Danza — 15/10/2026 at 22:38

As We Are (Joséphine, Bantu) al Théâtre de la Ville–Sarah Bernhardt di Parigi

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RUMOR(S)CENA – PARIGI – Il Théâtre de la Ville–Sarah Bernhardt di Parigi ospita, fino al 18 ottobre 2026, due grandi protagonisti della danza contemporanea, Germaine Acogny e Gregory Maqoma, riuniti nel dittico As We Are, espressione di un impegno sociopolitico di forza e concretezza sempre più rare sulla scena contemporanea.

Tutto ha inizio nel 1925, quando Joséphine Baker debutta a Parigi al Théâtre des Champs-Élysées, imponendosi come una figura dirompente della scena culturale francese. Alla celebrità artistica affiancherà un altrettanto straordinario impegno civile e politico, riconosciuto nel 2021 con l’ingresso simbolico al Panthéon. Un secolo dopo, nel settembre 2025, Germaine Acogny presenta sullo stesso palcoscenico Joséphine, un assolo a lei dedicato, seguito da una portentosa esecuzione del Sacre du printemps di Pina Bausch, interpretato da danzatori provenienti da tredici paesi africani nell’ambito di un progetto realizzato con l’École des Sables, fondata da Acogny in Senegal nel 1998.

Tra il pubblico alla prima di Joséphine c’è anche il coreografo sudafricano Gregory Maqoma, al quale Acogny ha già commissionato un lavoro corale da affiancare al proprio assolo. Ispirato dall’impegno sociale e politico di Baker e Acogny, Maqoma decide di tradurre l’ideale di un’Africa senza frontiere in un progetto panafricano, tanto nella provenienza degli interpreti quanto nel linguaggio coreografico. Riunisce quattro danzatori dell’École des Sables e otto della propria compagnia, il Vuyani Dance Theatre (VDT), fondato a Johannesburg nel 1999. Nasce così Bantu, presentato in prima mondiale a Johannesburg nel gennaio 2026.

JOSEPHINE crediti foto Maxime Dos

Joséphine, ideato insieme alla coreografa Alesandra Seutin e al regista Mikaël Serre, su una partitura originale di Fabrice Bouillon-LaForest che intreccia ritmi di Charleston e sonorità africane, riflette le molteplici identità culturali delle due artiste, che si ritrovano sulla scena in un incontro quasi mistico. Un incontro che ha un precedente reale: le due donne si conobbero nel 1973, durante un ballo di beneficenza al Palazzo Hofburg di Vienna. A ottantadue anni, Acogny possiede un’intensità luminosa e una presenza scenica straordinaria, riempiendo il palcoscenico di una gestualità drammatica, quasi ieratica. Appare in abito nero, con decorazioni floreali sulla schiena, per poi esplorare, attraverso i cambi di costume, le molteplici identità di Baker: dalla vedette della Revue Nègre alla donna impegnata nella Resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale, nella lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti e nella Marcia su Washington del 1963.

L’assolo si svolge in uno spazio scuro ed essenziale: una bambola Ashanti e una cornice luminosa che richiama lo specchio di un camerino, con il centro immerso nell’oscurità, quasi che l’immagine di Baker potesse affacciarvisi da un momento all’altro. Iconica la rilettura della celebre danza delle banane, con cui Baker aveva scandalizzato e affascinato il pubblico parigino degli anni Venti. Acogny recupera il frutto, simbolo dell’esotismo coloniale, e lo scaglia verso gli spettatori, suscitando risate tra complicità e imbarazzo.

Bantu crediti foto Maxime Dos

Veniamo così a Bantu, che spinge ancora oltre la riflessione, verso la dimensione collettiva. Il titolo rimanda a un termine che in numerose lingue dell’omonima famiglia linguistica significa “persone”, “esseri umani”. Il punto di partenza di Maqoma è il concetto di ubuntu, spesso riassunto nella formula “Io sono perché noi siamo”: ci definiamo attraverso la relazione con gli altri. Ne emerge la visione di un’Africa polifonica, oltre i confini politici ereditati dal colonialismo.

In un panorama coreografico in cui è sempre più raro assistere a qualcosa di veramente originale e inatteso, Bantu riesce a sorprendere, traducendo la filosofia dell’ubuntu in una danza di straordinaria efficacia, nella quale gestualità di matrice rituale e sperimentazione contemporanea si fondono in un linguaggio di movimento originale e imprevedibile. Avvolti negli ampi costumi multicolori del marchio sudafricano Black Coffee Designs, i dodici danzatori danno vita a un insieme di straordinaria vivacità visiva sulla partitura originale di Yogin Sullaphen.

A imporsi è soprattutto il danzatore nigeriano Profit Lucky, già interprete del Sacre du printemps l’anno precedente, al quale Maqoma affida un ruolo solistico centrale. Di una bellezza scenica, un carisma e una potenza espressiva sconcertanti, Lucky domina la scena con una presenza quasi medianica. Il capo scosso violentemente, i capelli che fendono l’aria, il corpo attraversato da movimenti convulsi: la sua danza alterna abbandono e controllo con un’intensità ipnotica. Fulcro drammaturgico dello spettacolo, ne scandisce l’inizio e il finale, quando gli altri danzatori si raccolgono intorno a lui, come attratti da un centro di gravità.

La straordinaria vitalità di Bantu rende ancora più urgente interrogarsi sulle condizioni materiali della creazione artistica. L’ideale di un’Africa senza frontiere si confronta infatti con ostacoli molto concreti: in un’intervista pubblicata nel programma di sala, Maqoma ricorda le enormi distanze, i costi dei trasporti e la scarsità di sostegni alla diffusione degli spettacoli fra i paesi africani, che accentuano la dipendenza dai circuiti internazionali. Tanto più significativi e benvenuti, dunque, il grande successo riscosso a Parigi e la tournée internazionale di As We Are, che attraversa Germania, Paesi Bassi, Francia, Lussemburgo e Svizzera. Ed è proprio qui che As We Are ci appare particolarmente vicino. Non soltanto ci ricorda la necessità di ritrovare nella collettività un senso di appartenenza e di perseguire ideali di giustizia e uguaglianza, ma ci invita anche a dare voce al crescente disagio di un mondo artistico che fatica a trovare nelle istituzioni il sostegno necessario. Pur nelle differenze fra i contesti, la precarietà dei finanziamenti e la fragilità delle strutture sono problemi che attraversano anche il sistema culturale europeo. La lezione dell’ubuntu supera così i confini della scena: le difficoltà degli altri ci riguardano più di quanto crediamo.

Visto al Théâtre de la Ville–Sarah Bernhardt di Parigi il 12 ottobre 2026

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