cinema — 01/12/2013 21:52

Atlas di Antoine d’Agata: Geografia di un abisso

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Atlas è il primo lungometraggio di Antoine d’Agata, presentato quasi contemporaneamente al CPH:dox di Copenaghen e nella sezione CineMaxxi del Festival di Roma. Realizzato da uno straordinario fotografo della Magnum , abituato ad indagare con il suo obbiettivo la realtà e i suoi orrori. Lo si capisce fin dalla prima inquadratura quando camera e soggetto rimangono praticamente immobili per quasi un minuto e sembra di stare guardando appunto, una fotografia. Anche, quando in tutte le inquadrature che seguono, il soggetto, quasi sempre unico e  nudo o colto nell’atto di sniffare, fumare, bucarsi, è illuminato da una luce irreale, quasi uno spot teatrale che lo isola dalla disperazione che lo circonda. Il fatto è che in un attimo l’aspetto fotografico passa in secondo piano. Antoine D’agata riesce, come un grande artista, più simile ad uno scultore che ad un regista, a farci vivere un’esperienza fisica, spaziale. Le immagini sono plastiche, e la loro percezione passa attraverso tutti i sensi . Le immagini si evolvono lentissime, ricordandoci la videoarte di Bill Viola, ma la cosa affascinante è che quasi mai D’agata “rallenta” le immagini, sono i suoi personaggi a muoversi lentamente, è la loro realtà che è totalmente statica, incastrata nel dolore di un abisso in cui l’azione è senza speranza.

L’immobilità come stato, come unico modo di sopravvivenza, la droga come nutrimento di un corpo immobile, la prostituzione come unica possibilità di sopravvivenza, la malattia come inevitabile conseguenza. Questo ci racconta Atlas in un viaggio scuro e psichedelico, un viaggio in angoli di mondo opposti, tutti stranamente simili, nei colori, nei ritmi, nelle azioni, a ricordarci che la solitudine , il dolore e la paura esistono in ogni posto e in ogni lingua. Ogni corpo è accompagnato da una voce fuori campo, da una voce di donna che nella sua lingua ci guida nel suo orrore personale, mai documentaristica, sempre poetica, ipnotica. Si , perché Atlas è in qualche modo un documentario, un reportage, ma è lontano dal quotidiano, dall’estetica del vero, è terrificante e sublime allo stesso tempo, come lo sporgersi a guardare dentro l’abisso. E poco importa che la figura maschile che vediamo bucarsi all’ inizio sia probabilmente la stessa che vediamo entrare in ogni donna cercando disperatamente qualcosa. Atlas è un viaggio universale, una geografia del dolore e della solitudine umana costruita per singoli abissi, ma così poetica da ergersi ad Atlante universale, e così disperatamente vera da potersi permettere di sublimare l’orrore della realtà nell’ estetica senza paura di perdere di forza.

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