Recensioni — 02/01/2024 at 12:57

Trilogia della città di K: La temeraria sfida di portare sulla scena un testo fascinoso ma ingarbugliato

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RUMOR(S)CENA – MILANO – Lo scorrere non lineare del tempo permea l’intera struttura drammaturgica dell’edizione del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa della Trilogia della città di K., ma questo argomento affiora anche nel comunicato stampa e nelle interviste rilasciate da chi si è assunta la responsabilità dello spettacolo. Un tema che mi intriga, almeno da quando l’ho sentito citare da Sofija Gubajdulina (una donnina minuta, ultraottuagenaria: credo la più grande musicista russa vivente), più o meno nella forma seguente: “Circa duecento anni fa si è rivisto criticamente il concetto di spazio; è ora di farlo anche per il tempo: non esiste solo un tempo sequenziale, ma anche un tempo ricorsivo, circolare”. Era stato questo il suo modo – per me rivelatore – di introdurre un suggestivo concerto che alternava suoi pezzi a composizioni di Johan Sebastian Bach.

TRILOGIA K Consuelo Battiston_foto ®Masiar Pasquali

Anche se è quasi d’obbligo invocare questo concetto parlando della struttura narrativa di Agota Kristof (autrice dei tre volumi della Trilogia: Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna), la sua traduzione in forma teatrale non mi sembra sia stata altrettanto felicemente risolta, come invece era stato – per me – il concerto sopra richiamato.

TRILOGIA K_Federica Fracassi_foto ®Masiar Pasquali

L’altro topos – che vorrei chiamare epistemologico – sotteso all’intera Trilogia è la difficoltà di penetrare la sfuggente, polisemica realtà dei fatti. Senza spingermi a invocare il principio di indeterminazione di Heisenberg, mi limiterei a notare che – mutatis mutandis – siamo sul medesimo terreno a suo tempo esplorato da Pirandello, per esempio con Così è (se vi pare) e, qualche decina di anni dopo, da Akira Kurosawa, col film che lo rivelò all’Occidente: Rashomon.

TRILOGIA K foto ®Masiar Pasquali

Ma oltre a questi interrogativi, che da soli farebbero tremare le vene e i polsi, la Trilogia della Kristof è percorsa da temi quantomeno impegnativi: il rapporto simbiotico che lega i gemelli, il femminicidio, l’abuso sessuale, l’incesto; il tutto immerso nella cieca, cinica logica della guerra. Chi, prima d’ora si era cimentato con una trasposizione teatrale del testo della Kristof (I bambini della città di K. Realizzato da “Libera mente”, con la regia di Davide Iodice, nel 1998; o le gemelle Pasello con I lupi, nel 2011) aveva affrontato – almeno in un primo momento – il solo primo libro, già di per sé ricco e denso di suggestioni.

TRILOGIA K_da sinistra Fracassi, Berti_foto ®Masiar Pasquali

Si direbbe, poi, che la scelta drammaturgica di Chiara Lagani e la regia di Luigi de Angelis, lungi dall’appianare i grovigli del testo, scelgano di esaltarli, specie nella prima parte, con una narrazione frammentaria, più simile alla irrazionale successione delle scene di un  sogno che a un’esposizione di fatti reali, affidata in parte alle parole di una figura femminile seduta a una scrivania (l’autrice stessa, interpretata da Federica Fracassi), ma specialmente a brevi scene video, proiettate su oltre una dozzina di pannelli che ora scendono, ora salgono dalla graticcia del Teatro Studio Melato. Dalla seconda parte la modalità drammaturgica segue una logica un po’ più tradizionale, malgrado la inquietante presenza di un colossale neonato disegnato e pensato apposto per la Trilogia della Città di K dallo scultore Nicola Fagnani, una sorta di personaggio coro che emerge dal pavimento del Teatro Melato e parla con voce infantile registrata

TRILOGIA K_Federica Fracassi_foto ®Masiar Pasquali

Ma nella terza parte le timide certezze che lo spettatore si illude di aver acquisito vanno nuovamente in frantumi: le identità si confondono, ricompaiono personaggi che si credevano morti e la fabula viene ancora deformata. Credo superfluo – oltre che arduo – tentare di raccontare in modo sequenziale le aggrovigliate vicende che si annodano nel corso della Trilogia. Ciò detto, le tre ore dello spettacolo lasciano addosso l’impressione dell’estrema cura e del notevole impegno produttivo dell’operazione, e anche della passione e dell’amore con cui è stata condotta; ma anche la sensazione che un testo così complesso e ricco di suggestioni regga con difficoltà la sua trasposizione in una dimensione teatrale, che non consente allo spettatore la possibilità di tornare indietro, per capire meglio cosa sta scorrendo sotto i suoi occhi, o le parole che ha udito.

Visto al Piccolo Teatro Melato di Milano il 9 dicembre 2023

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