recensioni — 30/12/2016 00:25

La tragedia universale di Macbeth come emblema dell’uomo in lotta con se stesso

Share

PASSO DELLA FUTA (Firenze)Macbeth rappresenta l’archetipo classico dell’uomo che brama di potere e i pericoli che esso comporta. Tragedia funesta, cruenta e ambigua, in cui i sentimenti umani paiono contraddirsi, dove l’ambizione e l’istinto omicida suscita sì rimorso ma senza mai provare pentimento per il sangue versato. L’unico sollievo trova conforto nel soprannaturale popolato dai fantasmi e spettri, raffigurazioni fantasmatiche delle sue stesse colpe. Portare in scena il dramma di Shakespeare in un luogo evocativo e simbolico qual’è il Cimitero militare germanico del Passo della Futa – testimonianza tangibile di come la mano dell’uomo si sia scagliata verso i suoi simili, è una scelta non semplice e facile: le file delle migliaia di tombe in cui sono deposti i resti dei soldati caduti durante la seconda guerra mondiale, poco più che adolescenti,  ci chiedono di non dimenticare mai. È qui che gli Archivio Zeta allestiscono le loro opere teatrali: Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni tra il 2010 e il 2012 hanno prodotto l’Orestea di Eschilo, Agamennone, Coefore e le Eumenidi. Per il Centenario della Prima Guerra Mondiale nel 2014, Gli ultimi giorni dell’umanità – macerie e frammenti dalla muraglia di Karl Kraus. Quest’anno è stata la volta del sanguinario Macbeth, volutamente privato della feroce crudeltà in cui siamo stati abituati a vedere a teatro o al cinema, scegliendo di raccontarlo con un distacco emotivo e la violenza descritta si fa rarefatta, risuona come un’eco che rimbalza sulla pietra dura e funerea che si erge in mezzo al tappeto di erba disposto a raggiera. Appare simile al maniero della tragedia shakespeariana da dove si origina la tragedia, simulacro ora sede della memoria storica e collettiva che non dimentica un passato di sofferenza e dolore.

 

La scelta operata dagli Archivio Zeta è stata quella di scostarsi dal dramma classico per affrontare un’analisi del comportamento umano proiettato verso la sua autodistruzione. Spinto da pulsioni inarrestabili di morte in cui far implodere ogni altro desiderio inespresso. Una sorta di destino maledetto  che sprofonda negli abissi più reconditi e  dove cova l’istinto primordiale dell’agito,  di cui siamo noi stessi vittime e carnefici. L’ambiente si trasforma da spazio di raccoglimento e preghiera in una landa deserta e abbandonata dove si susseguono le scene come una sorta di Via Crucis  in cui si muovono figure vestite di nero; sembrano rapite da inquietudini di cui loro stesse sono artefici. La narrazione della storia si alimenta di riferimenti attuali e contemporanei; diventa proiezione mentale tratta da esperienze pregresse fornite dallo studio e dalla ricerca che anticipa ogni allestimento degli Archivio Zeta. Una costante del loro lavoro per giungere all’obiettivo finale della messa in scena. Attualizzare il testo presenta il rischio di incentrare tutto su un’esclusiva visione personale, riferibile ad un’interpretazione che si discosta di molto dal testo originale. Più che lo sviluppo narrativo consueto, dove emergono le caratteristiche individuali alla base dell’agire umano, qui che quello che conta sono le simbologie evocative: l’uovo che si palesa in scena più volte riporta ad un mancato concepimento della vista stessa, alla bomba nucleare di Hiroshima; ad una mancata fonte di vita e di nutrimento quanto, in vece, portatore di distruzione e morte. Uovo donato dal Re Duncan a Macbeth come segno di gratitudine per essersi distinto in battaglia a difesa del suo regno. Uovo sterile e infecondo.

@ Franco Guardascione

La stessa regina Lady Mcbeth (Enrica Sangiovanni) indossa un mantello formato da un telo bianco delimitato da un cerchio metallico su cui si irradia un disegno di linee concentriche che confluiscono al centro di colore rosso, da cui sbuca il viso della protagonista. Non è casuale la scelta anche in questo caso: è la riproduzione della mappa di volo dell’aereo americano, l’Enola Gay che trasportava l’ordigno atomico per porre fine alla guerra mondiale tra Stati Uniti e Giappone. Assistere alla rappresentazione di questa originale messa in scena, significa partecipare ad una forma di rito fortemente emotivo che si  crea attraverso un percorso itinerante, formato da quadri scenici per immagini suggestive e dense di rimandi metaforici.  Macbeth sembra dire che oggi nulla è mutato. Dopo secoli siamo ancora costretti a difenderci per non soccombere ma senza necessità di tradurre per forza in azioni violenti; la lotta per il potere si manifesta perfidamente ma senza gesti eclatanti: Enrica Sangiovanni è una Lady Macbeth algida, femmina senza essere madre, non ha della sanguinaria mandante che incita il suo consorte ad usurpare il trono (Gianluca Guidotti) del suo Re (Ciro Masella) , il quale una volta assassinato, incarna le caratteristiche di un uomo oscurato dalla sua stessa ombra, una sorta di sdoppiamento di se stesso fino a rivestire una una sorta di proiezione fantasmatica. Ciro Masella da prova di essere un interprete di grande spessore, caratterizzando il suo personaggio di guizzi fulminei, irrompendo nella dinamica della tragedia come un’entità fuoriuscita dall’inconscio che permea tutta la tragedia.

 

@Franco Guardascione

La trasposizione che gli Archivio Zeta hanno scelto di rappresentare si discosta dalla versione classica a cui siamo stati abituati, privilegiando una lettura più scarna ed essenziale, dove tutto esce dal perimetro stabilito per espandersi nella galassia di un universo metafisico, in grado di veicolare un messaggio universale. Va segnalata anche l’ottima prova di Stefano Braschi nel ruolo di Banco. Per scelta (una costante nella poetica degli Archivio Zeta) il registro interpretativo assume un tono declamatorio che crea una sorta di spaesamento tra la presenza carismatica dei corpi attori/ruoli, la loro incombente apparizione funerea amplificata dall’essenzialità dei costumi, e il luogo stesso, dove tutto risuona e rimbalza come un eco di memorie ancestrali. L’intensità della rappresentazione avrebbe acquistato maggiore forza con una gamma di timbri recitativi diversificati.

Enrica Sangiovanni e Ciro Masella @ Franco Guardascione

 

L’apporto suggestivo delle musiche composte da Patrizia Barontini è reso con efficacia grazie alle sonorità di grande effetto capaci  di sottolineare la tragicità degli eventi che accompagnano l’azione scenica. Non c’è nessuna concessione al superfluo, alla convenzionalità, al contrario si opera per sottrazione, intrecciando i linguaggi artistici nella loro massima essenzialità. Quasi a non voler entrare empaticamente con i propri vissuti interpretativi. Questo distacco se corrisponde alle intenzioni degli autori incide in una certa misura sulla recitazione ma pare un distacco voluto quasi per dire che non importa identificare e decifrare in sé le caratteristiche di ciascuno personaggio, quanto denunciare come nella nostra contemporaneità sia presente lo stesso germe che intacca l’umanità stessa e la rende vulnerabile, esposta al male, condizione di cui pare impossibile liberarsi.

 

@ Franco Guardascione

L’esserci, (l’essere umano) compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso.

Martin Heidegger Il concetto di tempo

Essere (e) tempo è la frase scelta per sottotitolare Macbeth e tratta dal pensiero di Martin Heidegger. In Essere e tempo il filosofo ritiene che il “presente può essere solo nella dimensione del tempo. Questo significa che è necessario ritornare a pensare l’essere anche rispetto a passato e futuro”. Il pensiero artistico e drammaturgico degli Archivio Zeta trova nel Cimitero militare germanico la sua collocazione ideale: spazio tempo, luogo, dove nel corso degli anni per loro stessa ammissione sono stati messi in scena «gli archetipi fondanti del pensiero tragico, il primo segno della necessità del teatro nella civiltà occidentale». E dopo aver realizzato per intero una versione dell’Orestea «nella quale Eschilo, attraverso il mito, disegna le possibilità che l’uomo riesca a darsi delle leggi, fondando un tribunale e allontanando da sé il potere della violenza, della vendetta, e del sangue», l’attenzione si è fermata su un personaggio di Eschilo: Pilade di cui Pasolini ne ha composto una «tragedia epico – lirica sul Potere (…)» e la spiegazione che ne consegue e anche la decifrazione del loro modo di creare per la scena: «Per noi, che abbiamo fatto del teatro di Parola, il nostro ostinato metodo di lavoro, Pilade non è quindi soltanto un passaggio logico, dopo il lungo lavoro su Eschilo, ma addirittura un approdo».

 

 

Ciro Masella @ Franco Guardascione

 


 

Sono pensieri tratti da “Incompiuto. Pilade/Pasolini” un saggio che contiene interviste, recensioni, note di regia, la sequenza di tutti gli episodi scenici da città in città, che avvalorano il percorso intrapreso dagli Archivio Zeta. Indicativo è il titolo del capitolo  “Fare Pilade (a pezzi), per un anno”, per comprendere  la genesi del progetto: « Per questo nostro viaggio alla ricerca di Pilade abbiamo deciso, a differenza di quello che facciamo di solito, di non dare una forma compiuta e conclusa al testo e allo spettacolo (…) , rompendo lo schema classico dell’unità di luogo e azione. Per la particolarità che ha il teatro di Pasolini, scritto in versi e più simile ad un poema che ad un testo teatrale».

Facendo cosi è stato realizzato non un solo spettacolo ma più episodi differenziati tra di loro che sono stati pensati in luoghi e città diverse e in fasi successive durante tutto il 2015. Il volume racconta il  percorso originale condotto dagli Archivio Zeta dedicato al progetto “Pilade/Pasolini”, con contributi di Rossella Menna, Armando Punzo, Maddalena Giovanelli, Massimo Marino, Lorenzo Donati, Silvia Mei, e altri autori. Ognuno dei quali offre una sua disamina sul lavoro svolto e sulle ragioni che stanno alla base dell’ideazione artistica e drammaturgica, complessa e aperta al confronto: allestimenti all’aperto, in luoghi alternativi e non prettamente teatrali, com’è consuetudine nel fare per Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni. Un esteso percorso per luoghi, immagini, ambienti evocativi nel corso del 2015: Monte Sole a Caprara di Sopra in provincia di Bologna, (dove da anni opera la Scuola di Pace), dove è andato in scena Pilade/Montagne replicato a Monte Battaglia – Casola Valsenio in provincia di Ravenna. «Pilade è esiliato, va in montagna, alla ricerca delle Eumenidi, incontra nuovi compagni e mette insieme il suo esercito di contadini, stabilisce alleanze e nuove necessità».

 

Uno dei luoghi di questo progetto che richiama ad un passato tragico dove si è consumata una delle stragi nazifasciste più efferate della seconda guerra mondiale. Monte Sole distante da soli 20 chilometri da Bologna, con un paese come Caprara (di Sopra e di Sotto) poco distante da Marzabotto: qui il 29 settembre del 1944 sono stati trucidati da mani assassine civili inermi, donne e bambini. La Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole è stata istituita nel 1989 allo scopo «di promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace, alla trasformazione non violenta dei conflitti, al rispetto dei diritti umani, per la convivenza pacifica tra popoli e culture diverse, per una società senza xenofobia, razzismo, ed ogni altra violenza verso la persona umana ed il suo ambiente». Il teatro quando si fa portavoce di un’etica e la diffonde per sensibilizzare e far si che non si possa dimenticare il male commesso da un essere umano verso un suo simile.

Il progetto speciale pensato per Volterra Teatro con Pilade/Camposanto (Camposanto Vecchio – Montecatini Valdicecina in provincia di Pisa), in replica alle Fumarole di Sasso Pisano – Castelnuovo Valdicecina). Pilade/Nascita di Atena alle Saline di Volterra. Pilade/Campo dei Rivoluzionari (Rocca Sillana di Pomarance). Pilade/Boscocimitero (Cimitero militare germanico Passo della Futa in provincia di Firenze); Pilade/Parlamento a Villa Aldini di Bologna. Qui sono stati coinvolti dei giovani migranti provenienti dal Gambia, Guinea, Senegal, Mali e Ghana. Rappresentazioni culminate poi con la Maratona Pilade/Pasolini. Una scelta simbolica che spiega il nesso non solo culturale e letterale/drammaturgico dell’opera del Poeta/Scrittore e Regista, ma anche perché Villa Aldini fu scelta da Pasolini per girare gli esterni del suo ultimo film: Salò o le 120 giornate di Sodoma, che gli Archivio Zeta spiegano come sia stata la “ultima lugubre profezia, che oggi, per napoleonico contrappasso, ospita nell’estenuante e demenziale attesa burocratica i richiedenti asilo”.

Diventa così di particolare valore il coinvolgimento del territorio, dove oltre creare una forte sintonia di appartenenza sociale e culturale, nonché di impegno etico e di solidarietà, come a Saline dove sono stati coinvolti 193 operai della Smith Bits, protagonisti di una strenua “resistenza” alla minaccia di chiusura della fabbrica. A loro è stato dedicato il festival Volterra Teatro 2015 e nell’episodio Pilade/ Campo dei rivoluzionari il tema era, appunto, la ferocia del capitalismo. All’interno della fabbrica del sale la visionaria creatività ha visto nascere uno spettacolo suggestivo e capace di elevare all’ennesima potenza il portato drammaturgico che si intersecava con la contemporaneità del problema sociale ed economico, fondendosi in modo uniforme. Per ogni allestimento che veniva rappresentato sono stati costituiti dei cori recitanti a cui hanno partecipato persone anche senza nessuna preparazione teatrale. Una scelta che deriva dalla tradizione degli Archivio Zeta di coinvolgere non professionisti (fin dal 2003 con la rappresentazione de I Persiani di Eschilo), scelta non casuale che rientra nella loro scelta di fare un genere di teatro a quello «che più si avvicina a ciò che forse il teatro poteva essere nella comunità ateniese della pòlis: nello stesso tempo rito sacro e civile, dibattito ideologico e riflessione collettiva a cui partecipavano, spesso a spese dello Stato, tutti i cittadini».

 

Pilade/Campo dei Rivoluzionari @foto di Rossella Menna

E la scelta di affrontare Pasolini senza nessuna implicazione celebrativa fine a se stessa, fa dire ancora: «Il teatro è l’arte della relazione, come scrive Hannah Arendt in Vita Activa, funzione essenziale della vita della pòlis; proprio queste relazioni sentivamo la necessità di tessere, ancora di più e più insistentemente, avendo scelto il testo di un poeta/autore incredibilmente e polemicamente moderno, la cui scrittura è sempre ricca di sollecitazioni e domande che quotidianamente interrogano le nostre scelte etiche e artistiche nella costruzione del progetto e nella regia».

Un progetto di ampia portata che ha sviluppato nel corso dell’anno incontri e conferenze, divulgazioni culturali che se sintetizzato in una parola scelta dagli autori può suscitare stupore iniziale: “Incompiuto”. Non perché incapaci di potarlo a termine, tutt’altro; quanto invece per stessa ammissione, spiegano così gli Archivio Zeta: «Fin dall’inizio abbiamo intuito che il nostro Pilade sarebbe rimasto incompiuto. In questo senso è un lavoro contro Pasolini, contro il suo monumento e contro il solido basamento di pregiudizi, luoghi comuni, stereotipi, compiacimenti, pornografie, beatificazioni, scandali… (…). Questa estetica e questa retorica a noi non interessava. La lotta doveva essere con le parole e sulle parole, sui luoghi e nei luoghi, con i cittadini e per i cittadini. Il nostro lavoro non pretende mai di spiegare (…). È sul diritto al dubbio, al disorientamento, che fondiamo la necessità estrema, il tradizionalmente assoluto, a costo di sacrificare i personaggi e la trama per tornare al cuore stesso del testo, della sua composizione (…) »

Il cuore come nucleo originario di ogni iniziativa artistica, dove il teatro a detta di Gianluca ed Enrica è stata l’occasione per fare «letteralmente a pezzi questa tragedia (Pilade nella Maratona “Più moderno di ogni moderno – Pasolini a Bologna 1 novembre 2015) provando a leggerla come una mappa cifrata della storia del nostro paese: una storia di lavoro, di segreti di stato, di stragi, di lotta, di umiliazione, di dignità. Una ricognizione che a partire da tutti questi elementi, è stato un viaggio nelle tragedie in atto nella nostra società. Tutto questo teatro ci sia utile per attraversare il dolore e per tessere nuove relazioni».

Incompiuto forse perché il teatro può e deve dare sempre risposte senza mai cessare di credere di aver compiuto del tutto il suo percorso

 

 

Macbeth Enrica Sangiovanni @Franco Guardascione

.

Macbeth essere (e) tempo

di William Shakespeare
drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
con Stefano Braschi, Francesco Fedele, Carolina Giudice,
Antonia Guidotti, Elio Guidotti, Gianluca Guidotti, Ciro Masella,
Giuditta Mingucci, Alfredo Puccetti, Enrica Sangiovanni
e con la partecipazione straordinaria di Oscar

partitura sonora Patrizio Barontini
percussioni Luca Ciriegi
fiati Gianluca Fortini

Foto di scena: ©Franco Guardascione

produzione Archivio Zeta e Elsinor
in collaborazione con ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
Teatro dell’Argine
Comune di Bologna – settore cultura
Bé bolognaestate

Visto al Cimitero militare germanico del Passo della Futa nel mese di agosto 2016


Incompiuto Pilade/Pasolini

Archivio Zeta
Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

a cura di Rossella Menna

Archivio Zeta/Fratelli Lega Editori Faenza 2016

Share
Tags: