Teatro, Va in scena a — 31/01/2018 at 16:39

In viaggio con l’arte di Castaldo e del suo LabPerm

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MILANO – Come da titolo della sua ultima pubblicazione, di cui si dirà oltre, Domenico Castaldo è “In viaggio da XX con il suo tenace ed eroico LabPerm – Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore, di stanza a Torino nei suggestivi spazi dell’Ex Cimitero di San Pietro in Vincoli, coabitato con altre due compagini da quasi un decennio. E nel suo ultraventennale tragitto sulle scene nazionali, con significativi détour oltreconfine, l’ensemble torinese arriva ora nella “capitale teatrale italiana” con una delle sue più recenti creazioni. Dall’1 al 4 febbraio 2018 infatti, all’olistico Spazio Tai di via Tadino 60 a Milano, sarà possibile assistere (20 spettatori alla volta) all’itinerante e coinvolgente polifonia scenica intitolata Armonie dai confini dell’ombra, della quale sono stato spettatore nelle favolose cripte del menzionato Cimitero, in una data sul finire d’anno appena trascorso.

Uno spettacolo ordito su peculiari e fini principi di drammaturgia associativa, sostenuti da un’originale coralità musicale che svolge un’azione aggregativa e di raccordo dello sfaccettato insieme di stimoli e contenuti – verbali, cinetici e di immaginativa trasfigurazione spaziale e visiva – di cui è veicolo.

A partire dal «silenzio» nel quale Castaldo, regista e protagonista, ricava lo spazio d’accoglienza per gli ignari visitatori attraendoli, con tenue naturalezza, dentro le traiettorie dell’opera e intessendolo presto al filo espansivo del canto. Così da sdipanare, di lì, un percorso concettuale e fisico dove far risuonare sottili presenze di possibili armonie esistenziali addosso alla spoglia concretezza di pareti, passaggi e varie cavità degli ambienti attraversati e nel mentre vissuti tra alternanze di chiarori e ombre, con tanto – qua e là – di effetti stereofonici creati senza alcun ausilio di tecnologia. Poiché sono i corpi del quintetto di performer, semmai, a generare semovente e coreutica teatralità; a liberare umanissima e circolare tattilità che, proprio accordandosi su reticoli multitraccia di musicale vocalità espressiva (perfettamente intonata), si addensa di tali sonorità e linee polifoniche da farsi come brezza: per arrivare quindi dritta e netta alla pelle degli spettatori, toccandoli prima e più nitidamente rispetto a qualsiasi tipo di parola o verbo ben congegnato e detto.

I cinque interpreti, del resto, ondeggiano catacombali come penetranti fiammelle capaci di profondarsi a lambire corde nascoste dell’animo, sul ritmo di poetici temi e discorsi d’aura sapienziale da affidare semplicemente alla meditazione interiore e franca di ciascun individuo, affinché sappia svilupparne le implicazioni di gioia e arricchimento nel proprio personale e condiviso esistere. Un nucleo di liriche riflessioni e tematiche, lanciate verso l’alto e nell’intorno dall’inerpicarsi affilato della virginale purezza vocale delle giovani e fulgenti Ginevra Giachetti, Marta Laneri e Natalia Sangiorgio; alle quali dà mirabili scorrevolezze flautate, colme pure di sorrisi, Rui Albert Padul; mentre il loro ficcante direttore-performer perlopiù intona e drammatizza, dinamizzando con i suoi timbri ardenti e aprendo anche ad abbandoni scavati nel dolore di suoni tolti da misteriosi anfratti del cavo orale. Come, ad esempio, succede in un lungo tratto in cui questi rapisce e strania l’uditorio, effondendosi in una modulazione erosiva di tali suoni minerali, sino a rifrangerli progressivamente nelle pieghe di sussulti e tremori corporei che paiono davvero fare esplodere l’accumulo di sofferenze non ancora elaborate, e men che meno liberate, di tutta una vita. Sua, degli altri e del mondo: talmente si dilata il momento, in una sorta di ad libitum senza confini.

Armonie-Domenico-Castaldo

Coinvolgente, liberatoria e depurativa è d’altronde questa «performance itinerante per corpo e mente». Agile, sorvola filtri e possibili ricatti recitativi e d’infingarda rappresentazione; schioda le parole dal peso univoco della comprensione razionale, levandole verso sfere dove coglierne il quieto disvelarsi dei multipli strati di significato e illuminante senso. Difatti acquieta e placa nel rivelare, col suo dorato consuonare sulle membra dei presenti, la partitura di relazioni in cui può inserirsi la nota essenziale del nostro io. Quella di cui sentiamo l’eco di là da noi e che fa coro con altre voci, altre storie, altri silenzi; per diventare altro ancora e sempre, fino a scoprire quel che di sé si desidera e sogna veramente. Sicché, a quel punto, si può decidere e volere con autenticità piena, liberando il soffio armonico di un lieto vivere.

Dopo le ricordate serate milanesi, il descritto lavoro del LabPerm tornerà in scena nelle secolari cripte torinesi, ove è nato e cresciuto, dal prossimo 28 marzo sino alla metà di aprile 2018: in attesa di incontrare altri polivalenti luoghi sparsi per l’Italia, in cui possa riversare la sua accurata arte. Un’accuratezza particolare, di cui si disquisisce più in generale e in forma varia nel volume che Domenico Castaldo ha pubblicato in occasione dei vent’anni d’esistenza della compagnia, intitolandolo “In viaggio da XX.

Assistito dalla preziosa Ginevra Giachetti, egli mette in pagina una serie di riflessioni e spunti sulla funzione del mestiere d’Attore (con l’A maiuscola), interrogandosi e proponendo opzioni su come ridare fondamento e crisma al suo originario ruolo spirituale nell’odierna società, frammentata e persa in una indefinibile globalità dettata dal mercato consumista. Quando, invece, è giusto la sapienza artigianale di chi indaga continuamente i propri mezzi espressivi e di linguaggio – affinati a colpire, nella fattispecie, il sensorio di uno e molti spettatori con precisione ed efficacia – a poter risultare d’aiuto nella ricerca e sviluppo di sistemi relazionali di maggior comunicativa ed empatia fra le persone. Nell’ottica pertanto di avvicinare e aggregare, ai fini di un «bene-essere» sociale che scorra grazie a un facilitato dialogo fra distanti e diversi. In una copartecipe azione d’intenti, dunque, sciolta dal malanno divisivo della competizione prevaricante che connota non più solo brand e merci ma, oggigiorno, pure cuori e soggetti.

C’è un tono mosso nelle pagine in questione. Agitate da sdegni, rabbie e contestazioni intese, però, a contestualizzare il quadro di problemi e culture inficianti l’etica e la retorica, le politiche e le poetiche dell’intera scena nazionale. E lì, senza fare nomi né riconoscibili allusioni, si parla in modo esplicito di «mafia»: culturale, materiale e morale, dilagante e ammorbante il teatro dei «pulpiti» italiano. Da rigoroso allievo di totem quali Luca Ronconi (nei primi anni ’90, alla Scuola del Teatro Stabile di Torino appena fondata, allora, dal maestro) e Jerzy Grotowski (nel Workcenter di Pontedera durante lo stesso decennio), Castaldo si lancia in un’intemerata dura contro il teatro finanziato e il suo coté propagandista; vibrando stoccate altresì alla politica nient’affatto inclusiva dei bandi e senza risparmiare l’asservimento opportunista dei «registi-kapò» alle logiche costrittive del potere istituzionale. Il quale esercita la soggezione e il controllo, in luogo della liberazione nella conoscenza di pratiche e suggestioni che coltivino a fondo la creatività a scopi di schietta interazione tra viventi. Specie considerando che, com’è scritto a pagina 38:

«Il tuo posto nel mondo è il tuo posto, non te lo dà un funzionario, non lo toglie il prossimo che arriva. Complottare per prendere il posto di un altro è un atteggiamento da parassiti. L’azione degli artisti è costruire opportunità».

Opportunità tipo quella che estrae e snida, tra gli altri, un esemplare speciale di artista – per quanto mancato e sconfitto – qual è Zio Vanja: drammatica figura eternata dalla penna di Anton Cechov che, dinanzi al rompersi dei propri sogni contro un’esistenza che si scopre con disincanto, in verità

«si trova al principio della propria redenzione, perché solo quando i sogni s’infrangono la realtà diventa vivida» (cfr. pagina 15).

E non poteva che dedicarsi a tutti «gli Zio Vanja», perciò, il libro di una personalità eclettica e d’aurea anarchia come Domenico Castaldo. Con i suoi indomiti compagni del LabPerm, voce e anima fuori dal coro del nostro teatro; valoroso creatore ignorato da addetti ai lavori e direttori artistici, sebbene lontano vincitore ormai di un insigne Premio Bartolucci nel 1999 che aveva capofila di giuria Franco Quadri.

Importa poco tuttavia, perlomeno a me, di menzioni e premi nell’odierna Italietta teatrale che ne distribuisce a frotte e da ogni parte, sino a fargli perdere lucida sensatezza e peso specifico. Mentre ciò che dà consistente valore a un artista, soprattutto nel regime d’irrealtà assediante l’oggi, è appunto animare il divenire di accurate vividezze, spezzando piuttosto sogni oltre i quali scoprire i nudi piani del Vero. Nel Reale come nell’Immaginario. Fendendo senza paura lo spirito coattivo dei tempi.

Armonie dai confini dell’ombra”

Canti originali del LabPerm e testi tratti da Raimon Panikkar, Arsenij Tarkovski, Friedrich Nietzsche.

Direzione: Domenico Castaldo.

Interpreti: Domenico Castaldo, Ginevra Giachetti, Marta Laneri, Rui Albert Padul, Natalia Sangiorgio.

Produzione: LabPerm – Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore, L.U.P.A. Project – Libera Università sulla Persona in Armonia – Torino.

Spettacolo in tournée. Date e altre informazioni ai siti web: labperm.it e liberauniversita.wordpress.com

Domenico Castaldo, “In viaggio da XX”. Riflessioni da vent’anni di ricerca sull’Arte dell’Attore, a cura di Ginevra Giachetti, LabPerm-Lexis, Torino, 2017. 10,00 €.

Libro acquistabile agli appuntamenti del LabPerm o scrivendo a: info@labperm.it o info@lexis.srl

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