Altrifestival — 03/08/2019 at 08:22

TDV 2018: “Oscillazioni” e spostamenti “obliqui”: Roberta Nicolai alla ricerca del “fare indaga la scena

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RUMOR(S)CENA – TEATRIDIVETRO – ROMA – Un catalogo di un festival ha la funzione di presentare il programma scelto dalla direzione artistica corredato da brevi presentazioni e immagini relative degli spettacoli. Una guida per lo spettatore, e se pur sintetico nella sua essenzialità, strumento da consultare per chi ne deve scrivere e darne conto ai lettori. Quello del festival Teatri di Vetro è tra i  più eleganti nella sua sobria impostazione editoriale e presenta una singolare curiosità: non riporta fotografie di scena ma solo diverse inquadrature di un luna park  dove appare sempre una giostra con le tradizionali seggioline, cavallucci colorati, che ruotano  vorticosamente. Un gioco di puro divertimento per i bambini qui sembra apparire come metafora del piacere  nell’andare a teatro rivolto ad un pubblico adulto dove il “gioco” è offerto  dalla rappresentazione. Una virtuale giostra – palcoscenico  in cui gli spettatori vengono “mossi” da sollecitazioni sensoriali.

La direzione artistica è affidata a Roberta Nicolai, un progetto ideato e realizzato dall’associazione culturale triangolo scalenoteatro, fondata nel 1991 da un gruppo di giovani attori uniti dal comune orizzonte di desiderio: quello del fare. Teatri di Vetro nell’edizione 2018 intitolava le sue cinque sezioni progettuali: “Oscillazioni, Composizioni, Elettrosuoni,Focus Young Mediterranean And Middle East Choreographers” e infine, Trasmissioni”. Scelti per dividere le varie proposte ideate da Roberta Nicolai nell’ambito della dodicesima edizione del Festival che si è svolto tra Roma e in provincia: «Teatri di Vetro ha declinato in cinque sezioni il dialogo con la creazione contemporanea: dall’immersione in una condizione di studio conTrasmissioni, di segni e abilità tra coreografi arabi e giovani interpreti italiani con il focus Young Mediterranean And Middle East Choreographers; la proposta di performance che rendono necessario lo spettatore come produttore di contenuti con Composizioni, fino all’affondo nell’elettronica e elettroacustica sperimentale con Elettrosuoni. Oscillazioni in questa macro-struttura si colloca come punto di arrivo. Il nucleo in cui il contenuto tocca il suo punto più profondo, teorico e pratico. Per questa sezione ho interpellato artisti con i quali ho condiviso, negli anni, pensiero e pratiche».

 

Nel triennio 2018-20 Teatri di Vetro programma danza, teatro e musica concentrandosi su una prospettiva specifica: le oscillazioni di ruolo e di posizione tra artisti e spettatori. Roberta Nicolai si distingue per queste caratteristiche nel lavoro di costruzione di un progetto complessivo: «ho chiesto loro di poter interrogare il processo di creazione assumendo la prospettiva della sua complessità, del suo procedere non per linea retta, del suo deragliare e lasciare tracce, residui e scarti. Di concretizzare il desiderio di mettere lo sguardo su parole isolate, su quei contenuti che, durante il processo, scivolano dentro e fuori dalla scena, che si presentano con forza e poi si rendono inafferrabili. Di non abbandonare del tutto quegli immaginari incontenibili che non si lasciano addomesticare, trasudano sempre verso il fuori della regola. E dalla necessità di non uniformare la scena contemporanea a codici e convenzioni, ma restituirla nell’ampiezza del processo creativo, nello spostamento sostanziale di un punto di vista, sull’arte e sulla sua funzione».

Un’intenzionalità che diventa manifesto programmatico: «dentro Oscillazioni, al termine di questa lunga parabola, trovano spazio progetti artistici che per loro natura prevedono una pluralità di dispositivi e, accanto a spettacoli, formati scenici che cercano di dare voce a quei materiali, non presenti nella sintesi spettacolare, laterali e sottesi, che viaggiano verso l’assunzione di una forma autonoma, gesti scenici difformi, ibridi, tali da prevedere e accettare il performativo della parola detta, del discorso, della letteratura, della traduzione, dell’immagine. Al termine della curva ci sono gli spettatori. Generare dispositivi diversi per invitare gli spettatori ad un contatto intimo con la creazione, per mettere le posizioni convenzionali di chi è in sala e di chi è sul palco, in uno stato di squilibrio, di oscillazione. Cercando la qualità alla relazione».

 

Una qualità che si percepisce chiaramente dall’esito della ricerca condotta e che ha come obiettivo primario la relazione tra scena e e la platea, tra gli attori e gli spettatori. L’incontro con l’artista, salendo su quella “giostra”, prova  un’esperienza inclusiva, condivisibile, reciproca nel suo agire. Roberta Nicolai lo spiega bene quando afferma che «il festival è la zona emersa di un progetto esteso, costruito attraverso confronti e sessioni di lavoro con gli artisti e si configura come la restituzione al pubblico di spettacoli (…) generati dalla condivisione di prospettive e ricerca. La programmazione mette in evidenza temi, elementi, residui della creazione artistica che il singolo spettacolo non esaurisce e prevede la presentazione al pubblico di piani performativi sommersi affidati a dispositivi scenici ibridi. Fa oscillare i ruoli degli attori e degli spettatori attraverso formati scenici che includono i cittadini come parte del gesto artistico e prevedono l’interazione con gli spettatori durante le fasi di creazione (…) alimenta il dialogo con i contesti territoriali – spazi, strutture, tessuto sociale».

 

L’estensione sul territorio apre scenari allargati che vanno oltre ad una semplice concentrazione di eventi artistici raggrupati in un solo contesto scenico quale può essere un teatro o spazio ristretto al cui interno si svolgono gli spettacoli. Molto spesso i festival sono realtà isolate dal contesto urbano in cui vengono ospitati, mancando di prospettive utili a radicarsi sul territorio fino a diventare patrimonio percepito da tutta la collettività. Ci si ritrova tra addetti ai lavori: operatori, critici, pubblico di nicchia e non quella comunità inclusiva, la relazione stretta con il territorio e i suoi abitanti, cosi come accade, ad esempio, al Pergine Festival in Trentino o a Terreni Creativi ad Albenga in Liguria.

TDV nella sezione “Composizioni” ha scelto di operare attraverso l’inclusione attiva degli abitanti del territorio: non a Roma in questo caso, ma nel Comune di Ostia dove i progetti speciali e laboratori prevedevano la partecipazione di bambini, rifugiati e cittadini resi protagonisti dalle proposte degli artisti coinvolti. “Tanto non ci prenderanno mai” di Dehors/Audela si prendeva cura di rielaborare esperienze di fuga e clandestinità vissute da rifugiati accolti da un centro di accoglienza (il CAS Salorno ad Infernetto di Roma) restituite al pubblico mediante un “dispositivo performativo delle storie reali di chi vive la condizione di clandestino”.

Un festival costruisce delle relazioni significative quando attiva le sue risorse e le mette a disposizione della comunità stessa, tessendo rapporti su cui è utile investire, in un momento storico dove la disgregrazione dei valori sta minando una pace sociale colpita da minacce come l’incitamento all’odio sui social. In prospettiva si può considerare il teatro e le sue diverse forme di rappresentazione come un tentativo di arginare questa deriva? Se sí conviene ragionare anche su un altro aspetto del problema: il consenso . Roberta Nicolai sostiene la necessità di «abbandonare l’idea del consenso ricercato mediante i like – gli stessi autori, artisti e non ultimi i critici, digitano il “mi piace” a se stessi, alla ricerca esasperata di un’autoaffermazione e autoconsenso definito dalla direttrice artistica -, il contagio peggiore che il teatro ha contratto dall’esterno di sé. Il consenso non è una questione che può riguardare la scena contemporanea. Non solo perché non può competere in questa prospettiva, con i numeri della scena convenzionale e tanto meno degli altri media, ma perché il suo territorio non è il consenso, ma il dibattito».

Una questione tutt’ora aperta per nulla affrontata con la dovuta serietà: l’autoreferenzialità presente nel settore fa sí che il consenso circoli all’interno degli stessi addetti ai lavori, privandosi di una dialettica capace di aprirsi verso l’esterno. Roberta Nicolai si chiede allora come provare ad andare verso questo impegno: «mettendo tutto il nostro pensiero e il nostro fare possibile. E rischiando. Ma davvero. Senza questo massimo investimento e massimo rischio, la scena muore».

Il teatro che gira su se stesso come una giostra? Metafora allusiva per spiegare come sia necessaria una riflessione condivisa di come uscire da questo corto circuito nocivo per la sua soppravivenza. Non ultimo il problema dei premi teatrali di cui si è parlato ma senza aver suscitato un vero dibattito se non qualche debole difesa corporativa a cui non è seguita nessuna reazione.

 

Yorick Simone Perinelli foto di Manuela Giusto

Rischiare significa non avere certezze, non cercare il risultato facile e l’approvazione fine a se stessa. Un artista a cui va riconosciuto l’impegno di rischiare è Simone Perinelli de Leviedelfool, inserito nel programma del Festival TDV con “Yorick. Un Amleto dal sottosuolo” e “Il pensiero obliquo”, il dibattito  con Isabella Rotolo e Simone Perinelli (insieme ad altri sei protagonisti della sezione Oscillazioni), di scena al Teatro India di Roma. La scelta di far seguire alla messa in scena un momento di discussione, su come è stato impostato il lavoro di creazione artistico, rientra nell’ottica di quel fare a cui Roberta Nicolai tiene in modo particolare: «ho interpellato artisti con i quali ho condiviso, negli anni, pensiero e pratiche» – stimolando una fase di pensiero e di dialogo, discutendo insieme a loro (una sorta di tutoraggio del lavoro del quale anche forse anche i critici dovrebbero farsi carico e affiancare il percorso intrapreso dall’artista), ponendo domande. «Oscillazioni nasce da qui. Da una relazione e dalla richiesta di poter interrogare il processo di creazione assumendo la prospettiva della sua complessità, del suo procedere non per linea retta, del suo deragliare e lasciare tracce, residui e scarti. Nasce dal desiderio di mettere lo sguardo isolato, su quei contenuti che durante il processo, scivolano dentro e fuori dalla scena, che si presentano con forza e poi si rendono inafferabili. (…) – scrive la Nicolai nella presentazione – e dalla necessità di non uniformare la scena contemporanea a codici e convenzioni, ma restituirla nell’ampiezza del processo creativo, nello spostamento sostanziale di un punto di vista, sull’arte e sulla sua funzione». La convenzionalità è sempre indice di mancanza di coraggio nell’evitare di mettere in discussione le proprie sicurezze.

 

Yorick Simone Perinelli foto di Manuela Giusto

Simone Perinelli in Yorick suscita reazioni complesse, contraddittorie, è capace di ribaltare ogni prospettiva e il suo sguardo “obliquo” rimette sempre tutto in discussione. Nella sua originale versione fa pensare ad una sorta di personale “Memorie dal sottosuolo” in cui agisce su due piani: dal sottosuolo, appunto, verso l’alto osserva lo spettacolo che viene rappresentato e contemporaneamente descrive il suo mondo sottorreaneo, il sottosuolo, il celato agli occhi umani e per questo oscuro e non visibile. La parte più inconoscia della mente dove solo l’onirico è in grado di far riemergere. Yorick vive in una dimensione altra, dominata da visioni definite irrazionali, alterate da chi pensa siano effetto di una mente malata. Una sorta di sdoppiamento quasi fosse dettata da un processo psicoanalitico: da una parte Yorick c’era il buffone di corte al servizio di Amleto, risuscitato attraverso la scoperta del suo teschio nello scavo al cimitero, e dall’altra Amleto la cui mano lo contiene nell’incessante logorio tra memorie del passato fatte di ricordi felici e quell’inquietudine che incombe sul presente. Il cimitero è lo spazio dove sembra tutto implodere, senza via di scampo, una cella di una prigione, la stanza di un manicomio, luogo di segregazione anche mentale da cui non c’è via di scampo. Yorick c’è e non c’è, un’assenza presenza, rievocativa, proiettata su Amleto e viceversa. Viene preso da un senso di sperdimento come se tutto potesse annullarsi da un momento all’altro. Incarna un uomo smarrito prigioniero di se stesso come potrebbe accadere a chiunque. Aleggia quel senso di spaesamento che fa pensare alla condizione di chi soffre e non trova soluzione per alleviare le sue pene.

Un lavoro in cui Simone Perinelli si concede in tutta la sua energica presenza fisica ed espressiva creando anche suggestioni decifrabili come la questione degli sbarchi dal mare dei migranti, (la vasca che si trasforma in un veliero è tra le scene più riuscite), agendo come sollecitazione sul piano politico a cui tutti siamo chiamati a riflettere: «mettendo tutto il nostro pensiero e il nostro fare possibile. E rischiando. Ma davvero. Senza questo massimo investimento e massimo rischio, la scena muore», sono sempre parole  della direttrice artistica del Festival e il patto tra il teatro e la realtà non può esulare da questa responsabilità. Yorick dal sottosuolo (potremmo dire che rappresenta un substrato della nostra psiche), riemerge dall’oblio nell’intento di smantellare le tante e troppe discriminazioni a cui sono sottoposti i suoi simili che abitano la terra in superficie. Come quelli che vediamo diversi da noi, siano malati o stranieri, gli ultimi, gli esclusi, i tanti costretti a vivere nelle periferie lontani da ogni forma di integrazione e convivenza.

Visto a TDV il 18 dicembre 2018

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