo teatrale evitando di fare qualcosa che sia retorico e l’afflato passionale. Bisogna lavorare con una logica sistemica capace di generare un cambiamento. Queste persone non mi hanno scelto, come io non ho scelto loro. Quello che accade nel teatro partecipato è una accensione del desiderio. La sfida più importante è entrare in contatto, costruire una relazione».

Le parole del regista spiegano bene quanto sia difficile creare un rapporto con persone che sono molto strutturate a causa della loro esperienza di vita dove le regole non erano dettate dalla legalità ma da comportamenti devianti. La scelta di far recitare le loro storie non ha uno scopo quindi autoreferenziale ma di affidare ad altre l’esperienza di ciascuna, anche di chi non è in scena o non si trova più detenuta. Una forma di tutela per permettere di non riconoscere chi ha subito e vissuto nella violenza, accomunate dallo stesso destino. Il teatro ha permesso loro di ritrovare uno scopo nella vita e una ricerca di un linguaggio che sia di stimolo e speranza a un fine ultimo della pena e ad un percorso che restituisca la libertà e la consapevolezza di sé. Sorrentino ricordando un suo spettacolo precedente, “Lo Stato Credibile”  in scena al Tribunale di Vigevano, ricorda le parole di un giudice al quale si era rivolto per scrivere la drammaturgia: «Quando interviene la giustizia, l’umanità ha perso la sua partita ma se non ci fosse la giustizia non ci sarebbe nemmeno l’umanità.» Questo suo lavoro racconta la «fenomenologia del giudice, il come del giudice. E’ un rimandare, usando la terminologia di Haidegger, alle  “cose stesse” degli atti del magistrato, il rappresentare ciò che non si manifesta, ciò che è nascosto, ma che tuttavia esprime il senso e il fondamento stesso dell’azione umana del giudicare. Un lavoro antropologico, che svela la complessità di un’azione che guarda alle vicende umane con pietà, commozione, responsabilità, senso del limite. Un lavoro filosofico in quanto fa riflettere su come l’umanità si sia data degli strumenti di convivenza sociale e come s’interroga da sempre sulle questioni indecidibili che il sistema dato contiene, svelando il rapporto diretto tra la realtà della condizione umana e l’atto del giudizio. Un lavoro politico, che svela un essere dello Stato credibile.»

Anche il teatro sociale diventa credibile se affrontato con il criterio di migliorare la condizione di vita di chi si trova ad affrontare un lungo periodo di detenzione, come nel caso delle protagoniste dello spettacolo che uscirà ancora dal carcere per essere rappresentato a Bologna, Milano e Torino nel 2017. Leggere le storie raccontate in “L’infanzia dell’alta sicurezza” da la misura di quanto sia importante un approccio corretto, saper instaurare una relazione tra operatore artistico e la persona che si avvicina al teatro, inteso come possibilità di riscatto ad una condizione vitale precedente negativa. Una pratica ormai riconosciuta e istituzionalizzata, se gestita con competenza, dove l’esperienza e la professionalità dell’artista è indirizzata verso la creazione in cui è presente un vissuto personale del partecipante. Mimmo Sorrentino ha saputo offrire alle detenute del carcere di Vigevano, un’occasione preziosa di affrontare esperienze legate alla propria infanzia e trasformarle in dialoghi in cui il filo conduttore è quello dei sentimenti affettivi con la figura del padre nella maggioranza dei casi. Rapporti problematici che sono stati affrontati con estrema sensibilità e rispetto per quello che il regista chiama “la parte sacra della persona”.

In “Catarsi – Un teatro-che-cura?” (edizioni Laboratorio Olimpico /ATTI, a cura di Roberto Cuppone) spiego come sia necessario parlare di un teatro che esce dal teatro stesso, inteso come collocazione ristretta, capace di entrare nel mondo, nella realtà quotidiana circostante. Pensarlo come un processo di trasformazione e di liberazione di energie creative insite nei soggetti a cui viene offerta la possibilità di provare un’esperienza teatrale. Il fine è quello di veicolare un potenziale creativo per facilitare un cambiamento e una presa di coscienza. Quando il teatro permette la riflessione o per meglio dire un’autoriflessione del proprio vissuto, è segno che si ottiene il raggiungimento di un’esperienza positiva e soddisfacente. Come dimostra il lavoro svolto da Mimmo Sorrentino.

Da “L’infanzia dell’Alta Sicurezza”  regia di Mimmo Sorrentino

«Undici anni senza casco taglio in due i vicoli a tutta velocità. La gente si scansa. Io sono la figlia di un re. Io accelero sempre. Non ho una direzione e vado in tutte le direzione. Corro come una puledra selvaggia in un recinto. Il mio recinto è il quartiere. Il mio recinto è Forcella. Fuori dal recinto non è permesso di uscire, soprattutto ai figli del re. La fine del quartiere è la mia fine. Io sono una principessina reclusa. Dentro il regno accade sempre la stessa vita tanto che la vita sembra sempre la stessa, respirare, mangiare, dormire, morire. Con le dovute eccezioni perché la vita è tutta un’eccezione (….)».

Padre perché non hai visto mia sorella tirarmi il televisore addosso? Me lo ha tirato perché tu ci vedessi. Madre perché non hai visto mia sorella provare a farmi bere lo smalto. Voleva farmelo bere perché tu ci vedessi. Dove eri padre mio quando mia sorella mi ha stracciato l’abito da Biancaneve che mi stava d’incanto. Lo ha stracciato perché tu non c’eri. A volermi bene mi volevi bene. Mi tenevi sulle tue ginocchia. Mi consolavi quando mia sorella mi picchiava, ma perché non ci hai mai visto. Perché? Perché sei sparito prima ancora di sparire del tutto. Avevo sette anni quando sei sparito. Dove sei padre mio? Perché continui a non vedermi e perché io vorrei ancora da te essere vista? E tu madre mia perché ci hai mandato dai nonni? Perché non sei venuta con noi? Perché non hai visto me? Perché non hai visto mia sorella? Dove eri? Dove sei? Madre, anche ora, che sono anche io madre, mi manchi (…)

Gentile padre ho ricevuto la tua lettera dal carcere in cui sei rinchiuso. Ecco la mia dal carcere in cui sono rinchiusa. Da quando avevi due anni hai lasciato me, mia sorella e mia madre per costruirti un’altra famiglia. In tutti gli anni che sei stato in carcere sono venuta a trovarti solo cinque volte. E quando venivo mi sembrava di vedere un estraneo. Io non ho mai provato niente per te. Nessuno affetto, nessuno amore di figlia, nemmeno odio per averci lasciate sole. Niente. Mi eri indifferente come un qualsiasi estraneo. Ho sempre pensato che fosse colpa tua se non provavo niente. Mi sbagliavo. Era per non sentire il dolore della tua assenza che mi sono nascosta dentro l’armatura dell’indifferenza. E indifferente sono stata a tutto. Io per tutta la vita non ho avuto mai un desiderio. Nemmeno la maternità è stata un desiderio. Sono rimasta incinta perché è dovere di una donna rimanere incinta. Sia ben chiaro, amo il padre dei miei figli e per i miei figli darei la vita. Ma non ho avuto mai un desiderio che fosse mio. Oggi in carcere ce l’ho. Sto facendo un’esperienza di teatro. Non pensavo che sarei stata brava come attrice. Nemmeno che avrei avuto il coraggio di salire su di un palco. O di imparare pagine e pagine a memoria. E’ bello avere un desiderio padre mio. Ed è da quando dentro di me è successo questo desiderio che riesco a chiamarti padre mio. Non so questa lettera che effetto avrà su di te. Non ti conosco. Ma desideravo ed è la prima volta che lo desideravo, scriverti. Le altre lettere che hai ricevute, l’ho scritte solo per educazione. Puoi stracciarle. Sono scritte da una me senza anima, padre mio (…)

Mio padre mi prende e mi solleva sulle sue spalle e io vedo il mondo in festa. La gente si abbraccia. Balla. Canta. Scandisce Italia, Italia, Italia. La nazionale italiana di calcio ha vinto i campionati del mondo. Hanno segnato Rossi, Tardelli e Altobelli. Il mare è così agitato di felicità che non vedo l’orizzonte. Ma sulle spalle di mio padre io sono sicura. Le spalle di mio padre sono una collina dolce come il seno di una femmina e forti come scogli in mare. Nessuna onda eccitata di felicità mi potrà mai catapultare. Perché io sulle spalle di mio padre sono più felice dell’onda. Sono piccola. Sono bambina. E mi sento forte. Invincibile. Intoccabile perché sulle spalle di mio padre io sono la continuazione del suo corpo. E il suo corpo è invincibile. Intoccabile. Io sono la continuazione del corpo del padre.

Mia madre porta mia sorella in carrozzina e sorride. Mio padre scandisce Italia, Italia, Italia. Io volgo lo sguardo verso la piazza. Un trapezista sta camminando su di una fune. La felicità del genere umano sembra non distrarlo. Io lo guardo sulle spalle di mio padre a bocca aperta. Da grande vorrei fare qualcosa di simile. Qualcosa per cui la gente mi guardasse a bocca aperta. E so che ci riuscirò. Perché sono sulle spalle di mio padre e ora vedo l’orizzonte. All’orizzonte c’è la mia vita. E donne e uomini che mi guardano a bocca aperta.

Avevo dieci anni quando sono scesa dalle spalle di mio padre. Non ci si può stare sulle spalle dei morti, anche se il morto è tuo padre. I morti non portano i pesi della vita. Ed è da allora che porto il peso della vita tutto sulle mie spalle e delle volte mi volto a guardare se c’è qualcuno che nel vedermi resta a bocca aperta come me davanti al trapezista. Come voi davanti a queste parole che state ascoltando (…)

Ascoltare per capire. Ascoltare dalla voce di chi interpreta le parole scaturite dall’anima di un’altra donna che le ha condivise per sentirsi meno sola e ora grazie al teatro partecipato, sente di poter alleviare la sua condizione di detenuta senza per questo rinunciare a vivere per ritrovare se stessa, la libertà, la possibilità di tornare accanto ai suoi affetti e famigliari. Il teatro unisce sempre, non divide mai.

 “L’infanzia dell’Alta Sicurezza”

Teatroincontro Cooperativa Sociale in collaborazione con Dipartimento di Grazia e Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Provveditorato Regionale per la Lombardia, Direzione Casa di Reclusione di Vigevano. In scena otto attrici detenute nel reparto di Alta Sicurezza del carcere di Vigevano. Scritto e diretto da Mimmo Sorrentino

Repliche

11 febbraio 2017 Bologna – Teatro dell’Argine.

Marzo 2017 (data da definire) Milano – Scuola “Paolo Grassi”

Dal 4 al 9 aprila Torino – Teatro Gobetti

Mimmo Sorrentino è nato a Salerno nel 1963 e si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli studi di Urbino. Ha insegnato “teatro partecipato” presso la scuola Paolo Grassi di Milano. Il suo metodo di lavoro si ispira ad un metodo delle scienze sociali: “L’osservazione partecipata”. I suoi maestri sono stati Norberto Bobbio, Danilo Dolci, Italo Mancini. Autore degli spettacoli “Nel libro di Mastronardi” (premio drammaturgia in\finita Teatrorizzonti Urbino), “Bingo” (Selezionato al festival Opera Prima Festival di Rovigo), “Il messaggio” (Selezionato a Scena Prima), “Quesalid, I Serbi vogliono la rivincita, Salmo 130, Da Mistretta a Godel, La storia di Carlo e Luigia, Case Popolari, Ave Maria per una gattamorta” (segnalato al Premio Ater Riccione. Finalista al Premio UBU 2008, tradotto e pubblicato in Francia), “L’Infinito viaggiare, Fratello Clandestino, Sono Aperta” ( Testo finalista nel 2009 al Premio Ater Riccione), “Vigili del fuoco, Vado Via” (testo tradotto e rappresentato in Francia).

Attualmente  è anche protagonista di “Adesso che hai scelto”  scritto, diretto e interpretato e prodotto dal teatro dell’Argine di Bologna. Detenuti, studenti, anziani, rom, malati terminali, giudici, vigili del fuoco, tossici, casalinghe, stranieri, attori, medici, commercianti ambulanti. Dopo aver raccontato le loro storie, per 24 settimane il sabato pomeriggio al programma di  Rai Radio 3 “Piazza Verdi”,  è  in scena nei teatri dove  il pubblico può scegliere tra 5040 spettacoli possibili irripetibili il cui finale sarà deciso dagli spettatori presenti in sala coinvolto in maniera da determinare l’andamento dello spettacolo stesso e chiamato a votare i racconti divisi in tanti gruppi tematici.

 

 

 

 

 

Share
Pages: 1 2

Comments are closed.