Recensioni — 30/11/2017 at 14:19

Il Teatro testimoniale e il senso di andare in scena

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MILANO – Ci sono vari modi di fare e intendere il teatro: uno di questi è senz’altro quello testimoniale, che, agito in prima persona o delegato ad attori, non vuole solo raccontare qualcosa. O forse sì, ma quando dice racconto, dice anche cunto e storia; dice di quel “teatro condiviso e necessario”, che diventa una carta senza identità: perché quando “le identità sono troppe – come chiosa, Livia Grossi, nel suo reportage teatrale “Nonostante voi” -, io è un altro”. E non si può più stare zitti.

Fra le tante proposte non soltanto teatrali, ecco “Come un granello di sabbia”, testo e regia di Salvatore Arena e Massimo Barilla, al Teatro Libero di Milano e “Nonostante voi. Storie di Donne Coraggio”, di e con la giornalista freelance Livia Grossi al Pavillon Unicredit, favolosa architettura futuristica, che ha ospitato il WeWord Festival in occasione della Giornata contro la Violenza sulle Donne.

Come un granello di sabbia”: così si sente Giuseppe Gulotta, protagonista di questa storia vera, che ha inaugurato, dal 24 al 26 novembre, “Palco Off. Autori, Attorie e Storie di Sicilia”. Giunta alla sua terza edizione, questa rassegna tratteggia un fil rouge, che prende via via sempre più corpo, al punto che Renato Lombardo, anima, insieme alla Direttrice Artistica Francesca Romana Vitale, della kermesse, da quest’anno compare anche come Presidente di TLLT, (Teatro Libero, Liberi Teatri), ovvero il progetto di Residenze Urbane, che gestiscono il Teatro Libero. All’interno di questo, la rassegna intende perfezionare un ideale gemellaggio con la stagione dell’omonimo progetto catanese, offrendone i sapori non soltanto sul palco, ma anche attraverso degustazioni ed esposizioni delle eccellenze siciliane. E, cosa di non minor importanza, questo progetto riesce ad intercettare un pubblico diverso da quello, che normalmente segue la stagione del Libero: incuriositi da storie che hanno di certo l’appeal del “ritorno alle origini” (gli spettacoli non soltanto parlano della Sicilia, ma spesso sono recitati in siciliano), gli spettatori forse non sempre sono assidui frequentatori teatrali, ma, proprio attraverso questa formula, scoprono il piacere di esserlo. Ad interlocutori del genere, Palco Off offre storie emozionali e forti: liriche, drammatiche o leggere che siano, ma sempre a tema Sicilia, attraverso il cunto, mirano a situazioni più universali e di attualità.

 

Come un granello di sabbia (Marco Costantino©

In questo quadro s’inserisce “Come un granello di sabbia”, a partire dalla storia vera di Giuseppe Gulotta, protagonista di un clamoroso kafkiano “errore giudiziario”, diciamo così. Complice un amico filmaker che aveva assistito, al Tribunale di Reggio Calabria, all’atto dell’assoluzione definitiva, il regista e drammaturgo Massimo Barilla e l’attore e regista Salvatore Arena conoscono Gulotta, che lo stesso Arena porta in scena per tutta la durata dei suoi ben 36 anni da un arresto ingiusto e proseguito, fra incredulità e paura, carcere preventivo e scarcerazione obbligata, in una vita rubata alla galera in quel fuori, che fuori poi davvero non lo è mai. Comincia, così, il loro teatro testimoniale. Ce lo raccontano attraverso un monologo dalla fattura tradizionale, in cui all’introspezione si preferisce una soggettività sia pure emozionale, ma tutta giocata sui dati. Date, nomi, luoghi, fatti: è questo quel che Pino sciorina, l’artificio drammaturgico, da un dato punto in avanti, diventa la ricostruzione dei fatti davanti al PM, concedendosi alcuni momenti di flash back, resi attraverso un uso del dialetto che si fa più smaccato. Perché la storia di Pino è quella di un muratore diciottenne, che inizia il racconto impennando sulla sua Vespa nuova di zecca; un ragazzo semplice, trasparente come l’acqua, al punto che, il vino, lo imparerà a bere solo in galera. Eppure una persona, che nemmeno il carcere riesce a lordare: così ce lo raccontano. Nonostante il pestaggio per costringerlo a firmare una confessione di piena ammissione di colpa, nonostante una scarcerazione per decorrenza dei termini, ma che lo vede costretto a trasferirsi a Firenze, per poter andare avanti, nonostante questa spada di Damocle costantemente sospesa sulla sua testa – che, però, non gli impedisce di farsi una famiglia -, Pino resta “limpido come l’acqua”, come gli avrebbe detto la madre nell’ultimo saluto. Fatti salvi alcuni passaggi e la pur esplosiva recitazione dell’Arena, però non riusciamo mai davvero a “toccarlo”, l’uomo Pino: che ci ripete che “i figli sono di chi li cresce”, riferendosi a quelli della compagna abbandonata dal marito e che lui ha cresciuto come propri, prima della nascita del loro William; e, in effetti, forse questo è il solo aspetto del privato che, in qualche modo ci arrivi attraverso il racconto di quei figli, che lo chiamano “zio” fino a quell’improvviso: “Andiamo, papà…”.

Come un granello di sabbia Marco Costantino©

 

Non ci dice pressoché nulla della sua condizione di carcerato, fatto salvo il pestaggio iniziale, efficacemente reso attraverso l’immagine di una struttura in legno – appesa e sospesa come un quarto di bue -, su cui furiosamente infierisce il carabiniere; nulla, dei suoi rapporti con gli altri detenuti o coi secondini – eppure la sua degenza dura ben sei anni – o con quegli avvocati, che, ad assoluzione ricevuta, ricorda e ringrazia come punti di costante presenza, per tutti i 36 anni. Ma nei suoi racconti dove sono? Probabilmente una scelta: quella di far parlare più i fatti, che le emozioni. Del resto, con una storia così forte… Questa stessa scelta, probabilmente, anche dietro a quell’uso di luci ed ombre – e, soprattutto, bui -, che, più che elementi espressivi, spesso si declinano con funzione pedagogica o di servizio. Perché l’intento non è emozionare – anche il ritmo, talvolta troppo concitato, non predispone in tal senso -, quanto in-formare e denunciare; e, attraverso lo iato latente di acqua e vino, consegnarci il messaggio che, nonostante tutto : “La Verità è come un diamante: dura e incorruttibile”, come dice Pino davanti all’ennesima sentenza di condanna. Curioso.

 

 

Come un granello di sabbia  Marco Costantino©

“Giustizia e ingiustizia camminano sulle gambe degli uomini, quindi non sono mai perfette. Ma sono convinta che la giustizia prima o poi arriva: nel mio caso, ci ha messo otto anni…” Chi parla qui è Maria, pseudonimo di quella Antigone Imprigionata, che Livia Grossi ha conosciuto al Centro per i rifugiati di Via Sammartini, a Milano, e che è diventata una delle tre protagoniste della sua inchiesta teatrale “Nonostante voi. Storie di Donne Coraggio”. Curioso perché anche in questo caso si parla di carcerazione ingiusta; per ragioni di privacy, non ci vien detto quasi nulla, ma è chiaro che si tratta di una rifugiata politica con alle spalle otto anni di galera dura in un qualche Paese a regime totalitario. E, curioso, perché la Grossi sceglie di raccontarcela attraverso un registro diametralmente opposto. Per la sua opera testimoniale, non delega all’azione attoriale, ma si fa essa stessa interprete di un reading che, senza alcuna velleità da palcoscenico, legge in prima persona senza nascondere la sua “erre moscia” e tutto quel portato anti accademia, che immediatamente conferisce verità, emozione ed empatia. È un viaggio appassionante e coinvolgente, che parte dalle inquietudini di un incubo del tutto personale (una freudiana compilazione di carta d’identità, di cui pare non ne abbia i requisiti), ma che immediatamente allarga su una domanda e ricerca di senso: per sé e per gli astanti. È così che Livia Grossi, memore orgogliosa della sua funzione testimoniale di giornalista – freelance, dice, a sottolineare la libertà, sì, ma anche la non convenzionalità di fronte a una società standardizzata, oltre alla fatica e alla precarietà, non solo economica, di questo suo lavoro d’inchiesta –, attinge alla sua professione per cercare risposte.

Pushka Livia Grossi

 

 

Le trova nell’incontro con altre tre donne: Pushka, la Vergine Giurata, costretta a rinunciare alla propria identità sociale di donna per poter essere accettata nella società maschilista del suo paesino nell’entroterra di Tirana; Maria, l’ Antigone ingiustamente Imprigionata da un regime totalitario e depauperata di ciò che spesso fa donna una donna, un figlio, nel suo caso “tolto a sette mesi… poi l’ho tolto io alla famiglia che lo stava allevando… ed ora ho dovuto abbandonarlo, perché non mi riconosce come madre”. Marietu Ndaye, la leonessa senegalese, che, villaggio dopo villaggio, ha dato avvio alla sua lotta di sensibilizzazione delle donne contro l’infibulazione. Ma, oltre a quel che dice – e al modo, nell’escamotage di un sogno, che poi diventa ordito, su cui intessere la trame delle altre biografie -, curiosa è la particolare regia drammaturgica grazie anche alla complicità degli stacci rock, creati e suonati dal vivo dal musicista Andrea Labanca, che contribuiscono a creare movimenti, emozionali e di senso, ed una singolare partitura capace di articolare, amplificare e strombare, moltiplicandoli, le voci, le esperienze e gli incontri. È quello che fanno alcuni accorgimenti: le domande fatte dalla sua voce registrata fuori campo e le risposte, invece, lette al microfono, quasi fosse lei Pushka – modalità usata solo per questo dei tre cammei -, la ripetizione anaforica e ossessiva di alcune frasi-chiavi, che si fa eco lontana, in alcuni casi, riportandoci al desolato brivido di un’apparente vanità, mentre in altri ossessione battente come un mandato o un atto di accusa, che non si può tacere.

 

Livia Grossi Andrea Labanca

Eppure, perché il teatro possa dirsi tale, occorre che, a farlo, si sia almeno in due, insegnava Borges: l’attore e lo spettatore. È solo in quel passaggio, ecumenico e testimoniale, di cui è emblema anche l’amletico Oratio, infatti, che si perfeziona il transfert narrativo, sustanzializzandosi in trasmissione di senso. “Queste esperienze sono gesti politici – del resto, scrive il critico Oliviero Ponte Di Pino, nella prefazione a “Mombello. Un’inchiesta teatrale, uno spettacolo, un viaggio” di Paola Manfredi di Teatro Periferico di Cassano Valcuvia – Quello che poteva apparire come un problema individuale personale prende una forma pubblica. Quando il diverso sale in scena, quando il conflitto che incarna diventa protagonista, inizia un processo pubblico”

 

“Come un granello di sabbia” visto al Teatro Libero di Milano il 24 Novembre 2017

Nonostante voi. Storie di Donne Coraggio  andato in scena al Pavillon Unicredit di Milano il 25 Novembre 2017

 

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