Danza — 19/10/2026 at 19:59

40 anni di danza e sport a MILANoLTRE

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 Perché, come diceva Jaques Deidda “L’eredità non è mai un dato, è sempre un compito”. Di conseguenza ogni eredità deve essere trasformata, reinterpretata e, a differenza delle altre arti, la danza non ha una impronta originale da conservare, ma ogni gesto esiste nel momento in cui viene compiuto e sopravvive nella memoria di altri corpi che arrivano alla contemporaneità. Dunque, se ormai da anni si dibatte sul tema se la danza sia un ‘arte, ma allo stesso tempo anche una attività fisica che la porta ad essere assimilabile a quella sportiva, la questione rimane aperta e in particolare oggigiorno i ballerini ormai hanno una formazione che spazia in tutti gli stili. Il danzatore è dunque un artista o anche un atleta? Ai posteri l’ardua sentenza.

In occasione della serata di apertura del Festival il pubblico ha potuto riflettere su questa tematica in occasione del programma proposto dalla Compagnia Ballet de Lorraine che ha proposto quattro coreografie con tre firme d’eccezione. La compagnia è stata fondata nel 1968 ad Amiens con il nome di Ballet Theatre Contemporain e incarna l’evoluzione della danza contemporanea in Francia ed è uno dei principali centri per la creazione coreografica in Europa. Dal 2025 è diretto da Maud Le Pladec che raccoglie il testimone di Peter Jacobsson, è formata da 26 danzatori e indaga sul ruolo delle arti perfomative nella società contemporanea.

Questi artisti ospiti a MILANoLTRE hanno presentato un percorso creativo che partendo dalle basi classiche, attraversando la contemporaneità, è arrivato a toccare anche i modelli sportivi. La serata si è aperta con la messinscena di “Works” di Maud Le Pladec, la quale nel 2024 è stata direttrice della danza per le Olimpiadi di Parigi. Qui i danzatori, fasciati in tutte accademiche aderenti di colore giallo, partono dalle linee classiche e dalla danza accademica per spingersi oltre, superarle e arrivare ad un punto di rottura sulle musiche elettrizzanti di Michael Gordon che reinterpreta Beethoven. I corpi si muovono dunque sinuosamente partendo dalle forme classiche per possi spezzarsi e reiterare i movimenti in un vortice di energia, portando ad una sorta di liberazione del corpo collettivo.

La seconda coreografia proposta durante la serata inaugurale è stata “Turning Burning” di Jan Martens. In questo lavoro una ventina di ballerini in scena vestiti con jeans e maglietta, danzano sulla musica di Nah, concentrandosi sul tema della rotazione, un po’ come i dervisci. Percorrono il palcoscenico in cerchio girando su se stessi con passi ripetitivi oppure formando dei cerchi più piccoli o più grandi, immergendo il pubblico in una ipnosi quasi catartica.

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Un’ altra chicca della serata è stata la presentazione di “The fugue” di Twyla Tharp, artista che ha creato oltre 160 opere tra danza, cinema, televisione e teatro considerata una delle figure più influenti della coreografia contemporanea. In questa coreografia, ispirata all’” Offerta musicale” di Johan Sebastina Bach, sono in scena tre danzatori, alternativamente tre maschi oppure tre femmine, i quali rappresentano ognuno un registro musicale ovvero: basso, contralto e soprano. Danzano una sorta di tip tap battendo i piedi al ritmo sempre più incalzante della musica oppure percuotendo il corpo come uno strumento a percussione.

Il programma della serata si è concluso con la coreografia intitolata “Synchronicitè” di Maud le Pladec che ha portato in scena a MILANoLTRE l’energia e la precisione di un grand evento globale come l’apertura dei Giochi Olimpici di Parigi del 2024. Il lavoro era nato all’interno del grande spettacolo presentato lungo la Senna e visto da milioni di spettatori. In questo balletto tutta la giovane compagnia al completo, 26 danzatori, danno vita ad una danza collettiva quasi rituale, tra movimenti che ammiccano all’hip hop, alla video dance e al commercial, creando una danza pop con tanto di cuoricini.

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Tra i tantissimi spettacoli in scena in occasione dei 40 di MILANoLTRE , abbiamo anche visto anche il poetico e sensibile lavoro di un grande artista della scena di danza contemporanea italiana e non solo quale Virgilio Sieni, intitolato Ma a che serve la luce? Le ceneri di Gramsci”. Il lavoro si è ispirato all’omonimo poemetto scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1954 e prosegue il percorso dello spettacolo manifesto “Solo Goldberg Variations” con la personale ricerca di Virgilio Sieni sul rapporto tra il corpo e le opere d’arte.

Virgilio Sieni

Le parole di Pier Paolo Paolini prendono letteralmente corpo diventando gesti, respiri e movimenti danzati dell’artista che nella prima parte recita lui stesso i versi del poeta, mentre nella seconda parte segue le parole sulla voce originale registrata dello stesso Pasolini. Una esperienza di grande intensità non solo per il coreografo e danzatore ma anche per lo spettatore che viene afferrato dalle parole in una danza tra materia celeste e impegno civile, con una incursione nella pittura italiana in particolare in quella di area fiorentina.

Virgilio-Sieni-Le-ceneri-di-Gramsci ©Laila-Pozzo

“La parola poetica dà il ritmo e prepara lo spazio della danza tra la mia voce sussurrata e il gesto che diventa suono – ha spiegato Virgilio Sieni a proposito del suo lavoro – Una danza che agisce nello spazio umanamene tattile delle braccia che si aprono. Osservando la duna che ospitava l’urgenza di quel corpo, ascoltando la sua voce che, scorrendo in semicerchi immensi, illumina i tratti del gesto raggrumato nel respiro, mi sono convinto a danzare in forma poetica e vernacolare il poemetto scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1954”.

Altro debutto molto atteso a MILANoLTRE è stata anche la prima nazionale di “Carnival Vivaldi” del Balletto di Roma, con la regia e la coreografia di Chiara Ameglio. Lo spettacolo ha voluto esplorare, attraverso un mix di stili un po’ confusi dal modern jazz, all’hip hop fino al contemporaneo, il tema della follia e della metamorfosi attraverso le atmosfere nebbiose di un carnevale settecentesco, fondendo i capolavori di Antonio Vivaldi con la musica elettronica di Luca Salvadori. Una sorta di rito collettivo in cui l’identità personale sembra perdersi in quella collettiva e la riflessione che viene da fare è quella di un disorientamento generale che fa riflettere sulla condizione dei giovani nella società contemporanea. Tale disorientamento è espresso attraverso una danza che non sembra avere né identità né carattere, tranne in un guizzo collettivo finale in cui i danzatori abbandonano le maschere e i costumi settecenteschi, per danzare insieme a corpo scoperto.

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