Teatro, Teatro recensione — 01/11/2014 23:31

Quello che rimane di una storia di dolore e verità

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quello che rimane

Lo spettacolo “Quello che rimane, il segreto di non aver saputo scegliere” torna in scena dal 27 al 29 ottobre alle ore 21 alla Fattoria di Bacchereto a Carmignano (Prato). Drammaturgia di Tommaso Santi, con Andrea Bacci e la regia di Massimo Bonechi. Dopo lo spettacolo verrà servita una degustazione di vini e castagnaccio.

PRATO – Quello che rimane, il segreto di non aver saputo scegliere. Ruggero Casini potrebbe essere un uomo qualunque di una storia ambientata a Prato nel luglio del 1970. La sua storia però inizia trenta anni prima quando a Prato c’era la guerra. La guerra che gli ha portato via l’infanzia e il fratello Rodolfo. Quello che rimane è il titolo dell’ultimo spettacolo di Tommaso Santi, scritto per i settanta anni della liberazione di Prato ed incentrato sull’impossibilità dei sopravvissuti di dimenticare cosa la guerra è stata e cosa ha trascinato con sé. Il protagonista Ruggero Casini, sul palcoscenico Andrea Bacci, è un quarantenne al quale stanno per demolire la casa, espropriata per la presenza di una bomba inesplosa. Sotto le macerie e la polvere, ultimo risultato di una violenza senza fine, saranno seppelliti tutti i ricordi di una vita, che hanno un significato soltanto per lui e che gli altri non potranno mai arrivare a comprendere. Nella solitudine del nuovo appartamento che gli è stato attribuito in seguito all’esproprio Ruggero assiste, come se si trattasse di un nuovo bombardamento su Prato, alla distruzione della propria casa e del granaio, che in tempo di guerra era stato il rifugio del fratello Rodolfo.

Quello che rimane della storia di Ruggero e della sua famiglia è una serie di tante verità. Verità di cui soltanto Ruggero è a conoscenza e che gradualmente riaffiorano alla sua coscienza. La guerra gli ha portato via gli anni più belli, la dolcezza dell’infanzia strappata al gioco e trascorsa sotto la minaccia continua delle bombe, a correre per i campi quando il cielo improvvisamente diventava nero, oppure nella paura dei rastrellamenti, che avrebbero potuto privarlo del padre o del fratello. Per lui che è rimasto l’ultimo sopravvissuto della sua famiglia, dopo la morte della sorella Ada, la guerra non è mai finita per davvero, continuando al suo interno a corroderlo come un tarlo piantato con forza nel cervello, che scava e scava senza tregua. Quel tarlo non è altro che il senso di colpa per non avere avuto, mai, la capacità di scegliere. Scegliere di essere coraggioso e di rivelare una verità scomoda e dolorosa anche per la propria famiglia, quella di essere stato forse colpevole o forse no della cattura del fratello Rodolfo, preso dai Tedeschi a causa di una soffiata ed inviato poi in Germania, da dove non aveva mai fatto ritorno.

Tema centrale di tutta la storia è quindi la guerra, rievocata con continui flashback come un fantasma che aleggia ancora su quella casa che sta per essere distrutta. Aldilà della memoria storica, il monologo non nasce come narrazione o come documentario storiografico, nonostante sia basato, come buona parte dei testi di Tommaso Santi, su interviste, diari di sopravvissuti e materiali provenienti dal Museo della deportazione e della resistenza di Prato.
Seppur nella finzione teatrale la storia ha un fondo di realismo, perché ricostruisce fedelmente il contesto della Prato del 1944 sia da un punto di vista storico dando spazio al racconto dell’occupazione nazifascista, sia linguistico, perché Santi sceglie di far parlare il personaggio volutamente in dialetto pratese, che sporca l’italiano ma con una musicalità tutta toscana.

Tutto il racconto è condotto in prima persona, Ruggero parla di sé ma interpreta a turno, con colori diversi, anche gli altri personaggi della sua famiglia, portando a galla attraverso i ricordi uno spaccato di vita quotidiana, in cui era normale vista la penuria alimentare causata dalla guerra arrangiarsi con quel poco che si aveva a disposizione, un po’ di granoturco e un po’ di pane secco.  Nel finale catartico che esplode come un delirio febbricitante per il senso di colpa accumulato negli anni, non c’è pero nessuno sfogo, non c’è nessuna liberazione dalla guerra interna che ha messo Ruggero sotto assedio. Quello che rimane alla fine sono la radio del babbo, trovata fortuitamente nella casa di famiglia e una manciata di rosolacci, i papaveri rossi che crescono sui cigli dei campi. Belli e fragili, ma resistenti soltanto se non tira vento.

Visto al Convitto Nazionale Cicognini di Prato il 10 ottobre 2014
Quello che rimane
drammaturgia di Tommaso Santi
regia di Massimo Bonechi
con Andrea Bacci
in collaborazione con Consorzio Santa Trinita e Spazio Teatrale All’Incontro

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